TERZO SETTORE /
Puntare sulla coesione sociale: un approccio diverso per affrontare i problemi del Sud
31 luglio 2013

Come si può risolvere lo squilibrio economico esistente tra Nord e Sud del Paese? Una domanda vecchia quanto l’Italia, che negli anni ha ricevuto così tante risposte - più o meno convincenti, scarsamente efficienti e quasi mai efficaci - da essere ormai percepita con distacco e un palese senso di rassegnazione dalla maggior parte degli osservatori. Da tanti ma non da Carlo Borgomeo, Presidente della Fondazione CON IL SUD, che ha recentemente dato alle stampe “L’equivoco del Sud”, volume che, oltre a fornire alcune risposte audaci ed innovative, mette in dubbio l’assunto stesso della domanda: il nostro vero obiettivo deve essere quello di colmare il divario economico? Non esiste un’altra via per garantire lo sviluppo del Meridione?

Uno sguardo diverso, dettato dall’esperienza

Sindacalista, ricercatore presso il Censis, capo segreteria tecnica del Ministro del Mezzogiorno, amministratore di società pubbliche operanti nel Meridione, consulente per diverse realtà produttive e associative e, da ultimo, Presidente della Fondazione CON IL SUD. Sicuramente a Carlo Borgomeo - che recentemente ci ha concesso una lunga ed interessante intervista che vi invitiamo a rileggere - non sono mancate le occasioni per osservare la questione meridionale attraverso lenti e punti di vista diversi, che gli hanno permesso di sviluppare un pensiero articolato e innovativo ben descritto nel libro “L’equivoco del Sud” (Editore Laterza, 2013, p. 184).

Come spiega lo stesso autore, l’obiettivo di questo volume, breve ma estremamente intenso, denso di spunti e riflessioni, non è quello di raccontare organicamente il problema meridionale né quello di descrivere specificamente l’andamento delle politiche implementate a partire dal secondo dopoguerra. L’intenzione è, piuttosto, quella di offrire una chiave di lettura che possa permettere di guardare alle problematiche del Mezzogiorno in maniera nuova, prendendo in considerazione fattori normalmente tralasciati dalla letteratura meridionalista classica. Lo abbiamo letto e vi proponiamo di seguito alcune nostre impressioni.

Una politica quantitativa basata sull’offerta

Prendendo brevemente in esame le politiche per il Sud sviluppate negli ultimi sessant’anni, Borgomeo sottolinea come l’inefficacia dei provvedimenti attuati sia riconducibile anzitutto a una impostazione sbagliata del problema. L’obiettivo delle istituzioni è da sempre stato quello di colmare il gap esistente tra il Mezzogiorno e il resto del Paese in termini economici, avvicinando il Prodotto interno lordo del Meridione a quello del Nord.

L’intervento pubblico al Sud, basandosi su questo assunto, ha così seguito una logica meramente quantitativa, orientata a implementare modelli di sviluppo rivelatisi efficaci in altre parti del Paese – particolarmente interessante in questo senso è il capitolo dedicato al processo di industrializzazione “forzata” del primo dopoguerra -, ma incapace di tenere in considerazione le caratteristiche dei diversi territori interessati. Questo approccio, come dimostrano diversi indicatori, ha tuttavia ottenuto scarsi risultati e, anzi, in alcuni casi ha comportato più danni che benefici. Gli interventi per il Sud, spiega Borgomeo, si sono concentrati prettamente sull’offerta, determinando il rovesciamento di ingenti risorse dal Centro verso i territori senza che venissero presi in considerazione le reali necessità di questi ultimi e/o senza che questi fossero messi in condizione di utilizzarli coerentemente.

Eppure di occasioni per cambiare rotta, come spiega l’autore in più punti del testo, ce ne sono state molte. Tanti meridionalisti - come Saraceno, De Rita, Viesti, Andreatta, Barca e Trigilia solo per indicare i più citati – e sociologi di fama internazionale – quali Sen, Porter, Kramer, Myrdal e Ostrom – hanno rispettivamente proposto tentativi di innovazione e riflessioni importanti nel corso degli anni. La politica, tuttavia, raramente ha colto queste provocazioni, mantenendo salda l’attenzione sul divario del Pil e sul conseguente trasferimento di risorse quale unica via per garantire lo sviluppo del Meridione.

E anche quando sono stati realizzati tentativi di ripartire dalle domande dei territori – nel testo sono ben descritti le esperienze fatte col Piano triennale di intervento, le Missioni di sviluppo e i Piani territoriali – la classe dirigente, tanto nazionale che locale, si è rivelata incapace di cogliere le potenzialità di questi nuovi approcci. Significativo in questo senso è l’uso dei fondi messi a disposizione dall’Unione Europea che, se e quando utilizzati, sono e sono stati destinati alla realizzazione di progetti magari non necessari, non prioritari, ma intrapresi per il solo fatto di essere sovvenzionabili attraverso le linee di finanziamento garantite dall’UE.

