TERZO SETTORE /
Il non profit in Italia, tra sfide e opportunità
Vi raccontiamo gli spunti più interessanti emersi nel corso del convegno organizzato dall’Istat per discutere dei dati del Censimento sul non profit
17 aprile 2014

Il 16 aprile si è svolto a Roma il convegno “Il non profit in Italia. Quali sfide e quali opportunità per il Paese”, organizzato dall’Istat per discutere dei dati emersi nel corso del Censimento sulle Istituzioni non profit

L’evento ha rappresentato un momento importante per l’Istituto nazionale di statistica, come testimoniano anche le parole del Presidente facente funzione dell’Istat, Antonio Golini. Dando il benvenuto ai partecipanti Golini ha tenuto a sottolineare che “i dati del Censimento rivelano come il non profit sia il settore più dinamico di tutta la struttura produttiva del nostro Paese”, e come pertanto sia importante capirlo nelle sue diverse sfaccettature.

Di seguito vi segnaliamo gli spunti più interessanti emersi nel corso della giornata di lavori. Per una maggiore comprensione delle questioni discusse, spesso molto complesse e non riassumibili facilmente in poche battute, si rimanda agli abstract e alle presentazioni già messe a disposizione dell'Istat. Si segnala che presto saranno online anche le registrazioni video dell'intero evento.


Poletti: andare oltre il binomio Stato-Mercato

I lavori dell’evento sono stati aperti dal Ministro del Lavoro e del Welfare Giuliano Poletti che ha indicato come il tema proposto dal convegno rappresenti “un’opportunità per dare vigore ad una visione nuova dell’Italia, in cui nessuno sia costretto a stare a casa senza avere niente da fare”. In questo senso “tutte le politiche del governo Renzi dovranno avere come obiettivo lo sviluppo di condizioni che permettano la crescita del protagonismo dei cittadini in qualsiasi forma, sede o momento della vita”. “Se non saremo capaci di costruire strutture sociali e culturali che permettano una nuova interconnessione tra cittadini” ha affermato Poletti “il rischio è lo sviluppo di un individualismo ancora più cinico ed egoistico di quello che abbiamo conosciuto negli anni passati, ed è per questa ragione che dobbiamo voler bene al pluralismo delle forme”.

Poletti ha quindi sottolineato come la classica visione binaria Stato-Mercato oggi appaia più che mai inadeguata per affrontare le questioni cruciali che ci troviamo davanti ed è per questo che il governo “è convinto che un’altra strada, una strada di mezzo, già ci sia e si possa percorrere”. Bisogna in questo senso smettere di pensare che il non profit si trovi nel limbo tra Stato e Mercato e abbia il solo compito di rimediare ai fallimenti dell’uno o dell’altro, ma al contrario esso “è una parte costitutiva della società. E se non si inizia a considerarla come parte strutturalmente integrata nell’organizzazione sociale ed economica rischiamo un disastro”. “Una società che integra queste tre dimensioni (Stato, Mercato e Terzo settore, nda) può essere senza dubbio più inclusiva, efficiente ed efficace” ma è prima di tutto necessario “immaginare dinamiche che ci permettano di affrontare e valorizzare le novità che si sviluppano nella società”. Perché questo accada, ha sottolineato Poletti, bisogna però capire che è giunto il momento di “andare oltre le bandiere”, di prendersi il rischio di pensare, di confrontarsi, e togliersi le bende dell’ideologia “che per tanti anni sono state davanti ai nostri occhi”.

“Il governo” ha concluso Poletti “non può cambiare la realtà", ma può creare strumenti per scommettere su quelle forze che oggi rappresentano un surplus per il Paese, può "realizzare nuovi meccanismi di relazioni che superino il binomio Stato-Mercato”. Serve tuttavia “cavarsi dalla testa l’idea riparatoria che ci ha contraddistinto per tanti anni e passare a un’idea costitutiva e creativa”. In questo senso “il lavoro dell’Istat ci mette nelle condizioni di capire qual è lo stato delle cose permettendoci di pensare meglio dove stiamo andando. Noi dobbiamo riuscire a comparare ciò che accade con quello che vorremmo accadesse per costruire strumenti adeguati ad affrontare le sfide del presente”.


