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Contrattazione di rete: l’applicazione a livello europeo e la protezione per i lavoratori del Made in Italy
La nostra recensione del volume "Profili giuridici ed economici della contrattazione di rete" curato da Valerio Maio e Marco Sepe
15 giugno 2017

Il volume "Profili giuridici ed economici della contrattazione di rete", curato da Valerio Maio e Marco Sepe ed edito nel 2016 da Il Mulino, indaga il ruolo che il contratto di rete può svolgere nel contribuire e accrescere la competitività delle aziende e nel costituire una occasione di ammodernamento del sistema economico italiano. Lo abbiamo letto e ve ne proponiamo qui una sintesi con alcune delle precisazioni sul tema evidenziate dagli autori.


Struttura del volume e elementi chiarificatori del fenomeno

Nel primo capitolo, di Gaetano Edoardo Napoli, sono proposte alcune considerazioni in ordine ai profili soggettivi. Nell’argomentare i problemi dell’inquadramento del contratto di rete e del contratto pluriennale di rete, l’autore si interroga sul piano dei soggetti che possono venire coinvolti in questo tipo di accordi. Risulta che "il contratto deve vincolare [..] dei soggetti che rivestano la qualifica di imprenditori" (p. 18) e che "in ossequio al principio di autonomia contrattuale, deve essere consentita sia una contrattazione che crei una rete tra non imprenditori, ma anche che prenda parte a un contratto di rete tra imprenditori un soggetto che non riveste tale qualifica, quando la sua partecipazione risulti funzionale (in base al sindacato riservato esclusivamente alle parti stesse) alla realizzazione del programma di rete (tanto da comportarne il coinvolgimento nel rapporto reticolare)" (p. 18). "Un contratto di collaborazione in rete può essere stipulato anche con soggetti non imprenditori, ma solo gli imprenditori possono svolgere quelle attività esterne per le quali la legge prevede una tutela dei terzi mediante la pubblicità nel registro delle imprese, senza che ciò impedisca a tutte le altre parti di ritenersi vincolate al programma condiviso" (pp. 19-20).

Nel secondo capitolo, di Silvia Mele, vengono indagati i profili giuridici connessi alla costituzione di un autonomo centro di imputazione d’interessi in assenza di soggettività. Un aspetto interessante qui è l’accento sugli incentivi legislativi e il rischio di abusi nell’utilizzo del contratto di rete. Optando per questa forma, come è noto, l’attività d’impresa viene svolta in comune con garanzia della limitazione della responsabilità nei limiti della capienza del fondo comune, ma, dato che la legge non ne regolamenta il contenuto né le modalità di gestione e rimette questi aspetti all’autonomia delle parti, si configurano rischi di abuso. Posto che clausole di dubbia legittimità che richiamino la disciplina societaria e i previsti vantaggi sono nulle e comportano la nullità dell’interno contratto, alla giurisprudenza spetta il compito di definire i limiti di applicabilità della disciplina di diritto societario al contratto di rete, contemperando la difficoltà di aggregazione incontrata storicamente dalle PMI italiane e dunque la ratio del legislatore di incentivare gli imprenditori ad organizzarsi in rete.

Nel terzo capitolo, di Valerio Maio, si ragiona sul binomio contratto di rete e rapporto di lavoro, analizzando i temi della responsabilità disgiunta, della derogabilità dello statuto protettivo e della frode di legge. Argomentando la ratio della normativa, ne viene precisata la portata concreta in termini di co-datorialità, assunzione congiunta e distacco. Il fatto che, quale fattore di convenienza gestionale, alle imprese retiste sia consentito di ricondurre un rapporto di lavoro simultaneamente in capo a due diversi datori di lavoro costituisce una derogativa in melius che fa emergere, però, questioni sulla tenuta dello statuto protettivo del lavoratore retista. L’esercizio del potere di auto-direzione nei riguardi di dipendenti non formalmente propri risulta, allora, ammesso a tre precise condizioni: il contratto di rete deve essere valido; la rete operativa; le regole di co-datorialità devono essere stabilite nel contratto di rete stesso. “L’accordo tra imprese retiste non può in alcun modo pregiudicare o ridimensionare i diritti dei loro dipendenti [..] discendenti dalla legge o dal contratto collettivo” (p. 76) e “il lavoratore retista dovrà, di volta in volta, dimostrare una qualche anomalia genetica del contratto di rete medesimo, ovvero la sua ineffettività e, dunque, l’uso sviato ed improprio, se non l’impiego fraudolento, dell’istituto della codatorialità” (p. 78).

