TERZO SETTORE / Impresa sociale
Giuseppe Bruno: per la fase 2 occorre ripartire dalla famiglia e dai servizi educativi e per l'infanzia
Secondo il presidente del Gruppo CGM la questione sociale è centrale per la ripartenza del nostro Paese: è necessario quindi valorizzare i servizi alla persona, a cominciare da quelli destinati ai più piccoli
15 maggio 2020

Come vi abbiamo raccontato nel corso della nostra ultima inchiesta per il Corriere Buone Notizie (che potete trovare qui e qui), la crisi dettata dalla pandemia di Covid-19 ha mostrato in alcuni casi un Terzo Settore capace di reagire e mettere in campo soluzioni ai bisogni più urgenti, garantendo servizi alla persona più che mai necessari con una particolare attenzione ai soggetti più fragili della società.

È stato il caso del Consorzio Gino Mattarelli che, anche grazie a un’infrastruttura tecnologica particolarmente flessibile e già collaudata, è riuscito a ripensare rapidamente la propria offerta, fornendo ai cittadini di alcuni territori prestazioni rimodulate in base alle esigenze del lockdown. A questo riguardo, attraverso il nostro sito, vi abbiamo raccontato le esperienze di BiellaWelfare, MateraWelfare, SondrioWelfare, RhoWelfare, NapoliWelfare, SalernoWelfare e del progetto "Cura Italia".

Nonostante queste iniziative interessanti, in vista della progressiva ripresa delle attività per la fase 2, per il mondo dell'imprenditoria sociale e della cooperazione restano oggi ancora molte questioni aperte. Per approfondire il tema abbiamo fatto alcune domande a Giuseppe Bruno, Presidente del Gruppo Cooperativo.


Da qualche giorno ha preso il via la cosiddetta fase 2. Dal punto di vista delle politiche di welfare come pensa che quanto previsto sinora sia sufficiente per affrontare questa drammatica situazione? Cosa si potrebbe migliorare?

Le famiglie in questo momento hanno difficoltà a trovare risposte adeguate attraverso quelli che sono gli interventi economici e sociali previsti per la fase 2. Il problema è che sarà difficile pensare alla ripresa della produttività e del lavoro se all’interno delle mura domestiche non vi è il sostegno necessario per garantire salute, sicurezza e serenità. Come si possono creare condizioni favorevoli all'economia del Paese se prima non vi è attenzione all'economia della famiglia?

I bisogni di conciliazione famiglia-vita-lavoro che si sono manifestati con forza durante il lockdown evidenziano come non sia sufficiente allocare qualche risorsa per baby-sitting e congedi parentali che, seppure nelle intenzioni vedono oggi un investimento economico aggiuntivo, comunque non soddisfano i ben più ampi e complessi bisogni educativi dell’infanzia. Quella che dobbiamo affrontare è, come prima cosa, la questione aperta dell’educazione, dell’istruzione e della socializzazione dei bambini: pensiamo ad esempio a quelli in età prescolare, quella prima infanzia 0-6 anni che ancora una volta viene trascurata dalle politiche nazionali. E tante sono le fragilità rimaste senza un piano organico di sostegno nella tanto attesa fase 2.

Non commettiamo l’errore di dare per scontato lo smart working dei genitori, supponendo che sia sufficiente garantire il lavoro da casa mentre si seguono i figli nelle lezioni online o ci si prende cura di un familiare con disabilità. Invece che affrontare la situazione con un approccio globale si continua ad applicare la filosofia delle "misure di contenimento", rimandando l’opportunità di adeguare il sistema di welfare ai nuovi bisogni.


A questo riguardo, nel corso degli ultimi giorni il nostro Laboratorio si è concentrato proprio sulla centralità dell’istruzione e della scuola, soprattutto per i più giovani. Cosa pensa di questa questione e di come sia stata trattata nel nostro Paese?