Come sono cambiate le istituzioni non profit

Dopo l’introduzione del ministro Poletti Andrea Mancini, già Direttore del Dipartimento per i Censimenti dell’Istat, ha introdotto la sessione plenaria “Struttura e dinamica del non profit in Italia” presentando alcuni dei principali dati del Censimento per individuare le dinamiche più interessanti che contraddistinguono il non profit nel nostro Paese. Il primo approfondimento di questa sessione è stato curato da Gian Paolo Barbetta, Università Cattolica del Sacro Cuore, Franco Lorenzini dell’Istat e dallo stesso Mancini, che hanno presentato un’analisi relativa ai cambiamenti demografici delle Organizzazione non profit (ONP) avvenuti tra il 2001 – data delle precedenti rilevazioni sul non profit – e il 2011, mettendo a confronto crescita interna, natalità e mortalità delle ONP nei diversi settori di attività e aree territoriali.

Nel 2001 vennero rilevate all’incirca 235mila istituzioni attive, mentre nel 2011 questo numero è arrivato a 302mila organizzazioni. Sarebbe tuttavia un errore leggere questo dato e considerarlo un mero aumento numerico. Sottraendo alle ONP nate quelle cessate, ed aggiungendo quelle che non erano state rilevate nel 2001, si scopre che le organizzazioni negli ultimi 10 anni sono sì cresciute notevolmente, ma si sono anche rinnovate moltissimo (il tasso di turnover è pari al 111.6%). E’ questa dinamicità interna alle organizzazioni a rappresentare certamente uno degli elementi più interessanti di cui tener conto.

Sul fronte del personale, sempre tenendo conto della crescita interna (saldo tra personale delle nuove ONP, delle ONP cessate e delle ONP non rilevate nel 2001) si rileva oggi come il non profit dia lavoro a 957mila addetti (erano poco più di mezzo milione 10 anni fa). Il dato interessante in questo senso riguarda tuttavia la distribuzione degli occupati: le “organizzazioni storiche”, ovvero le ONP esistenti già nel 2001, impiegano infatti circa tre quarti degli addetti, mentre solo un quarto è impiegato nelle nuove organizzazioni. Negli anni tra il 2001 e il 2011 le nuove organizzazioni paiono non essere state in grado di strutturarsi come le ONP “storiche”, che continuano a impiegare la quota largamente maggioritaria degli addetti. La crescita del personale è pertanto prevalentemente interna alle organizzazioni pre-esistenti il 2001, e il contributo delle nuove istituzioni è rilevante ma non determinante. (Per approfondire: clicca qui per vedere le slide usate nel corso della presentazione oppure clicca qui per scaricare l’abstract).


Il peso crescente delle partnership pubblico-private

Giovanna Rossi dell’Università Cattolica di Milano ha usato i dati Istat per identificare i processi reticolari che contraddistinguono le istituzioni non profit. Rossi si è concentrata in particolare sulle partnership sociali, ovvero forme di collaborazione emergenti che mettono insieme pubblico, privato e terzo settore per fornire servizi alla persona attraverso lo sviluppo di progetti multidimensionali comuni non perseguibili autonomamente dalla singole realtà.

Le istituzioni non profit che attuano partnership sono il 32.2%. Pur non essendo un comportamento non-maggioritario secondo Rossi questo fenomeno possiede una consistenza molto significativa. Rossi ha spiegato come le partnership rappresentino forme mature di appartenenza elettiva nei servizi alle persone e nelle pratiche complesse, che permettono di reinventare i modi in cui prende concretezza il legame sociale che esprime appartenenza alla comunità. Le partnership in quest’ottica rappresentano pratiche sussidiarie capaci di determinare l’incremento del capitale sociale delle comunità locali, ovvero un aumento della fiducia, della reciprocità, della collaboratività (Clicca qui per scaricare la presentazione oppure clicca qui per scaricare l’abstract).


