TERZO SETTORE /
La filantropia in Europa: intervista a Oonagh B. Breen
La filantropia europea e l'impatto potenziale sull'innovazione sociale al centro della nostra conversazione con Oonagh B. Breen, docente all'UCD
08 marzo 2018

Percorsi di secondo welfare ha intervistato Oonagh B. Breen, docente dello University College di Dublino ed autrice dello studio Enlarging the Space for European Philanthropy, chiedendole di aiutarci a comprendere i cambiamenti in corso nella filantropia europea e l’impatto potenziale sull’innovazione sociale (qui la versione originale dell’intervista, in lingua inglese). Vi riportiamo la traduzione dell'intervista in lingua italiana (la traduzione in lingua italiana è stata curata da Otto Lanzavecchia). 


Parlando di innovazione sociale, varie ricerche concordano sul fatto che la cornice normativa e fiscale di una nazione può limitare o incentivare lo sviluppo di pratiche socialmente innovative. Secondo lei, quali fattori possono agevolare l’azione della filantropia come “facilitatore di innovazione sociale”?

L’innovazione sociale spesso inizia su scala ridotta, e può crescere potenzialmente nel tempo. La strada verso questa crescita può prevedere diversi sentieri, tra cui la costruzione di delivery networks e l’istituzione di collaborazioni strategiche. Per quanto riguarda la filantropia come “facilitatore di innovazione sociale”, uno dei migliori modi attraverso il quale essa può fungere da forza di innovazione è appunto attraverso collaborazioni strategiche, sia attraverso supporto diretto, sia indiretto. Il mio report per EFC e DAFNE (Enlarging the Space for European Philanthropy (Brussels: EFC and DAFNE,16 gennaio 2018)) tratta dell’importanza dell’emersione di investimenti sociali e di pratiche di venture philantrophy come strumenti diretti per la facilitazione della crescita filantropica nel campo dell’innovazione sociale. Il report evidenzia le nuove azioni a livello europeo volte a supportare l’imprenditoria sociale, e descrive le barriere che in alcune nazioni limitano l’operato delle organizzazioni filantropiche, impedendo loro di essere pienamente coinvolte nel sostegno ai progetti socialmente innovativi.

Un esempio interessante della visione sopra citata di supporto indiretto all’innovazione sociale si può trovare in Irlanda, dove il governo ha creato il Fondo per l’Innovazione Sociale Irlandese (SIFI) nel 2013. Il SIFI è il fondo di venture capital del settore dell’innovazione sociale il cui obiettivo è di individuare e sostenere soluzioni innovative che affrontino problematiche sociali critiche in Irlanda. Ogni euro donato per mezzo della filantropia privata è incrementato di un euro da parte del Department of Rural Affairs and Community Development attraverso il Dormant Accounts Funds (fondo derivante dai conti dormienti, ndr). In questo modo lo Stato e il settore non-profit lavorano assieme per la creazione di un ambiente favorevole all’innovazione sociale.


Le tendenze che emergono sul fronte della filantropia richiedono che la società civile acquisisca competenze specializzate, affinchè la propria azione si efficace. Ma in un sistema più competitivo, le organizzazioni minori potrebbero rimanere indietro. Un problema, questo, che rischia di essere aggravato dall’avvento di una filantropia trans-nazionale, per cui le organizzazioni si troveranno a affrontare l’ulteriore competizione di organizzazioni provenienti da nazioni dove la filantropia è più sviluppata. Lei condivide questa preoccupazione? Quali interventi potrebbero prevenire tale rischio?

La filantropia è in continua evoluzione
, e questa è una cosa buona! L’importanza di far parte di una rete europea, capire come cambiano le leggi e quali siano le best practices sono elementi particolarmente importanti per le organizzazioni filantropiche, a prescindere dalla loro dimensione o dalla giurisdizione su cui sono fondate. Per questo obiettivo, organismi rappresentativi quali l’European Foundation Centre (EFC) e DAFNE (the Donors and Foundations Network in Europe) offrono opportunità eccellenti ai propri membri per restare aggiornati sui cambiamenti di leggi e normative fiscali e sulle nuove tendenze nel philanthropy giving. Perciò, in Italia, l’Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio (ACRI) e Assifero (Associazione Italiana delle Fondazioni ed Enti della Filantropia Istituzionale) sono entrambe membri del DAFNE e sono pertanto inserite in questa importante rete di donatori, che copre 26 Paesi. La filantropia transnazionale e la libera circolazione della filantropia vanno incoraggiati, non temuti. Il mio report per EFC e DAFNE ha riscontrato che gli ostacoli legali e fiscali rappresentano più di una minaccia per il philanthropy giving: “Questi ostacoli possono assumere molte forme, da legislazioni restrittive in materia di finanziamenti esteri a cambiamenti nella legislazione fiscale a oneri amministrativi aggiuntivi (i quali aumentano significativamente il costo e il tempo di effettuazione di una donazione), oltre a ostacoli per i flussi finanziari transnazionali, addirittura all’interno dell’UE. Gli effetti pratici di questi ostacoli sono tali da rendere proibitivi i costi delle donazioni di piccola entità, tanto che esse non vengono più effettuate, tagliando così fuori le fondazioni minori dal grant-making internazionale. Ma anche per le fondazioni maggiori, che riescono a sostenere tali costi, lo slancio filantropico potrebbe scemare.


