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In Italia 1 lavoratore dipendente su 3 è un caregiver: il welfare aziendale può essere una risorsa?
Secondo una ricerca promossa dal provider Jointly e realizzata dall'Università Cattolica di Milano è in crescita la cosiddetta generazione 'sandwich'. Ecco perché anche le aziende possono fornire un sostegno.
31 gennaio 2020

Come recentemente emerso da un’indagine realizzata dall’Istat sui temi della conciliazione vita-lavoro (di cui vi abbiamo parlato qui), quasi 13 milioni di nostri connazionali tra i 18 e i 64 anni devono gestire responsabilità di cura legate ai bisogni di familiari non autosufficienti e alla dimensione della genitorialità.

I cambiamenti del contesto socio-demografico del nostro Paese stanno producendo un impatto rilevante sui bisogni sociali degli italiani e su tutte le questioni ad essi connesse. Ciò è evidente in modo particolare se si osserva da vicino la condizione dei lavoratori italiani, i quali - oltre alle esigenze legate al lavoro - si trovano spesso schiacciati tra i carichi di cura connessi ai propri figli e quelli riguardanti i familiari anziani.


I lavoratori-caregiver: una generazione “sandwich”

Secondo un’indagine promossa dal provider di welfare aziendale “Jointly - Il welfare condiviso”, in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, su un campione di 30.000 lavoratori di aziende italiane medio-grandi, circa 1 lavoratore dipendente su 3 si fa carico della cura di un familiare anziano o non autosufficiente.

In particolare, nel 36% di questi casi il lavoro di cura occupa l’individuo quotidianamente divenendo quasi un secondo lavoro; inoltre, il 25% di questi caregiver si trova, contemporaneamente, a dover gestire anche figli piccoli o adolescenti (figura 1).


Figura 1 - I lavoratori caregiver e i loro bisogni sociali

Fonte. Indagine Jointly - Università Cattolica di Milano


La survey approfondisce poi alcuni aspetti che riguardano i lavoratori caregiver (cioè i lavoratori dipendenti che si occupano di familiari non autosufficienti):

  • sono soprattutto donne. Il carico di cura tende infatti a pesare di più sulla componente femminile del nucleo familiare, che spesso rischia di uscire dal mercato del lavoro per assolvere a tali necessità; allo stesso tempo l’indagine (figura 1) rileva un’incidenza importante anche di uomini che si attivano per far fronte ai bisogni di cura (si deve comunque tener conto del minore peso che la componente femminile ha nel mercato del lavoro italiano e, di conseguenza, anche nel campione della ricerca);
  • hanno, tendenzialmente, più di 50 anni. Se le politiche a sostegno della genitorialità impattano mediamente un target ben definito (30-40 anni) e in un momento chiaro del percorso lavorativo, circa l’85% di coloro che manifestano la necessità di assumere la cura di un familiare ha oltre 40 anni;
  • spesso si trovano fisicamente distanti dal familiare da accudire. La mobilità territoriale della forza lavoro fa sì che talvolta la persona da assistere non si trovi a vivere nello stesso luogo del familiare che se ne deve prendere cura. Ciò determina non solo un aggravio della complessità organizzativa, ma anche l’insufficienza delle politiche di flessibilità degli orari come soluzione unica al problema.


Quali opportunità possono svilupparsi attraverso azioni di welfare aziendale

Considerando tali dati, appare evidente che il peso e gli sforzi connessi alle cure dei familiari produce ricadute rilevanti sulla carriera del singolo e, più in generale, nella sua vita lavorativa. Il lavoratore-caregiver è infatti spesso costretto ad assentarsi maggiormente dal lavoro, è più esposto al rischio di burnout legato a un maggiore stress ed è più propenso a valutare concretamente la possibilità di un’uscita anticipata dal mondo del lavoro (anche contro la propria volontà).

Proprio per queste ragioni - oltre alla necessità di introdurre misure strutturali a livello nazionale - una risposta può arrivare dalle imprese e dai datori di lavoro attraverso azioni di welfare aziendale e politiche legate alla flessibilità organizzativa, come smart working, flessibilità oraria in entrata e uscita, congedi parentali e familiari aggiuntivi, disbrigo pratiche.

In questa direzione, il provider Jointly ha dato vita al servizio per le aziende “Fragibilità” (che abbiamo approfondito qui), iniziativa di welfare aziendale che mette a disposizione dei lavoratori alcuni strumenti di supporto:

  • un consulente qualificato che ascolta, risponde e orienta il lavoratore, fornendogli un aiuto mirato sul suo bisogno e su quello del suo familiare;
  • un’ampia rete di servizi socio-assistenziali, diffusi in tutta Italia;
  • un portale web che facilita l’accesso ai servizi della rete, consentendo l’acquisto direttamente on-line e la possibilità per l’azienda di partecipare con un contributo welfare finalizzato.

Lo sportello di consulenza telefonica, gestito da operatori sociali qualificati, ha la funzione di intercettare le richieste dei lavoratori-caregiver e orientarli grazie alla strutturazione di un piano assistenziale personalizzato che propone la migliore soluzione per affrontare le esigenze di cura del famigliare. Il servizio di consulenza svolge un triplo livello di supporto: quello dell’ascolto e della presa in carico delle necessità del dipendente, quello informativo e di orientamento e quello pratico e organizzativo a supporto diretto dell’attivazione di servizi per la famiglia.


Altri progetti di welfare aziendale per i caregiver che lavorano

Quello di Jointly non è però l’unico caso. ComeTe, la rete di imprese sociali attive nel campo dei servizi di welfare aziendale, ha recentemente presentato un nuovo servizio per le imprese clienti - chiamato “Wellcome” - che, attraverso la partnership con un'agenzia del lavoro gestita da cooperative, si occuperà di ricercare, selezionare e formare assistenti familiari. L'obiettivo è quello di garantire figure affidabili e qualificate e, quindi, in grado di offrire un servizio di elevata qualità (vuoi saperne di più?).

Anche il Gruppo Cooperativo CGM, che dal 2018 ha dato vita a una divisione che si occupa di welfare aziendale, si è occupato di formare delle figure professionali - i “Welfare Manager” - che all’interno delle aziende si occupano di ascoltare i lavoratori e co-progettare con loro piani di welfare in grado di rispondere ai loro bisogni sociali, in primis quelli legati alla famiglia. Le prestazioni possono poi essere offerte dalla rete di imprese sociali appartenenti al Gruppo e dislocate sul territorio. Le azioni di counselling, e quindi i professionisti che si occupano di “orientare” il lavoratore verso i servizi più adeguati alle sue esigenze, rappresentano un'azione cruciale per chi si trova ad affrontare tali rischi di natura sociale.

 


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