PRIMO WELFARE /
Quale futuro per i nostri diplomati?
Una breve panoramica dei risultati emersi dal Rapporto 2016 AlmaDiploma, l'indagine sugli esiti a distanza conseguiti dai diplomati italiani
14 marzo 2016

Il Rapporto 2016 AlmaDiploma, che scaturisce dalla decima Indagine sugli Esiti a distanza dei Diplomati presentata lo scoso 25 febbraio a Roma, vuole essere funzionale sia alle politiche per l’orientamento sia al miglioramento del rapporto fra formazione/istruzione e mondo del lavoro. Tutto questo nell’ottica del contrasto alla dispersione scolastica e al fenomeno dei NEET (giovani di 15-29 anni né occupati né impegnati in percorsi formativi o educativi) che in Italia interessa il 26% dei giovani (il 10% in più rispetto alla media europea).

Questa ricerca, svolta negli ultimi mesi del 2015, ben si integra, da un lato, al nuovo quadro tracciato dal Sistema Nazionale di Valutazione, con particolare riferimento al Rapporto di Autovalutazione e al Piano di Miglioramento e, dall’altro, alla Legge 107/2015 “La Buona Scuola”. Il rapporto offre infatti una fotografia dettagliata delle scelte formative e occupazionali degli studenti delle scuole superiori, indagati a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo. La ricerca, ha coinvolto oltre 100 mila studenti di 300 istituti di scuola secondaria superiore, indagando le scelte compiute da un campione di 15 mila ragazzi.

 

Quali sono le scelte dei ragazzi italiani dopo il diploma?

A un anno dal conseguimento del titolo, il 65% dei diplomati ha scelto di continuare gli studi ed è iscritto ad un corso di laurea (in questa percentuale il 52% ha optato esclusivamente per lo studio, mentre il 13% frequenta l’università lavorando); il 31% dei diplomati si è invece inserito direttamente nel mercato del lavoro (di questa percentuale il 18% lavora solamente, mentre il 13% studia e lavora – e per questa ragione risulta incluso anche tra gli studenti). Il restante 17% si divide tra chi è alla ricerca attiva di un impiego (13%) e chi, invece, per motivi vari (tra cui formazione non universitaria, motivi personali o l’attesa di una chiamata per un lavoro già trovato), non cerca un lavoro (4%).

A cinque anni dal diploma la situazione cambia radicalmente: il numero dei diplomati che è entrato nel mondo del lavoro sale al 51% (tra cui il 38% è dedito esclusivamente al lavoro, mentre il 13% coniuga studio e lavoro); il 45% è ancora impegnato negli studi universitari (di cui il 32% studia solamente). Il dato preoccupante è rappresentato dal restante 12% che è privo di occupazione.

 

Il futuro formativo degli studenti è fortemente influenzato dal tipo di diploma. In che modo?

Questi dati assumono proporzioni molto diverse a seconda del tipo di diploma acquisito al termine degli studi secondari di secondo grado. La maggioranza dei diplomati da liceo continua gli studi universitari (ad un anno dal diploma il 75% degli ex liceali risultano iscritti all’università, e dopo cinque anni la percentuale scende al 55%); tra i diplomati degli istituti tecnici il 37% va all’università (quota che scende al 22% dopo 5 anni) e per i professionali, la quota scende di gran lunga, dato che solo il 15% di essi è iscritto all’università dopo 1 anno dal diploma e l’11% dopo 5 anni. La fotografia si ribalta quando si parla di inserimento nel mondo del lavoro, dove, a cinque anni dal diploma, troviamo inserito il 62% dei professionali, il 51% dei tecnici e il 14% dei liceali. Analizzato secondo questi parametri, il dato inerente la disoccupazione si fa ancor più preoccupante poiché il tasso di giovani alla ricerca di un lavoro è in aumento e tocca una punta del 20% tra i diplomati professionali.

Anche per quel che riguarda la tipologia dei contratti, possiamo notare uno svantaggio dei professionali, rispetto ai tecnici, poiché il 28% dei tecnici può contare su forme di lavoro stabile (tra cui il 24% con contratto a tempo indeterminato), contro il 22% dei professionali (di cui il 19% con contratti a tempo indeterminato). E ancora per quel che riguarda i guadagni, sono ancora i professionali a essere più svantaggiati rispetto ai tecnici, seppur la situazione non sia rosea per nessuna delle categorie, dato che sia i diplomati tecnici sia professionali che lavorano esclusivamente e a tempo pieno, guadagnano in media poco più di 1.000 euro mensili netti (con una media di 1.057 euro per i tecnici e di 1.012 per i professionali). Fra i tecnici, metalmeccanica e trasporti sono i settori che offrono le migliori retribuzioni, che superano i 1.070 euro netti mensili (e nel primo caso raggiungono i 1.275 euro). Fra i diplomati professionali le retribuzioni più elevate si rilevano nei settori manifattura (1.220 euro) e commercio (1.039 euro).

Anche la variabile “abbandono scolastico” è fortemente influenzata dal tipo di diploma ottenuto. Tra gli iscritti all’università, a un anno dal diploma, il 21% dei diplomati professionali abbandona gli studi, contro un 9% di e soltanto un 3% dei liceali.

 

Quali sono i fattori che incidono positivamente sull’inserimento nel mondo del lavoro?