Il tema dell’infanzia non è ancora tornato al centro del dibattito sulla fase 2 perché - come dicevo - la questione va ben oltre la ripresa, pure essenziale, della produttività. Ed è svilente pensare che il bonus baby-sitting possa rispondere al problema, se non si consente il suo utilizzo ad esempio presso le molteplici strutture educative per la Prima Infanzia che concorrono a costruire il futuro del nostro Paese partecipando, di fatto, alla sfera familiare del bambino.

Dal mio punto di vista, il bonus non solo non è la soluzione ma alimenta lo stato di precarietà di molti operatori del settore socio-educativo e, al contempo, ne svilisce la professionalità vanificando il traguardo faticosamente conquistato dai nidi e dalle scuole dell’infanzia paritarie: quello di essere luoghi di educazione dove è preso sul serio il futuro del nostro Paese. Si rischia poi di far passare il concetto “dell’acquisto individuale” delle ore di baby-sitting, soluzione pratica per le situazioni di imprevisto e di eccezionalità, ma sicuramente del tutto parziale rispetto al progetto più organico di educazione e socializzazione che è un diritto fondamentale del percorso di crescita dei bambini. E la cosa che più mi preoccupa è che, non solo si minimizza l’impatto dei servizi educativi e di istruzione, ma si torna indietro di sessant’anni, dimenticando quei principi di accessibilità, universalità e democraticità per cui ci si è tanto battuti.


Secondo lei quali interventi si potrebbero promuovere in questo momento?

Questa è l'occasione per progettare modelli di ripresa efficaci e capaci di tutelare concretamente l’interesse dei bambini. In questo senso, occorre tenere in giusto conto, da un lato, un adeguato sostegno economico a tutta l'offerta 0-6 anni - dagli asili nido alle parità scolastiche - particolarmente danneggiata dalle chiusure e con prospettive di ripresa lontane, rallentate, o peggio, mortificate dall'asfissia debitoria delle strutture. Dall'altro, vi è l'assoluto bisogno di tutelare i bambini e le famiglie rispetto ai rischi che si corrono per la sicurezza, la qualità e la continuità dell'impegno di cura attuando interventi disallineati e farraginosi.

Questa è una questione che riguarda tutti, strutture private e pubbliche, sia delle grandi metropoli sia dei piccoli centri delle aree interne. Sarebbe opportuno archiviare l’idea del bonus baby-sitting e lavorare per soluzioni flessibili in coprogettazione con il privato sociale autorizzato, che può reimpostare l'offerta educativa in servizi ibridi che si muovono in un continuum: dalla casa ai luoghi comunitari (come i nidi), abitandoli magari in piccoli numeri, fasce orarie differenziate o altre scelte pratiche che incontrino gli standard di sicurezza che tutti abbiamo ben presenti. Bisogna ricordare che sono i servizi che vanno adattati alla vita e non viceversa e che occorre uscire dalla logica dei servizi a domanda individuale.

Mi chiedo se non sia anche il momento di completare il pensiero di riforma del sistema 0-6. In questa direzione si potrebbe ad esempio convogliare in un plafond dedicato le risorse attualmente parcellizzate tra asili nido, sezioni primavera, scuole paritarie. Risorse che al momento sono rovinosamente "diffuse", con il solo effetto di rimarcare la differenza di trattamento e di responsabilità tra le diverse fasce d'età.

Penso che una riorganizzazione di queste risorse in favore di una ben più proficua continuità educativa rafforzerebbe la presenza dei servizi, tanto nelle aree metropolitane che nelle aree interne; inoltre gli interventi sociali diverrebbero più accessibili e sostenibili, omogeneizzando l'offerta, la qualità e le possibilità delle famiglie di sostenere quello che è l'investimento più prezioso per il nostro futuro.


Sul fronte dei servizi dell’infanzia (ma non solo), il Gruppo Cooperativo CGM ha promosso alcune esperienze interessanti nel periodo dell’emergenza, come biellawelfare, materawelfare, sondriowelfare, napoliwelfare, rhowelfare, salernowelfare. Queste iniziative sono state avviate grazie alla piattaforma digitale “cgmwelfare”. Può spiegarci di cosa si tratta e come funziona?