Nel quarto capitolo, di Gabriella Mazzei, si tratta il tema del contratto di rete europeo, valutando la proposta italiana e la prospettiva del diritto europeo dei contratti. L’autrice parte dalla considerazione che “il legislatore e il governo italiani sembrano credere molto nelle potenzialità del nuovo modello normativo italiano sul contratto di rete e lo dimostrano non solo i vari interventi legislativi diretti ad incentivarlo con agevolazioni di varia natura, ma anche la proposta governativa volta alla sua europeizzazione, ossia alla circolazione in ambito europeo attraverso l’introduzione di una disciplina normativa di matrice unitaria conforme a quella italiana che consenta di diffondere la cultura della rete e di promuovere la dimensione transfrontaliere della cooperazione contrattuale tra le imprese” (p. 96). Per verificare se questa sia una risposta adeguata, occorre però verificare la coerenza dell’attuale modello normativo italiano del contratto di rete con le direttrici di ordine sistematico e le linee di tendenza evolutiva finora espresse dal diritto europeo dei contratti. Dall’analisi svolta sono emersi alcuni limiti che potrebbero incidere negativamente sulla possibilità di una sua effettiva circolazione in ambito europeo: in particolare sembrerebbe che “la disciplina posta dalla legge italiana del 2009 e successive integrazioni si presenti, per alcuni aspetti, eccessivamente analitica e dettagliata, oltre a non distinguersi per la qualità redazionale” (p. 113).


La governance, il rilancio del Made in Italy e delle PMI e il "manager di rete"

Nel quinto capitolo, di Peter Krebs e Stefanie Jung, si analizzano le strutture di governance nelle reti di imprese. Il focus qui è la struttura interna delle reti di impresa che si sono sviluppate fin ora, soffermandosi sulle attività all’interno di una rete di imprese e su come viene regolata la moltitudine dei singoli progetti. Le reti possono configurarsi in struttura semplice, che comprende almeno i due livelli di progetto e di quadro, e in struttura complessa, i cui possibili livelli sono il livello quadro; il livello modulo; il livello di attività; il livello di progetto; il livello individuale. Esaminati nel dettaglio questi aspetti, gli autori introducono e argomentano contenuti, adeguatezza e sanzioni di due diversi strumenti di governance: hard e soft. “Il termine strumenti di governance soft si riferisce, come la soft law, a strumenti che non hanno una forza giuridica vincolante per le parti coinvolta. Essi assicurano che la condotta si conformi alla regola tramite incentivi o anche esercitando un certo tipo di influenza. Al contrario gli strumenti di governance hard, come le regole di legge vincolanti, possiedono forza giuridica vincolante” (p. 140).

Nel sesto capitolo, di Giulio Maggiore e Donatella Fortuna, ci si focalizza sulle reti di impresa come strumento di sviluppo del Made in Italy sui mercati internazionali. Inquadrato il Made in Italy nell’attuale contesto competitivo e in ottica reticolare, gli autori sviluppano un framework concettuale basato su tre fodamentali condizioni che possono fare la differenza nell’esito competitivo delle iniziative di networking promosse dalle imprese italiane. Le tre condizioni individuate sono: la proiezione globale della rete (le imprese del Made in Italy devono estendere le proprie relazioni di rete per proiettarsi verso contesti territoriali diversi, complementari dal punto di vista delle competenze e/o dell’integrazione di filiera); la gestione proattiva dei processi di moltiplicazione della conoscenza (le imprese della rete devono andare oltre il mero scambio di informazioni funzionale allo svolgimento di processi in comune per diventare dei veri e propri circuiti cognitivi dove i saperi si combinano e si valorizzano tra loro); la leadership autorevole della rete (le reti devono essere guidate da imprese di medie dimensioni in grado di assumere il ruolo di leader e di progettare e gestire un network di relazioni con partner sia vicini, sia lontani) (pp. 179-180).