Cambiare l’approccio: ripartire dalla coesione sociale

L’impostazione sopra descritta considera la crescita economica come fattore antecedente lo sviluppo della coesione sociale all’interno dei diversi territori, e vede nell’implementazione di misure di welfare una sorta di risarcimento offerto ai cittadini a fronte degli effetti distorsivi legati alla crescita stessa. Proprio per questa ragione, essendosi concentrati su colmare il divario in termini di Pil, si sono persi di vista altri e più drammatici divari esistenti tra Nord e Sud riguardanti i diritti di cittadinanza. Sul fronte dell’educazione, della formazione professionale, della sanità, dell’assistenza sociale e perfino nella fornitura di servizi essenziali come la distribuzione di energia elettrica e gas, il Meridione registra un ritardo per certi versi più grave di quello economico.

Per quanto riguarda l’educazione, ad esempio, come ben descritto anche all’interno del rapporto “La crisi sociale del Mezzogiorno” curato dal Censis, l’abbandono prematuro degli studi, il rendimento scolastico complessivo e l’incidenza dei Neet (giovani che non lavorano e non studiano) presentano tassi molto al di sopra della media italiana. Le ragioni di queste differenze, secondo il Censis, non sono da ricondurre alla mancanza di risorse ma piuttosto, come sottolineato a più riprese da Borgomeo, all’errata allocazione delle stesse. Anche se nelle Regioni meridionali la spesa pro capite destinata all’istruzione e alla formazione è maggiore rispetto a quella delle altre aree del Paese (1.170 euro al Sud contro i 937 del Centro-Nord) si registra comunque un divario notevole. Tra la popolazione tra i 25 e i 39 anni, ad esempio, il tasso di coloro che hanno al massimo la licenza media è pari al 39.2% al Sud, mentre è pari al 28.5% al Nord e al 26.5% al Centro.

Un altro settore in cui è individuabile un ampio divario tra Nord e Sud è quello della sanità. E’ infatti significativo che tutte le Regioni meridionali, ad eccezione della Basilicata, non rispettino i livelli essenziali di assistenza. Al Nord, ad esempio, sono presenti 8 posti letto per ogni 1.000 abitanti, al Sud appena 3. Parimenti, l'offerta sanitaria è considerata peggiorata negli ultimi anni da ben il 39.2% delle persone residenti nel Meridione. Non c’è quindi da stupirsi che una fetta consistente della popolazione meridionale che deve ricorrere al SSN scelga di “emigrare” verso altre Regioni per farsi curare. Lo fa il 20.8% dei calabresi e il 26% dei lucani, contro l’8.7% della media italiana.

Ed è proprio su queste dimensioni che, secondo Borgomeo, occorre intervenire per andare ad affrontare il tema della coesione sociale, da considerare non come un effetto ma come una premessa dello sviluppo. Solo risolvendo i gravi squilibri riguardanti i diritti di cittadinanza, che minano alla base la coesione sociale delle diverse aree territoriali, sarà infatti possibile ridurre il gap sempre più ampio tra Nord e Sud del Paese.

Il ruolo centrale del terzo settore

Le organizzazioni del terzo settore, grazie alle funzioni svolte all’interno del tessuto sociale e in forza della loro capacità di mobilitare le energie presenti nei diversi contesti in cui si trovano a operare, costituiscono una parte fondamentale per garantire la coesione sociale. Un capitolo del volume è dedicato proprio ad alcune esperienze del mondo non-profit che, con modalità diverse, incarnano questa capacità di favorire l’infrastrutturazione sociale. Realtà come la Fondazione comunitaria di Messina, la comunità di Polistena in Calabria, la rinascita delle Catacombe di San Gennaro a Napoli e, seppur in tono minore, la costruzione dell’auditorium di Ravello sulla costiera amalfitana, indicano una strada importante su cui indirizzare gli sforzi futuri.

Come argomenta Borgomeo all’interno del suo libro le politiche finora attuate nei confronti del Sud non hanno portato gli effetti sperati ma, anzi, in alcuni casi hanno determinato distorsioni che non hanno permesso ai territori di esprimere le proprie potenzialità. La discontinuità necessaria a cambiare l’approccio verso il Sud dovrà riguardare anzitutto la politica, chiamata a guidare il cambiamento attraverso strategie che tengano realmente conto dei bisogni dei territori ma che contemporaneamente si dimostri in grado di porsi obiettivi grandi, che non rischino di cadere nei particolarismi locali.

Allo stesso tempo le comunità, in particolare le organizzazioni del terzo settore, se poste nelle condizioni adeguate non dovranno avere paura di mettersi in gioco. Le tante esperienze descritte nel volume dimostrano come questa strada sia già stata intrapresa in alcune aree del Meridione, ma come nel contempo continui a servire una infrastrutturazione adeguata a sostenerle.

 

Riferimenti

Borgomeo (2013), L'equivoco del Sud. Sviluppo e coesione sociale, Laterza.

Censis (2013), La crisi sociale del Mezzogiorno

Intervista a Carlo Borgomeo: Il rilancio del Sud? Passa dalla società prima che dall'economia

Il sito della Fondazione CON IL SUD

 

Torna all'inizio 

 
NON compilare questo campo