Quali sono le peculiarità della filantropia europea?

La filantropia europea ha un propria peculiare connotazione e una ricca storia
. Date le differenze nella cultura, nei sistemi legali, nelle condizioni economiche e politiche, e senza contare le diverse legislazioni fiscali, l’approccio alla filantropia non è armonizzato, e non dovrebbe esserlo per forza! Non esiste un ritratto univoco del filantropo o del donatore europeo, come non esistono modelli dominanti. Nel 2008, Norine MacDonald e Luc Tayart de Borms hanno identificato, nello stduio Philanthropy in Europe: A rich past, a promising future (2008, Alliance Publishing Trust), quattro differenti modelli di filantropia europea:

1. Il modello anglosassone, dove le organizzazioni della società civile (CSOs) sono considerate un contrappeso del governo;
2. Il modello del Reno, che al contrario, prevede una forma di “corporativismo sociale”;
3. Il modello latino/mediterraneo, dove la chiesa è responsabile della carità e lo Stato della fornitura di servizi;
4. Il modello scandinavo, basato su un sistema previdenziale robusto ma con una forte tradizione di volontariato

Un ulteriore aspetto della filantropia europea è la concentrazione del capitale, soprattutto per via della presenza di grandi fondazioni di impresa: le fondazioni tedesche costituiscono un terzo della spesa complessiva delle fondazioni europee (la Fondazione Bosch da sola detiene risorse per il valore di 5 miliardi di euro). In Italia, le casse di risparmio, istituite negli anni Novanta, detengono la metà degli asset filantropici italiani, che equivalgono al 21% del totale europeo.


Può dirci qualcosa in più a proposito dei recenti cambiamenti della filantropia in Italia?

L’Italia è un Paese interessante relativamente alla filantropia, per molteplici motivi. Esistono distinzioni importanti tra l’Italia e altri Paesi europei, anche per via dell’esistenza di 88 fondazioni di origine bancaria (un numero previsto dalla legge). L’introduzione delle fondazioni di comunità, a partire dagli anni 2000, ha creato un nuovo meccanismo filantropico che conta, oggi, oltre 27 fondazioni, molte delle quali fondate o supportate dagli enti locali o da fondazioni più grandi.

Inoltre, stanno emergendo nuove forme di filantropia comunitaria. Concentrandosi sugli asset locali, queste attività stanno facendo un uso creativo delle proprie risorse, invece di dedicarsi alla strada forse più tradizionale che consiste nella ricerca di donazioni e nell’erogazione di contributi. Per esempio, la Fondazione di Comunità di San Gennaro, fondata nel 2016, sta utilizzando il patrimonio artistico delle Catacombe di San Gennaro e la street art come strumenti per il cambiamento della società (cfr Andrew Milner, The State of European Philantropy, Alliance Magazine, gennaio 2017).

Sul fronte legislativo, l’Italia negli ultimi anni ha avviato un processo di riforma della normativa sul Terzo settore, in particolare con l’approvazione della Legge n. 106 del 6 giugno 2016 (Riforma del Terzo settore) e del Decreto legislativo n. 117 del 3 luglio 2017 (Codice del Terzo settore). Quest’ultimo introduce una riforma completa del sistema legislativo e di tassazione applicabile alle organizzazioni operanti nel Terzo settore (definite come “enti del Terzo settore”). Tuttavia, l’entrata in vigore delle innovazioni principali previste da questa riforma (quali, per esempio, il nuovo regime opzionale di tassazione o l’abrogazione del decreto ONLUS) è soggetta all’autorizzazione della Commissione europea, che non è ancora stata ricevuta. Considerando l’Edelman Trust Barometer del 2018, che indica un ulteriore declino della fiducia nei confronti delle ONG italiane (scesa dal 13% fino al 46% nel 2018), è auspicabile l’istituzione di un framework legale solido che garantisca sicurezza ai donatori.


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