TERZO SETTORE / Fondazioni
Ipotesi-guida per l'avvio di comunità di apprendimento
Quali sono le strade più efficaci per attivare un gruppo ampio di soggetti diversi e aiutarli a condividere saperi? Lo spiega Graziano Maino
01 novembre 2018

Nell’ambito del Bando "Capitale naturale. Connessioni ecologiche e servizi ecosistemici per la tutela della biodiversità", promosso e finanziato da Fondazione Cariplo, con Marco Cau siamo impegnati nell’accompagnare l’attivazione della comunità di pratica e di apprendimento costituita dai partecipanti che promuovono i cinque partenariati territoriali impegnati sul campo. L’obiettivo del Bando Capitale naturale, che si sviluppa tra la metà del 2018 e la metà del 2021, è la diffusione e il consolidamento di servizi ecosistemici e la sperimentazione di modalità di pagamento per tali servizi.

Insieme alle realizzazioni dei progetti finanziati nei territori di intervento - coinvolgendo comuni, enti gestori di parchi, enti di ricerca e altri soggetti di tutela e difesa dell’ambiente che hanno costituito le partnership di progetto - i partenariati sono chiamati a collaborare fra loro per condividere le pratiche e per sviluppare, rielaborando le esperienze sul campo, nuove conoscenze. Di qui un percorso di animazione, organizzazione e accompagnamento della comunità di pratica e apprendimento che si è costituita, percorso che prevede un calendario di incontri in plenaria, periodici seminari online di monitoraggio, raccordo e programmazione, e la produzione finale di un testo che documenti le esperienze, gli apprendimenti e lo sviluppo di pratiche disseminabili.

Diverse le domande intorno all’avvio di una comunità di pratica e di apprendimento. Come attivare un gruppo ampio di soggetti diversi e aiutarli a condividere saperi? Come affrontare problematiche simili, in contesti con caratteristiche non sempre assimilabili, sviluppando esperienze specifiche e al tempo stesso prendendo in considerazione punti di contatto importanti? Come sostenerne l’operosità e l’efficacia, senza sovraccaricare i gruppi di lavoro già impegnati nelle loro attività-obiettivo?

Mettere in funzione una comunità di pratica non è una operazione che si fa “su”, ma si fa “con”. Si tratta di un “come” che sta nelle mani di chi è chiamato a facilitarla e animarla, ma che è anche (soprattutto?) nelle mani di chi vi partecipa, la estende invitando a partecipare, la sostiene con i propri apporti. In questo sforzo - collettivo e supportato da figure di facilitazione - si possono identificare alcuni epicentri di attenzione. Ne segnaliamo quattro (sintetizzate nella figura 1), ma il discorso non è chiuso.

1. Coinvolgere
In avvio si tratta di promuovere il coinvolgimento dei/lle partecipanti. Si tratta di un lavoro in progress (per più ragioni, ci ritorneremo). Tra le accortezze, intravediamo l’importanza di accogliere le persone e di farle sentire accolte, con il bagaglio di esperienze, idee e domande che portano con sé. Si tratta poi di riconoscere, cioè di ricercare, quanto di utile può venire messo a disposizione da ciascuno: si tratta di una ricerca collettiva, paziente e creativa (non prefigurabile millimetricamente in sede di progettazione del lavoro comune).

Una ulteriore accortezza che impegna chi facilita e chi via via si aggrega alla comunità di pratica è favorire la partecipazione, un passaggio più sfidante rispetto al far parte di un gruppo: la domanda è come sentirsi parte, senza sentirsi forzati? La varietà di proposte/possibilità da contemplare per dare apporti non può essere scarna né rigidamente predefinita. In qualche modo ci sembra che vada assicurato che le porte di ingresso (e di uscita, e di rientro) rimangano aperte, così che sia legittimata la partecipazione di quanti sono interessati da e alla comunità di pratica.

Riguardo al coinvolgimento vale la pena sottolineare due accortezze: è importante offrire alle persone invitate a partecipare al percorso un disegno generale sufficientemente tracciato da essere comprensibile, sufficientemente aperto da essere modellabile; è auspicabile allestire spazi di lavoro che consentano di lavorare in coerenza con le intenzioni di coinvolgimento, scambio e reciprocità che costituiscono una coordinata metodologica della comunità di pratica e di apprendimento.

2. Condividere
Una comunità di pratica è un gruppo fluido, a maglie larghe, che mette reciprocamente a disposizione esperienze e conoscenze, che interagisce con ondeggiamenti inevitabili. È uno spazio (fisico e virtuale) che consente di raccontare (porzioni di) quello che si fa e di raccontarsi in quello che si fa e si affronta. Una comunità di pratica non solo condivide e riflette sull’operatività, ma scambia anche qualcosa di importante di quello che le persone che vi sono implicate portano nel proprio bagaglio di saperi. Si tratta dunque di allestire - con gradualità - contesti di incontro che favoriscano lo scambio e la messa in comune di esperienze e conoscenze.

3. Confrontare
Ma anche trovarsi e mettere in comune non basta. Il materiale messo in circolo può essere investigato, le attività presentate suscitano osservazioni e collegamenti inaspettati. Si tratta di favorire considerazioni sulle ipotesi che guidano l’azione, sulle cornici interpretative e sulle condizioni di contesto che determinano la complessità degli interventi e le caratteristiche degli esiti. Una comunità di pratica, guadagnato il grado di fiducia necessario, consente di confrontarsi sulle difficoltà, di ripensare le posizioni assunte dai soggetti in campo, di socializzare saperi taciti, esperienziali, non (ancora) formalizzati. In una comunità di pratica che ha raggiunto una buona funzionalità vengono messi a disposizione i trucchi del mestiere.