Alla luce di questi dati che evidenziano una situazione molto diversa a seconda del percorso intrapreso dopo la scuola secondaria di secondo grado, il Rapporto cerca di analizzare quali sono i fattori che incidono positivamente sulla probabilità di trovare un’occupazione già a un anno dal conseguimento del titolo. La ricerca individua una ricetta per ottenere migliori risultati che può essere riassunta in tre parole “orientamento, voti alti e stage”. Risulta infatti che lo svolgimento di esperienze lavorative e stage all’estero durante gli studi accresce le chance occupazionali dei diplomati, rispettivamente del 66% e del 31%. Anche aver ottenuto un voto di diploma più elevato rappresenta un fattore decisivo: passare da 60 a 100 aumenta la probabilità di lavorare dell’80%.

Inoltre, le esperienze di stage svolte dopo il conseguimento del titolo giocano un ruolo determinante: accrescono infatti addirittura del 90% la probabilità di lavorare già a un anno dal conseguimento del titolo.

Altro fattore di fondamentale importanza per il futuro degli studenti è rappresentato dall’orientamento. L’incrocio dei dati raccolti con il questionario AlmaDiploma e il percorso AlmaOrièntati (un percorso orientativo che accompagna nel tempo gli studenti e consente lo sviluppo di una scelta consapevole per il post-diploma) mostrano infatti l’efficacia che i percorsi di orientamento hanno sugli esiti formativi dei diplomati.

 

Nel 2016, il contesto socio-economico e familiare ha ancora influenza sul futuro degli studenti?


Oltre ai fattori strettamente collegati alla carriera scolastica degli studenti, quali voti e stage, e comunque al contesto scolastico (come il fattore orientamento) a giocare un ruolo determinante sul futuro dei ragazzi, è la famiglia di origine. Dall’indagine emerge che a iscriversi all’università sono prevalentemente studenti che provengono da contesti socio-familiari di estrazione borghese (l’81%), mentre i ragazzi provenienti da famiglie più svantaggiate tendono a non continuare gli studi e a cercare il diretto inserimento nel mondo del lavoro.

Anche il titolo di studio dei genitori ha una netta influenza sul futuro formativo dei ragazzi. Infatti, l’86% dei diplomati che provengono da famiglie in cui almeno un genitore è laureato, dopo la scuola secondaria superiore si iscrive all’università (e a un anno risulta ancora iscritto), contro il 64% dei giovani con genitori in possesso di un diploma e al 43% tra coloro con genitori che hanno una licenza di media inferiore (o meno).

Altro vantaggio che deriva dall’avere genitori laureati è legato alla possibilità di iscriversi a un ateneo estero (il 4%, contro l’1% di chi ha genitori con licenza di scuola secondaria di primo grado).
All’opposto, a cercare di entrare direttamente nel mondo del lavoro una volta conseguito il diploma, sono il 38% dei diplomati con genitori in possesso al più di un titolo di scuola dell’obbligo, il 32% dei giovani con padre e madre in possesso di un diploma superiore e il 22% dei diplomati con almeno un genitore laureato.

 

Ci sono differenze in base al genere?


In termini di stabilità lavorativa si rilevano differenze di genere significative. Ad un anno dal diploma risultano stabili 21 maschi e 12 femmine su cento: ciò è dovuto in misura più grande alla maggiore presenza tra la componente maschile dei contratti a tempo indeterminato (17% rispetto al 10% delle donne).

A tre anni dal titolo, le differenze di genere si amplificano ulteriormente. In termini di stabilità lavorativa il differenziale raggiunge i 16 punti percentuali sempre a favore dei maschi (32% rispetto al 16% rilevato tra le colleghe). Il contratto non standard e il lavoro non regolamentato sono invece più frequentemente presenti tra le femmine (rispettivamente 25,5% e 24,5% contro 22% e 15% dei maschi).

A cinque anni dal diploma, le differenze di genere continuano a essere significative, attestandosi a 14 punti percentuali a favore dei maschi (46% rispetto al 32% rilevato tra le colleghe): lavora con contratto autonomo il 7% dei diplomati e solo il 3% delle colleghe mentre il contratto a tempo indeterminato è presente per il 39% degli uomini e solo per il 29% delle donne.

 

Quali prospettive future?


Alla luce di questo quadro che evidenzia numerose criticità per il Sistema Italia, in cui l’ascensore sociale è bloccato e dove le differenze di genere sono rimarcabili, emergono comunque alcuni fattori che potrebbero essere sviluppati per rendere più roseo il futuro dei nostri diplomati. L’inclusione dei soggetti più svantaggiati, la facilitazione di soggiorni all’estero, l’attivazione di stage nelle aziende e un buon servizio di orientamento potrebbero senz’altro giocare un ruolo fondamentale per lo sviluppo di opportunità per i nostri giovani.

Tra i principali obiettivi della Legge 107/2015, troviamo l’innalzamento dei livelli di istruzione e delle competenze, il contrasto alle disuguaglianze, la prevenzione e il recupero dell’abbandono e della dispersione scolastica, nonché la garanzia del diritto allo studio e pari opportunità di successo formativo. Tra i punti cardine vi è il completo conseguimento dell’autonomia scolastica che comporterà una riorganizzazione del sistema e un cambiamento di approccio alla formazione come processo di apprendimento, presupponendo la scuola come servizio pubblico per la persona e per la comunità, funzionale al raggiungimento del successo formativo. Si prevede un’alternanza tra scuola-lavoro, a conferma della necessità di investire sulle competenze trasversali e non solo disciplinari, e un rafforzamento dei servizi di orientamento. Se realizzate in modo opportuno, queste azioni potrebbero contribuire nettamente al miglioramento del futuro dei diplomati: ne verificheremo i risultati nei prossimi rapporti Almadiploma. 

 


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