PRIVATI / Aziende
Lavoro da casa. C'è, per pochi
Le buone pratiche di smart working sono ancora sconosciute a gran parte delle imprese, eppure i vantaggi per qualità della vita, ambiente e risparmi sono evidenti. Ecco la nostra prima inchiesta pubblicata su Buone Notizie
31 maggio 2018

Il 29 maggio sulle pagine di Buone Notizie, inserto settimanale del Corriere della Sera, è stata pubblicata la prima inchiesta curata da Percorsi di secondo welfare. Con un'analisi dedicata al tema dello smart working prende così il via la collaborazione che mensilmente garantirà la pubblicazione di articoli di contesto, approfondimenti e infografiche utili a comprendere meglio i grandi cambiamenti in atto nel welfare italiano. Di seguito vi proponiamo l'articolo firmato dal giornalista Davide Illarietti e l'infografica dai grafici del Corriere, realizzati grazie al supporto dei nostri ricercatori, mentre qui trovate l'approfondimento sul lavoro agile nelle pubbliche amministrazioni curato dalla nostra Elena Barazzetta.

Lo smart-working in Italia è un po’ come Vera Rosso
, 41 anni, mamma e ingegnere ambientale, quando lavora da casa: c’è, ma non lo dice in giro. Si isola. Nella sua cerchia di conoscenti e parenti pochi sanno che non è in ufficio, bensì seduta in salotto davanti al pc. «Se si spargesse la voce mi disturberebbero di continuo. E io devo lavorare» si giustifica a ragione. Su larga scala però, il mistero che ancora avvolge le buone pratiche, sconosciute a gran parte delle aziende, è un ostacolo sulla strada della conciliazione vita-lavoro. Lo dicono i numeri. Quelli sfornati nel 2017 dal Politecnico di Milano – dove è attivo l’unico Osservatorio scientifico sul tema, in Italia – fotografano un quadro in chiaroscuro: gli smart-worker nel nostro paese sono il 7 per cento della forza lavoro, in crescita costante ma lentissima (erano il 5 per cento nel 2012). Le solite classifiche europee ci strapazzano: in Scandinavia un impiegato su tre beneficia di accordi aziendali per bilanciare lavoro e vita privata (Danimarca in testa, al 37 per cento), la media Ue è del 18 per cento.

L’Italia è ultima in classifica e il ritardo - spiegano gli esperti – è figlio di una diffidenza culturale. A sentire gli smart-worker viene da chiedersi perché. Per cinque giorni al mese Rosso si sveglia la mattina, fa jogging, porta il figlio di 4 anni a scuola nel tempo che risparmia (mezz’ora circa) sul tragitto casa-lavoro. «Il resto della giornata lo passo collegata online ai colleghi in ufficio» spiega. «L’isolamento mi permette di concentrare meglio le energie. Il mio lavoro ne beneficia». La pensa così anche il 95 per cento dei manager intervistati dalla società di consulenze mantovana Variazioni, in un recente sondaggio che ha coinvolto 850 impiegati smart. Per ciascuno di essi, in media, il risparmio è stimato in 40 ore di tempo libero in più all’anno, e 135 kg di Co2 in meno emessi nell’ambiente, recandosi in ufficio un giorno in meno a settimana.
 

La diffusione dello Smart Working in Italia

Fonte: Buone Notizie - Corriere della Sera


Per le aziende invece la buona notizia (interessata, ma buona) si misura in denaro – 15 euro al giorno in meno a dipendente tra buoni pasto, indennità di trasferta, spese fisse – e in spazio: nel campione esaminato, le superfici occupate in ufficio sono passate in media da 23 a 17 metri quadri a dipendente. Il problema è che non basta. Dalla stessa indagine, emerge che le aziende si sentono «poco pronte da un punto di vista culturale» a introdurre un’organizzazione smart del lavoro, con differenze di pochi punti tra Nord e Sud. Non ci sono numeri che tengano, nemmeno quelli sulla maggior produttività – stimata in più 15 per cento a dipendente (fonte: Politecnico) – e le esperienze virtuose restano belle storie per addetti ai lavori. «Laddove sono stati introdotti, il remote-working e la flessibilità degli orari e degli spazi costituiscono un apprezzato strumento di welfare per i dipendenti, ma anche di innovazione aziendale» osserva Lorenzo Bandera del laboratorio Percorsi di Secondo Welfare, think-tank dell’Università Statale di Milano e del Centro Einaudi di Torino. «Il processo però necessita di un cambiamento di mentalità, oltre a un notevole sforzo comunicativo e organizzativo» aggiunge. «Questo ne ha finora limitato la diffusione più che altro alle grandi imprese». I grossi nomi si sprecano.

Grazie (anche) al più chiaro quadro normativo – la legge 81/2017 sul «lavoro agile» approvata a maggio scorso, più una circolare Inail di novembre in materia di sicurezza – i grandi gruppi si sono mossi: dagli stranieri (Vodafone, Siemens, Microsoft, Ikea) agli italiani (Benetton, Fastweb, Cameo), dal settore finanziario-assicurativo (Unicredit, Ubi, Generali, Allianz) alle partecipate pubbliche (Eni, Poste Italiane). «I momenti di contatto con altre realtà sono uno stimolo importantissimo» sottolinea Barbara Spangaro di Sea, controllata del Comune di Milano che gestisce gli aeroporti di Linate e Malpensa. Da aprile il gruppo ha lanciato un test su 200 dipendenti, tutto per merito - ricorda Spangaro - di un confronto con Ikea nato alla scorsa Settimana del lavoro agile di Milano (quest’anno, dal 21 al 25 maggio). «Dallo scambio proficuo di conoscenze siamo passati a sperimentare una formula di quattro giorni al mese da remoto, per gli impiegati coinvolti. Se i risultati del test saranno quelli sperati, estenderemo l’accordo a tutti i dipendenti amministrativi».

Tra le Pmi invece, l’azienda dove lavora Vera Rosso è un’eccezione. La società d’ingegneria Golder Associates di Torino (200 dipendenti in cinque città italiane) ha lanciato l’anno scorso un progetto pilota che, spiega l’amministratore delegato Sergio Settanni, «ha coinvolto inizialmente un numero di collaboratori ristretto, ma rappresentativo di varie categorie». Rosso ha accettato di far parte del primo gruppo (trenta persone) e altri 130 colleghi hanno aderito dopo la fase di test. Per Settanni il passaggio «non è stato di per sé troppo faticoso» ma «deve essere accompagnato da un processo più ampio di responsabilizzazione collettiva, di lavoro su obiettivi». I numeri di nuovo non bastano, ma danno un’idea: su 571 imprese medio-piccole intervistate dai ricercatori del Politecnico l’anno scorso, solo 40 avevano avviato un progetto di smart-working strutturato; tra le aziende con più di 250 dipendenti il dato (36 per cento) è cinque volte tanto. Il percorso è ancora lungo ma Vera Rosso è ottimista: «Tutto è possibile dove c’è fiducia reciproca».

 
Questo articolo è stato pubblicato su Buone Notizie del 29 maggio 2018 ed è stato realizzato nell'ambito della collaborazione tra Percorsi di secondo welfare e il settimanale del Corriere della Sera.

 


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