4. Sviluppare
Se le cose funzionano (e non sempre funzionano) una comunità di pratica diventa una comunità di apprendimento. Il gruppo consente che vengano formulate domande che premono alle persone e ai gruppi di lavoro, messi sul tavolo problemi, e che questi siano oggetto di ingaggio per le persone coinvolte. Sono le questioni concrete che interessano nel vivo dell’operatività, nella complessità delle scelte ad occupare lo spazio/tempo di lavoro di chi partecipa la comunità.

Scaturisce dalla fiducia e dall’investimento una comunità orientata a comprendere e a condividere quanto viene immesso nel suo perimetro: attività, problemi e apprendimenti. Se una comunità di pratica raggiunge un buon grado di funzionalità si esprime in forma di cooperazione interdipendente una preziosa intelligenza collettiva. Come sottolinea Mulgan (2018, p. 5): “ogni organizzazione ha bisogno di maggiore consapevolezza riguardo ai modi con cui osserva, analizza, ricorda e crea, e al modo in cui impara dalla pratica: correggendo errori, adottando nuove categorie quando quelle vecchie non funzionano e, talvolta, inventando modi di pensare completamente nuovi”.


Figura 1 - Ipotesi-guida per avviare una comunità di apprendimento


C’è qualcosa che chi facilita può fare?

Non c’è limite alle possibilità di lettura delle specificità dei contesti e all’ingegno negli interventi per promuovere l’attivazione e la partecipazione. Di seguito alcuni spunti per come li stiamo osservando configurarsi dal lavoro sul campo:

  • ci è sembrato che sia efficace favorire i contatti con gradualità, assicurando diverse opportunità di interazione, sia attraverso canali già a disposizione delle persone coinvolte, sia proponendo di sperimentare nuove modalità di contatto (di qui l’uso di una newsletter e di uno spazio per la scrittura e l’archivio condiviso su web, e l’utilizzo di una piattaforma open source per le videoconferenze di raccordo, monitoraggio e progettazione di dettaglio delle attività);
  • un secondo aspetto che notiamo utile e da curare riguarda la documentazione e il racconto in progress del lavoro che viene svolto: poter leggere le molteplici evoluzioni di una comune esperienza aiuta a ri/considerare le direzioni intraprese, gli ostacoli da affrontare (analoghi o discordanti) e i risultati via via conseguiti;
  • un terzo aspetto che impegna chi ha il compito di facilitare e affiancare attiene alla raccolta e alla disponibilità delle informazioni e delle produzioni esito del lavoro comune: si tratta di assicurare accessibilità e rintracciabilità dei materiali che nascono nella/dalla comunità di pratica (il deposito in cloud dei materiali prodotti consente di riprendere ciò che può essere utile per interventi e rilanci nei territori);
  • una quarta attenzione mira a valorizzare quello che accade nell’ambito della comunità: si tratta di favorire la focalizzazione sul lavoro in corso, su quanto viene proposto, chiesto o offerto nel perimetro di attività. E qui, ancora una volta, vengono in aiuto le tecnologie digitali che possono favorire la collaborazione, le conferenze online sono momenti che aiutano a mantenere connesse persone e network già molto sollecitati dalle attività correnti.


Riflessioni conclusive

Volendo riepilogare, tre sono le finalità del lavoro collettivo che guidano persone e organizzazioni coinvolte, e noi che siamo impegnati nell’animazione/accompagnamento della comunità di pratica e di apprendimento:

  • favorire confronti fra le esperienze di realizzazione e di governo/governance dei progetti finanziati dal Bando Capitale naturale;
  • promuovere supporto reciproco fra partenariati impegnati in territori diversi della Regione Lombardia (pedemontani, di pianura, lacustro-fluviali);
  • imparare dalle realizzazioni dei progetti come promuovere il riconoscimento del valore dei servizi ecosistemici per lo sviluppo e la conservazione del capitale naturale, come sperimentare produttive applicazioni di pagamenti ecosistemici (Masiero et al., 2017), come sensibilizzare e attivare interlocutori e comunità verso la cura dei beni naturali comuni.

Per questo la comunità di pratica ha individuato obiettivi concreti per orientare l’auto-organizzazione del proprio tracciato di lavoro: condividere le implementazioni dei progetti finanziati, identificare ed esaminare i punti di forza e di criticità, sviluppare competenze e tecniche di intervento, condividere soluzioni pratiche, rafforzare il capitale sociale e relazionale dei partenariati, diffondere gli apprendimenti conseguiti. Obiettivi concreti che a loro volta costituiscono una dimensione nella quale sviluppare pratiche condivise e generare nuovi apprendimenti.


Riferimenti
Mulgan G., Big Mind. L’intelligenza collettiva che può cambiare il mondo, Codice edizioni, 2018.
Promoting adult learning in the workplace, in Final report of the Education and Training 2020 Working Group 2016–2018 on Adult Learning, European Union, 2018.
M. Masiero, A. Leonardi, R. Polato e G. Amato, Pagamenti per Servizi Ecosistemici. Guida tecnica per la valorizzazione dei servizi idrici, Etifor, 2017.

 


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