Nel settimo capitolo, di Giulio Maggiore, viene valutato il valore aggiunto del contratto di rete come opportunità per il rilancio delle PMI. Per capire se gli intenti del legislatore si sono realizzati, viene operato un monitoraggio quantitativo e qualitativo dell’utilizzo reale dello strumento e, per maggiore approfondimento, viene presentato il caso di Autebo, la prima rete che ha ottenuto una certificazione di qualità. I dati di Infocamere mostrano che, a marzo 2016, risultano stipulati 2.699 contratti e coinvolte 13.518 imprese. Hanno aderito a più di una rete 800 imprese e, per quanto attiene l’aspetto geografico, la distribuzione rispecchia le aree con maggiore presenza di iniziative economiche. “E’ stato elaborato un indice di penetrazione che pondera il numero delle imprese aderenti ai contratti in rapporto al numero totale di imprese rilevate nell’ultimo censimento Istat del 2011 [..] e le regioni più dinamiche sono l’Abruzzo (0,71%), il Friuli Venezia Giulia (0,54%) e la Basilicata (0,47%)" a dimostrazione del fatto che le reti possano rappresentare un’opportunità anche per le aree periferiche del nostro Paese (p. 196). Sulla distribuzione del fenomeno per settore, prendendo a riferimento i codici Ateco 2007, emerge l’elevata concentrazione nel settore agricolo, e nei settori storici del Made in Italy (fabbricazione di macchinari, di mobili, di alimenti e di abbigliamento), dove la propensione alla collaborazione ha radici profonde. Note la dimensione strutturale ridotta e l’estensione geografica non ampia, stupisce invece la tendenza delle reti a forme di alleanza intersettoriali che è pari al’83,9%: un dato molto interessante, visti gli effetti positivi sulla competitività di forme di sviluppo verticale.

Nell’ottavo capitolo, di Sergio Marchesini, Oliviero Casale, e Piero Migliardi, si tratta la figura del "manager di rete" e il tema della leadership innovativa. Vista la presenza in una rete di più imprenditori e la nomina, prevista dalla normativa, di un organo comune, risulta necessario occuparsi degli aspetti di coordinamento, funzione affidata appunto al "manager di rete", che “costituisce il perno e lo snodo attraverso cui passano la gestione e le comunicazioni” (p. 239). Occorre che questi sia in grado di divenire leader di riferimento e di valorizzare il lavoro di gruppo, la pluralità in integrazione, una coesione integrativa e “dovrà aiutare il comitato facilitandogli l’azione di progettazione e programmazione, senza fornirgli delle soluzioni prefabbricate” (p. 247). Per una maggiore efficacia d’intervento in questo senso sono descritte alcune azioni, dedotte dal modello EFQM, il paradigma etico comportamentale utilizzato per l’assegnazione dell’European Qualification Framework (il quadro europeo delle qualifiche e dei titoli per l’apprendimento permanente) e suddiviso in fattori e risultati, dove “gli elementi che si riferiscono ai risultati riguardano il cosa l’organizzazione realizza, mentre gli elementi relativi ai fattori determinano il come questi risultati vengono ottenuti” (p. 267) e dalla norma ISO 9001. Si rivela anche utile, in questo contesto, l’approccio descritto dal ciclo PDCA (Plan, Do, Act, Check).


Qualche considerazione sul volume e sul tema

Il volume rappresenta un riuscito tentativo di analizzare da un punto di vista giurudico ed economico la diffusione del contratto di rete. Al contempo, grazie ai chiarimenti proposti dagli autori emerge come questo modello di sharing economy, che solo di recente ha ricevuto una base giuridica nell’ordinamento italiano, concorra a dare nuovo impulso al sistema produttivo delle imprese. Vista la molteplicità di progetti cui le reti di impresa si prestano e l’interesse suscitato dallo strumento nelle politiche industriali e agricole dell’Unione Europea ma anche nelle politiche regionali e in quelle riguardanti il welfare aziendale, si può ipotizzare che l’auspicio abbia basi solide e possa trovare ampia realizzazione in futuro.


Riferimenti

Maio V. e Sepe M. (2016), Profili giuridici ed economici della contrattazione di rete, Il Mulino, Bologna

 


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