PRIVATI / Finanza Sociale
Lavoro in carcere, finanza sociale e secondo welfare. Riflessioni sul caso di Giotto
Tra ragioni di policy e ragioni d'impresa, cosa ci dice l'esperienza della cooperativa padovana al centro del nuovo working paper di 2WEL
21 maggio 2015

Come emerge dal working paper che abbiamo di recente pubblicato nella collana di Percorsi di Secondo Welfarepresentato il 20 maggio nel carcere romano di Regina Coeli, esistono realtà imprenditoriali sui generis i cui risultati “sociali” non solo sorprendono anche i più scettici, ma sono “dimostrabili”. In particolare, nel lavoro che qui vorremmo brevemente commentare, si tratta di attività lavorative offerte a soggetti privati della loro libertà a seguito di condanne penali.


Il caso della Cooperativa Giotto e il lavoro in carcere

Ciò che appare significativo rispetto ad analoghe celebri esperienze è che i soggetti coinvolti nel “programma rieducativo” (termine ambiguo ma utile a sviluppare la nostra riflessione) non sono di certo “facili”. Infatti si tratta di detenuti che hanno ricevuto condanne di reclusione per periodi significativi, mai inferiori al decennio e in tre casi addirittura si tratta di ergastoli (la pena media, esclusi appunto gli ergastoli, è di 15,5 anni). Ciò significa che i reati per i quali sono stati condannati non sono di certo quelli che spesso sono qualificati come “bagatellari”. Molti intervistati poi non sono, come si dice, di “primo pelo”: sono alla seconda o alla terza condanna. Anche i dati anagrafici dei carcerati intervistati, tra cui figurano anche ultra sessantenni (l’età media è di 46 anni), sono utili a mettere in evidenza l’eccezionalità dei risultati raggiunti: sappiamo bene che la giovane età è spesso un fattore di propensione al cambiamento che si perde con il passare degli anni.

Le testimonianze contenute nel working paper sulla cooperativa Giotto sono saggiamente raccontate sino a portare il lettore alla conclusione quasi inevitabile: questo è “the power of love and forgiveness. Si tratta chiaramente di una verità che deve essere poi giudicata da ciascuno anche sulla base delle proprie personali convinzioni. Tuttavia l’idea che “l’amore e il perdono” siano in grado di cambiare la persona, sembra acquistare qualche fondamento empirico attraverso l’interessante ricerca condotta da Andrea Perrone e dagli autori del lavoro in discorso.

Si tratta di una tesi che si pone in contrasto anche con recenti e autorevoli riflessioni offerte da uno dei giuristi più conosciuti e ascoltati in Italia, ma non solo, ossia Gustavo Zagrebelsky. Questi, in un recente commento apparso su una rivista dedicata proprio al Terzo Settore, sostiene l’ormai indubbia inutilità del carcere come strumento di cambiamento e redenzione: forse è vero se si considera il carcere come quelle mura e quelle sbarre che trattengono i colpevoli (e anche qualche innocente) entro spazi limitati, soprattutto privandoli del “possesso del tempo”, ossia di ciò che “distingue gli esseri umani dalle cose che non hanno tempo e dagli animali la cui esistenza è ancorata agli istanti di un continuo presente privo di prospettiva”; tuttavia se per carcere si intendesse l’esperienza analizzata nel breve articolo pubblicato tra i nostri working paper, qualche dubbio potremmo permettercelo, almeno osservando che i risultati delle interviste svolte mostrano una esperienza che non si può ridurre appena a quelle “misure possibili per alleviare le sofferenze e rendere sopportabile la condizione carceraria” che – secondo l’autorevole giurista – si potrebbero mettere in atto ma che purtuttavia non riusciranno ad “eliminare l'amputazione del primo diritto dell'essere umano: il diritto al proprio tempo”.


Ragioni di policy e secondo welfare

In ogni caso, al di là degli aspetti più connessi al dibattito sull’utilità del carcere come strumento di giustizia, ciò che qui preme sottolineare è qualcosa d’altro. Da un attento studio del “caso Giotto”, risultano con forza le ragioni per cui sarebbero assolutamente indispensabili azioni di policy volte a sostenere iniziative come quella osservata. Da un lato è proprio l’argomentazione di Zagrebelsky che – se non vuole negare l’esistenza e la sincerità di quanto riportato nel nostro paper – invita ad un sostegno di realtà come quelle della cooperativa Giotto, sulla base di un caratteristico e profondo senso di giustizia che segna l’essere umano; dall’altro, come anche segnalato in un nostro precedente articolo, sono ragioni legate all’efficienza economica di un sistema, pubblico in questo caso, a pressare per un intervento che sia utile al consolidamento e allo sviluppo di attività lavorative nelle carceri svolte secondo lo spirito di Giotto.

