TERZO SETTORE /
Terzo settore: un albero su cui costruire il futuro
Continua il dibattito sul futuro del non profit italiano, che si arricchisce col punto di vista di chi da anni opera nel Mezzogiorno
27 aprile 2018

In questi giorni si è sviluppato un dibattito che, prendendo spunto dall’articolo di Carola Carazzone, ha promosso diversi approfondimenti sul tema del non profit, dello sviluppo delle organizzazioni e del management delle stesse (Il nuovo Terzo settore: non di ragioneria, ma di impatto di Federico Mento; Impatto, condivisione e responsabilità: una rivoluzione per tutti di Elisa Ricciuti; Coprogettazione e cogestione delle politiche contro l'ansia delle fondazioni di Flaviano Zandonai; Bandi o valutazione d'impatto, non è solo una sfida per il Terzo Settore di Tiziano Blasi; Il Terzo settore ha bisogno di leader, non di manager di Christian Elevati; Servono leader e manager per un terzo settore di qualità di Marco Pietripaoli; ndr).

Sono tutti argomenti che mi stanno davvero molto a cuore visto che da tanti anni li vivo in prima persona all’interno del terzo settore della provincia di Salerno. In questo senso credo che il punto di vista di un’organizzazione che opera sotto lo spartiacque di Teano (perché anche nel Terzo Settore viviamo in Italie diverse) possa offrire spunti interessanti sotto diversi punti di vista.


Lo sviluppo delle organizzazioni

A partire dalle riflessioni lette in queste settimane mi sono venuti in mente gli incontri di formazione, approfondimento e networking tenuti per le piccole organizzazioni del mio territorio, non ultimo quello di qualche giorno fa tra i dottori commercialisti e il Centro Servizi al Volontariato della Provincia di Salerno.

Si tratta di organizzazioni spesso gestiste a livello quasi familiare, che non hanno la volontà di fare un salto, passando dalla logica del piccolo orticello alla logica del campo aperto. Soprattutto per quanto riguarda la progettazione, infatti, la maggior parte di queste realtà si confrontano ancora con la logica del piccolo contributo o della sponsorizzazione. Allargando la prospettiva, ovviamente, a volte capita di incontrare organizzazioni che hanno avuto il coraggio, in parte, di investire in un settore in forte espansione ed evoluzione grazie ad economie realizzate con commesse pubbliche e/o risorse derivanti da grosse organizzazioni filantropiche. Spesso però, a conclusione del progetto realizzato, mi chiedo cosa resta di quel che è stato fatto più o meno coraggiosamente. Diventa una buona prassi e/o un modello sperimentale che può camminare sulle proprie gambe? E soprattutto: ci troviamo di fronte ad una vera e propria innovazione sociale oppure ad un ampliamento di un servizio già in essere?

Le risposte non sono sempre positive, ma credo ci siano ormai ampi spazi per costruire azioni di sostenibilità economica e finanziaria che abbiano come bussola i suggerimenti contenuti nella legge di riforma del Terzo Settore agli articoli 77 e 78, che riguardano i titoli di solidarietà degli enti del Terzo Settore ed altre forme di finanza sociale.


Le risorse, umane e non

Mi ha colpito molto l'intervento di Marco Pietripaoli su Vita del 13 aprile 2018, in cui parlava (finalmente) di risorse manageriali per il terzo settore. Credo che su questo punto le organizzazioni abbiano la necessità di ragionare su più livelli e in modo trasversale. Specialmente le piccole organizzazioni fanno fatica ad investire su consulenze e risorse umane capaci di aiutarle a fare quel salto che consenta la “professionalizzazione della solidarietà”. Ma anche in quelle un po’ più strutturate non è raro evidenziare barriere all’entrata per professionalità capaci di portare vera innovazione. Si tratta di barriere determinate non solo dalla scarsità di risorse economiche ma anche, e soprattutto, dalla scarsa propensione al cambiamento.

Il vero cambiamento in un’organizzazione si genera quanto questa ha il coraggio di lasciarsi contaminare, in una logica multistakeholder e comunitaria. Coinvolgendo cioè organizzazioni profit e non profit, promuovendo percorsi di “secondo welfare” e nello stesso tempo riuscendo ad essere catalizzatore di risorse economiche e non. Il tratto distintivo di questo lavoro è nella parola responsabilità. Perché senza responsabilità una comunità non può definirsi tale. Senza responsabilità non può esistere il senso della solidarietà e non possono esistere comportamenti giusti, coesi e solidali. È dalla responsabilità che nasce il senso dell’impegno civico che induce a considerare il proprio lavoro come la sommatoria di azioni verso il bene comune. E questo sì che è impatto sociale. Che dovremmo sempre più misurare. Così potremmo sviluppare processi nuovi investendo - si direbbe nella logica industriale di ricerca e sviluppo - in innovazione sociale - anche nel nostro campo.

Dovremmo immaginare le nostre organizzazioni come soggetti capaci di essere “attivatori di risorse” che possano essere convertite in donazioni deducibili e/o detraibili fiscalmente. Si tratta di un processo lento, perseguibile inizialmente da organizzazioni strutturate e lungimiranti nella logica di un "contratto di rete" tra le organizzazioni che sia in grado di generare economie di scala e vantaggi competitivi utili al territorio e alle realtà che vi operano. Un processo che porti anche ad investire in manager che diventino leader carismatici di un settore, ma anche di un territorio.


Un albero da curare

Come indicato da numerosi indicatori, il Terzo Settore è un settore ormai maturo in Italia, tanto da avere anche una propria legge che, si spera, darà maggiore forza a quanto viene fatto ogni giorno dalle organizzazioni.

Bene, ma su questo non dobbiamo cullarci. La strada da percorrere è oggi più che mai quella del confronto e della costruzione. Quella che ogni giorno ci porta ad impegnarci e dedicare una sempre maggiore attenzione ai problemi della nostra gente, per diventare parte attiva di una crescita comune.

È una strada ancora lunga da percorrere, soprattutto nel Mezzogiorno del Paese dove i muri di gomma - contro cui si sbatte spesso – ci fanno tornare più indietro di quando siamo partiti. Con la riforma, però, è stata data linfa ad un seme. Quel seme può crescere ogni giorno grazie al supporto di tutti. Ed ora quella pianta, ancora fragile e delicata, ha bisogno di essere curata. Credo che sia interesse di tutti affinché cresca e diventi un albero dalla ricca chioma e dalle radici profonde.

 


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