Servizi alla persona: il non profit sta sostituendo il settore pubblico?

Fabrizio Antolini, Università degli Studi di Termano, ha presentato un approfondimento volto a capire se le organizzazioni non profit e le imprese private stiano progressivamente prendendo il posto delle istituzioni pubbliche sul fronte della fornitura dei servizi alla persona.

I risultati presentati da Antolini dicono che a livello generale non si sta assistendo a un effetto sostituzione, ma anzi sono diversi i casi in cui si evidenzia una maggiore complementarietà dei servizi tra pubblico, privato e terzo settore. In particolare sembra emergere un cambiamento nel settore dei servizi – ad esempio per quel che riguarda l’assistenza sociale non residenziale - in cui si rileva una maggior collaborazione tra i diversi soggetti operanti in tale ambito.

Di fronte a questa dati Antolini si è chiesto se non sia già in fase di realizzazione una parte delle ipotesi presentate dal Ministro Poletti nella prima parte del convegno. Questo significa, quanto meno in alcune parti del Paese, il passaggio dal welfare state alla cosiddetta welfare society (clicca qui per la presentazione oppure clicca qui per l’abstract dell’intervento).


Il non profit tra sfide e opportunità

A conclusione della sessione plenaria Carlo Borzaga, Università degli Studi di Trento, ha moderato una tavola rotonda composta da Pietro Barbieri, portavoce del Forum Terzo Settore, Stefano Zamagni, Università di Bologna, Luigi Bobba, sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Antonio Tajani, vice presidente della Commissione Europea. La discussione ha prevalentemente riguardato il ruolo che le diverse istituzioni, nazionali ed europee, hanno assunto e potrebbero assumere a sostegno del non profit.

Zamagni ha colto l’occasione per lanciare una provocazione. “Chiudendo l’Agenzia per il Terzo Settore il governo dell’epoca ha compiuto l’errore più grande che si potesse fare” privando il non profit di uno strumento importantissimo. Di fronte alla crescita impressionante del settore non profit registrata dal Censimento appare infatti indispensabile la presenza di un ente che possa in qualche modo regolare questo ambito.“Oggi c’è troppa ipocrisia: si recitano le litanie del terzo settore ma se ne limita la crescita dal punto di vista occupazionale e, soprattutto, espressivo”. Zamagni ha quindi invitato il nuovo esecutivo a prendere provvedimenti in questo senso, indicando anche alcuni elementi che dovrebbero caratterizzare il nuovo ente che si dovrebbe occuparsi Terzo Settore: essere parte terza indipendente da pubblica amministrazione e soggetti privati; avere potere di ispezione e potere sanzionatorio (poteri di cui non era dotata la precedente Agenzia; possedere gli strumenti per dirimere i contenziosi tra le organizzazioni non profit.

Antonio Tajani ha quindi ricordato come la Commissione UE in questi anni abbia preso sempre più sul serio il non profit in quanto “realtà sociale, ma anche imprenditoriale che in Europa è sempre più grande e sviluppata”. Tajani ha sottolineato come dopo il Trattato di Lisbona la stella polare dell'UE è l’Economica sociale di mercato, e come in quest’ottica non si possa certo non tener conto del non profit. In questi anni sono state sviluppate numerose iniziative, come la creazione della Social Business Initiative, che hanno fornito un quadro europeo più favorevole alle ONP, ma i risultati ottenuti sono parziali ed è pertanto necessario che la “nuova Commissione porti a termine il lavoro avviato in questi anni”.

Luigi Bobba ha sottolineato come la situazione presenti una finestra di opportunità che occorre cogliere. Il pubblico ha infatti l’opportunità di riconoscere la non-marginalità del terzo settore, al quale deve essere data la possibilità di dotarsi degli strumenti adeguati per affrontare le sfide del presente. Secondo Bobba sono tre le strade attraverso cui si potrà attuare questo avvicinamento tra settore pubblico e mondo non profit: il riordino della legislazione civilista che si occupa di non profit ed in particolare degli schemi in cui si colloca l’impresa sociale; la definitiva stabilizzazione del 5x1.000; l’avvio del Servizio civile universale, che potrebbe rappresentare una risposta ai tanti bisogni inascoltati della società, come ad esempio quelli che vengono dai neet.