Con la piattaforma cgmwelfare abbiamo voluto realizzare uno strumento digitale arricchito di competenze e di funzionalità per generare in modo intenzionale cambiamenti sociali positivi e duraturi sia nelle strategie di consumo, sia in termini di innovazione di politiche di welfare.

In uno scenario così complesso come quello dettato dalla pandemia, la piattaforma ha confermato la sua duttilità riconfigurando l’offerta, puntando su servizi di supporto alle attività di cura attraverso una forte digitalizzazione delle stesse. Ne sono un esempio le sperimentazioni territoriali di Biella, Matera, Sondrio, Rho, Napoli e Salerno, che sono state attivate grazie alla capacità delle imprese sociali locali e delle loro reti di aggregare domanda.

L’emergenza ha portato un’accelerazione della transizione digitale e, nel nostro caso, emerge la volontà da parte degli utenti di usufruire con continuità di interventi e pacchetti di servizi. La piattaforma è stata capace di adeguare il contenuto, ma anche le modalità di prenotazione e consegna dei servizi, anche quando questi richiedono il coordinamento di una molteplicità di soggetti. Inoltre, a testimonianza della sua duttilità, la piattaforma è stata riconvertita come struttura intermediaria rispetto alla redistribuzione di risorse pubbliche assegnate dallo Stato ai Comuni per far fronte all’emergenza economica causata dalla pandemia. La costruzione di un modulo ad hoc denominato “Cura Italia” ha consentito quindi di erogare in modo efficiente ed efficace i buoni spesa destinati alle persone più fragili semplificandone le procedure e donata gratuitamente alle amministrazioni pubbliche locali.


La piattaforma cgmwelfare rappresenta quindi uno strumento centrale per lo sviluppo di nuove proposte da parte di CGM, giusto?

Dai periodi più complessi nascono sempre nuove possibilità. Abbiamo creato una piattaforma che certamente parte da una componente di offerta a domanda privata, ma la stessa non può prescindere da un incrocio territoriale integrato con il welfare pubblico. È un’azione di sviluppo che, in questa fase soprattutto, ridisegna in modalità integrata l’approccio al welfare. Capace di soddisfare una domanda privata ma anche una domanda pubblica che oggi chiede non solo efficacia e trasparenza ma territorialità e identificazione degli attori interessati. Non possiamo prescindere dall’innovazione digitale, e in queste settimane è stata evidente la necessità di recuperare il gap rispetto ad altri Stati, percorso necessario anche nel welfare, ma si badi: abbiamo sempre la persona al centro, l’uomo che governa i processi e non la “macchina”! La piattaforma è lo strumento, il mezzo, non il fine.

Il nostro vantaggio competitivo, l'innovatività dell’offerta, non è nella piattaforma in sé, veicolo già usato da diversi player, anche quelli più strutturati ed estesi, ma nell’aver proposto un sistema che rende leggibili le grandi potenzialità della nostra rete nazionale, con al centro le cooperative sociali radicate nei territori: le persone fra le persone, gli educatori come “compagni di viaggio” nella crescita delle famiglie, gli assistenti al fianco dei nostri cari più anziani. Perché nel welfare lo sviluppo tecnologico non è un valore aggiunto se è sconnesso dalla relazione umana e dal legame con la comunità.

D’altro canto, è ancora più evidente oggi quanto sia importante per una cooperativa sociale avere una rete nazionale che unisce le periferie in un unico disegno trasformativo, in cui i consorzi e le imprese sociali mantengono tutte le peculiarità di territorialità, di prossimità, di vicinanza alle comunità, ma al contempo percorrono insieme il futuro. È dall’impresa sociale che, a nostro avviso, si possono mutuare nuovi pattern di economia tutt’altro che divisivi, perché imperniati su coesione sociale, responsabilità e condivisione del valore prodotto.

 


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