In altri termini il lavoro pubblicato rappresenta un significativo punto di partenza per una riflessione sul valore che occorre riconoscere, anche in termini di secondo welfare, all’esperienza di Giotto e, quindi, di tutte quelle cooperative che gli possono essere affiancate. Nella sfera del secondo welfare, infatti, rientra anche quella parte dei servizi sociali – con confini da definire pragmaticamente – che il settore pubblico non è oggi in grado di garantire. La finalità rieducativa della pena detentiva è sancita anche a livello costituzionale e quindi si potrebbe quasi ritenere i servizi di rieducazione dei carcerati quali servizi “essenziali” in odore di primo welfare.

Tuttavia, considerato anche che “primo e secondo welfare non devono essere visti come due compartimenti stagni, ma come due sfere fra loro intrecciate, che sfumano l’una nell’altra a seconda delle politiche e delle aree di bisogno”, appare evidente che percorsi di rieducazione e lavoro nelle carceri - chiaramente orientati a favorire un eventuale reinserimento professionale, ma soprattutto una inclusione sociale a chi è per definizione escluso - possono essere considerati parte di tutto ciò che va sotto il nome, appunto, di secondo welfare. Tanto più oggi che il bisogno di una maggiore sicurezza e inclusione sociale sembrano ormai figurare tra le priorità avvertite nella gran parte delle comunità.


Ragioni di impresa e investimenti possibili

Alla luce di quanto ora illustrato, la ricerca che stiamo commentando sembra essere un ottimo punto di partenza per un percorso invero più ampio di quello che la stessa sviluppa: infatti, sotto le pressanti esigenze da tempo avvertite dagli osservatori più attenti, occorrerà proseguire, sviluppando il versante per così dire “business” della vicenda. E questo nell’interesse di molti, a partire dalla cooperativa stessa fino forse a potenziali investitori-risparmiatori. Soprattutto si tratta di dare fiato ad un modo di concepire l’agire economico più confacente non solo e non tanto ad esigenze di carattere ideale, quanto piuttosto orientato al vero benessere collettivo, che beneficia in via principale della capacità di resilienza del sistema, sia esso economico o sociale. Dunque in ultima istanza i principali beneficiari di ulteriori approfondimenti sul caso Giotto sarebbero tutti i cittadini. Infatti, oltre all’aspetto eminentemente sociale (che non vogliamo concepire dualisticamente separato da altri, ma che è utile comunque distinguere), una attenta analisi dell’esperienza della cooperativa Giotto permette di segnalare ulteriori profili di estremo interesse. Questi appartengono a quello che abbiamo definito come il versante “business” o aziendale della cooperativa. In particolare sono alcune performances a sorprendere.

Si tratta di dati messi a disposizione dalla cooperativa stessa, che pertanto sarebbe interessante verificare ed approfondire, anche con lo scopo di ampliare il novero dei fattori considerati. Al di là di alcuni dati relativi al fatturato e agli utili, che secondo una teoria di impresa capace di affrancarsi dalla miopia dell’economia neoclassica, sono solo alcuni e nemmeno i più importanti tra i fattori da considerare, si può segnalare come in relazione all’attività di assemblaggio delle valigie, risultino scarti di produzione pari allo 0,1%. Si tratta di un dato notevole a proposito di performance aziendali, esattamente come quello che mostra il livello di soddisfazione degli utenti del call center gestito dai carcerati.

Ancora, i volumi della produzione rispetto al numero di impiegati e soprattutto le inevitabili barriere (anche logistiche) non è poca cosa: la cooperativa ogni anno sforna (nel senso stretto del termine) oltre 135.000 kg di pasticceria, realizza circa 45.000 kg l’anno di prodotti gastronomici che dalle cucine partono per l’esterno a favore di alberghi e ristoranti, mense universitarie e catering, monta fino a 200 biciclette al giorno, gestisce oltre 20.000 contatti telefonici al mese attraverso il proprio call center e arriva a montare e testare quasi 20.000 business key per la firma digitale. Peraltro i premi vinti dalla cooperativa, ottenuti in concorsi non riservati ad imprese sociali o simili, ma aperti a tutti gli operatori del settore dolciario, documentano come i ritmi sostenuti di lavoro non incidano sulla qualità complessiva della produzione. Qualità che poi è garantita su tutte le attività, grazie ad una serie cospicua di certificazioni e sistemi di compliance aziendale che tante volte mancano ad imprese tradizionali.


Ragioni sociali e il dibattito in corso

Quanto ora illustrato è per dire che osservando alcuni aspetti più marcatamente “business” di realtà come la cooperativa Giotto, si potrebbe scoprire che in esse vi siano i “fondamentali” per eventualmente considerarle oggetto di investimento. Ovviamente l’analisi necessaria per portare ad una simile decisione dovrebbe essere svolta con accuratezza e a fronte di un interesse anche dell’impresa sociale, magari da tempo in attesa di un modo per crescere. Ciò che qui appare sufficiente è semplicemente dare senso, rendere plausibile, un approfondimento su una simile eventualità.