Economia sociale, coesione territoriale e volontariato

Nel pomeriggio il convegno si è strutturato su tre sessioni parallele. Nella prima “Verso un orizzonte più ampio. La misurazione dell’economia sociale” si è discusso della nozione stessa di “economia sociale”, delle attività economiche che rientrano in tale quadro di riferimento, nonché delle dimensioni e dei quadri statistici emergenti a partire dalla definizione individuata (scarica l’abstract della sessione I).

Nella seconda - “Genere, territorio e coesione sociale: valori aggiunti” - si sono confrontate posizioni divergenti circa il ruolo assunto dalle ONP nel nostro Paese, il problema della definizione dei confini del settore, la distribuzione delle funzioni rispetto a Stato e Mercato, l’eterogeneità delle organizzazioni che rientrano sotto il cappello “non profit” (scarica l’abstract della sessione II).

Nella terza - “L’azione volontaria delle istituzioni non profit italiane” - si è cercato di fornire un quadro informativo ufficiale, affidabile e articolato del volontariato italiano, illustrandone le peculiarità e le dimensioni in base a diversi indicatori (scarica l’abstract della sessione III).


Riferimenti

Il programma del Convegno, gli abstract e le presentazioni dei diversi interventi  

Il sito dedicato al Censimento delle istituzioni non profit

Alcuni dati sulle istituzioni non profit nel nostro Paese


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Lorenzo Bandera | 29.04.2014
Gentile Francesco, non parliamo del dato che lei segnala semplicemente perché non abbiamo partecipato alla sessione parallela in cui è intervenuto Cotturri. Detto questo, se avesse voglia di parlare più approfonditamente di questa questione le lascio la mia mail: lorenzo.bandera@secondowelfare.it
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francesco gatti | 28.04.2014
Veramente c'è un dato di grande interesse e problematicità che emerge da questa nuova ricerca e voi non menzionate. Riguarda la mission delle organizzazioni non profit, cui si riferisce la domanda 30 del questionario e i cui risultati sono stati presentati dal prof. Cotturri nella sua relazione (http://www.slideshare.net/slideshow/embed_code/34018666?rel=0). La domanda è stata inserita dopo anni di richieste e riflessioni da parte di diversi autorevoli ricercatori. Da questa risulta che meno della metà (143.000 su 301.000) delle organizzazioni censite ha erogato nell'anno precedente servizi alla persona, intesi come "servizi rivolti alla collettività in generale". di queste, 40 mila prestano servizi solo ai propri soci, e dunque a una fetta molto selezionata della collettività. L'altra metà infine fa probabilmente capo a quell'insieme di palestre, ristoranti e perfino fondi pensione che stanno in modo furfantesco sotto l'etichetta non-profit e dovrebbero invece figurare in altre categorie, con annessi carichi fiscali. Sono tra l'altro dati che confermano inequivocabilmente le riflessioni e le tesi esposte dal prof. Giovanni Moro nel suo ultimo libro "contro il non-profit". Se i dati sulle organizzazioni che svolgono "attività rivolte alla collettività in generale" sono questi, l'immagine del terzo settore come un'armata del bene in continua crescita dovrebbero essere ridiscusse e penso che una seria autocritica dovrebbe essere fatta da chi acriticamente per anni ha riportato dati raccolti in modo approssimativo. a quale scopo questa superficialità? Forse per coprire il rumore di uno Stato sempre più debole con gli squilli di tromba della "società civile" che fa da sola? e perchè dal vostro ricco articolo manca proprio questo piccolo particolare, che da solo cambia i connotati dell'oggetto della ricerca? saluti
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adolfo fuser | 23.04.2014
Articolo interessante, per dare "sostanza" all'economia sociale e fotografarne il trend.
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