Il dibattito su cosa sia l’impresa sociale, particolarmente acceso in virtù della riforma del terzo settore (si veda in tal senso il recente scambio tra Vincenzo Manes e Giovanna Melandri) sembra in parte aver trascurato il carattere “integrale” che certe imprese hanno. Come ben emerge dall’esperienza della cooperativa Giotto, l’impatto sociale e il ritorno economico (cioè la sostenibilità economica dell’impresa stessa) sono elementi correlati. Il management della cooperativa infatti ritiene che se le attività lavorative non fossero in grado di portare alla produzione di beni e servizi in grado di trovare riscontro sul mercato, presto o tardi anche il “valore sociale”, cioè il recupero e il cambiamento dei carcerati, non potrebbe che ricevere danno. D’altra parte questa idea profondamente integrale di impresa fu colta anche dall’allora ministro della Giustizia Severino, quando visitando proprio la cooperativa Giotto ebbe a dire: «Oggi in carcere ho visto dei lavori straordinari, non i soliti pezzetti messi insieme per far passare il tempo ai detenuti. Le biciclette, i panettoni, i call center che funzionano. Non elemosine, ma qualcosa di attrattivo per gli imprenditori e utile per l’economia del paese».

Il tema è quindi favorire imprese capaci di coniugare impatto sociale e sostenibilità economica, per poter cambiare la struttura dell’economia che conosciamo. D’altra parte l’esperienza imprenditoriale della Cooperativa sfida certe categorie concettuali che nonostante la crisi finanziaria continuano ancora oggi a circolare nel pensiero (economico ma non solo) mainstream. Non è una opinione se tale situazione sembra aver “smosso” un premio Nobel per l’economia come Stiglitz a scrivere che «è necessario un processo di ripensamento generale per trovare un nuovo equilibrio tra mercati, governi e altre istituzioni, inclusi i soggetti non profit e le cooperative, con lo scopo di costruire un sistema economico plurale […]. Ci siamo concentrati troppo a lungo su un solo modello, quello della massimizzazione del profitto, e in particolare su una variante di tale modello, un mercato incontrollato. Abbiamo visto che quel modello non funziona ed è chiaro che abbiamo bisogno di modelli alternativi. Abbiamo anche bisogno di far di più per identificare il contributo che queste forme alternative di organizzazioni (cioè le cooperative o imprese sociali) stanno dando alla nostra società e, quando parlo di contributo, non lo intendo appena in termini di PIL, ma come contributo alla soddisfazione».


Finanza sociale e carcere: approfondire i nessi per evitare affrettati snobismi
 

Dietro a realtà imprenditoriali che sono in grado di generare significativi impatti sociali, spesso si celano aziende che sono altresì in grado di raggiungere performance importanti anche dal punto di vista aziendale. Ovviamente non è la regola e non si tratta di ragioni sufficienti per attirare investimenti a breve termine (quelli speculativi). Forse però approfondire il nesso tra i due versanti delle migliori imprese sociali, potrebbe consentire di entrare con un po’ più consapevolezza nei temi della finanza sociale e dell’impact investing. Si eviterebbero così affrettati snobismi ed eccessivi entusiasmi affrancandosi nello stesso tempo dalla necessità, rispetto la quale spesso si blocca ogni tentativo, di ottenere entrate dalle casse pubbliche.

Certo che il beneficio generato dalla presenza di realtà come la cooperativa Giotto riguarda tutti e – almeno in parte – dovrebbe potersi misurare anche dai risparmi che tale impresa senz’altro genera per i bilanci del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dunque del Ministero della Giustizia, fino ad arrivare in ultima istanza al contribuente! Tuttavia anche recenti prese di posizione sembrano sconsigliare di insistere sull’idea che si debba attendere sviluppi sul fronte della pubblica amministrazione, che con ondivaga volontà e senz’altro serie costrizioni sul piano contabile, difficilmente potrà in breve tempo riconoscere il valore offerto da molte imprese sociali.

Il contributo che il fenomeno della finanza sociale sta offrendo a questo genere di situazione è in ogni caso chiaro: ci sono imprese sociali che sono in grado di generare elevati impatti sociali e al tempo stesso possiedono quei requisiti essenziali per garantire sul medio-lungo termine un qualche seppur minimo rendimento (magari anche solamente il costo del capitale). Un investimento su queste realtà, permettendo la loro crescita, salvo il caso di patologiche distorsioni, si tradurrebbe potenzialmente in un maggiore impatto sociale. Quindi, mentre sembrano tardare le ragioni di policy, approfondire sistemi e modelli a sostegno del social business potrebbe esser il modo migliore per ingannare il tempo.


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