PRIMO WELFARE /
Perché l'Italia è così vecchia?
I fattori di declino sono molteplici. Conoscerli può aiutare ad affrontare le sfide sempre più complesse che minano il nostro sistema sociale
08 marzo 2017

L'Italia ha innescato la retromarcia. Al primo gennaio 2017 le persone residenti nel Paese erano 60 milioni e 579mila, circa 86mila in meno rispetto al 2015. Questo è solo uno dei dati pubblicati il 6 marzo l'Istat nel rapporto “Indicatori demografici, una statistica annuale che raccoglie le stime sulla situazione della popolazione italiana. All’interno di questa indagine due trend sono particolarmente rilevanti: l’invecchiamento della popolazione residente e il calo delle nascite. L’Italia è un paese che invecchia, che fa sempre meno figli e li fa sempre più tardi. È una situazione che è sotto gli occhi di tutti, ma quali sono le ragioni di questo calo che ormai ha raggiunto valori drammatici?


Il calo delle nascite

Dalle ultime indagini non sembra che la principale causa del calo demografico possa essere un minore desiderio di maternità. La maggioranza delle donne vuole almeno due figli, un numero che basterebbe a garantire il ricambio generazionale. Nonostante questo desiderio, i dati in Italia rilevano che, ad oggi, il tasso di fecondità effettivo totale è 1,34 figli per donna. Si noti che, se si considerano solo le donne italiane, il dato scende a 1,27, a riprova che, nonostante un calo negli ultimi anni anche tra le migranti, queste ultime continuano a registrare un tasso più elevato (1,95).

Si stima, inoltre, siano 61mila gli stranieri nati in Italia nel 2016, a fronte di 6mila 500 decessi, determinando un saldo naturale (differenza fra nascite e decessi) che, a differenza di quello registrato per gli italiani, rimane positivo. Secondo le stime relative al 2016, tuttavia, il calo della popolazione non si presenta in tutte le regioni: infatti, Lazio e Lombardia, registrano un incremento del +1,3 e del +1,1 per mille rispettivamente. Il dato più clamoroso è quello ottenuto nella Provincia autonoma di Bolzano (+6,6 per mille).

Nonostante le dinamiche registrate nella popolazione migrante, che comunque sta invecchiando, la fotografia restituita dal rapporto Istat cattura un trend demografico che, nel complesso, non sembra invertire la rotta rispetto alla tendenza degli ultimi decenni: la nascita di un numero di figli al di sotto del livello di sostituzione generazionale (2,1 figli per donna), che sta avvicinando molti Paesi europei (soprattutto quelli mediterranei) al cosiddetto fenomeno della lowest-low fertility, definita come il livello di tasso di fecondità totale al di sotto di 1,3 figli per donna (Billari, 2005) (cfr. tabella 1).


Tabella 1. Tasso di fecondità totale nei prinicipali Paesi europei 
Fonte: Dataset Eurostat (dati scaricati il 7 marzo 2017)


I fattori di questo declino sono molteplici. Nelle società moderne e post moderne, infatti, i genitori tendono a investire maggiormente sui bisogni dei propri figli in termini sia economici sia di tempo. Questo investimento ha portato, rispetto al passato, a un trade-off tra quantità (numero dei figli) e qualità (tempo e denaro impiegato per la loro crescita).

Un secondo fattore è riscontrabile nelle norme che si instaurano all’interno della famiglia e nella società. L’idea è che ci sia una relazione a forma di U tra tasso di fecondità totale ed equità di genere (McDonald 2000a, b; Esping-Andersen 2009; Esping-Andersen, Billari 2015): il punto di partenza (A) rappresenta una società caratterizzata da un modello patriarcale “classico”, in cui i ruoli di genere sono tradizionali. In questo scenario la maggioranza della popolazione (donne comprese) accetta una divisione del lavoro disuguale e il tasso di fertilità è alto; nel secondo step (B) la rivoluzione femminile ha raggiunto uno stadio avanzato, ma la società non si è ancora adattata e le donne adottano la strategia di exit, riducendo il numero dei figli per competere maggiormente nel mondo del lavoro. Nello stadio finale (C), le istituzioni hanno abbracciato una visione equa della divisione dei ruoli sia all’interno della famiglia sia all’interno del mondo del lavoro e ciò si riflette in una società che offre pari opportunità e nella quale, di conseguenza, le donne riescono maggiormente a conciliare vita e lavoro (cfr. grafico 1).


Grafico 1: Andamento della fecondità e rivoluzione femminile 
Fonte: Esping-Andersen, Billari, 2015


Per spiegare il declino della fecondità si può ricorrere anche a un’altra parola chiave: “rinvio” (Billari, 2005). In media, infatti, la popolazione giovanile sperimenta sempre più tardi l’uscita da casa dei genitori, la formazione di un’unione stabile e, quindi, il diventare a propria volta genitori. In tutti i Paesi occidentali, i giovani-adulti tendono a intraprendere percorsi di studio più lunghi e a entrare, quindi, nel mondo del lavoro più tardi. Inoltre, il rinvio della formazione della famiglia può portare alla rinuncia a diventare genitori (Livi Bacci, Salvini, 2000). L’età media delle donne al parto infatti è salita negli ultimi anni in tutti i Paesi e, secondo Istat, in Italia è pari a 31,7 anni (cfr. grafico 2, in cui a fini comparativi i dati più recenti sono relativi al 2015).

Questa “sindrome” da rinvio in alcuni Paesi, come l’Italia, dove i servizi per l’infanzia sono scarsi, distribuiti in modo disomogeneo sul territorio e relativamente costosi, si manifesta con particolare evidenza anche a causa della difficoltà nel conciliare il lavoro extradomestico con la cura verso i figli, e ciò porta inevitabilmente al fenomeno delle culle vuote. Nel sud Europa, il ritardo in tutti gli eventi cruciali del corso di vita, è infatti particolarmente intenso ed è acuito dagli alti tassi di disoccupazione, dalla carenza nell’offerta di alloggi a prezzi accessibili, e dalla mancanza di politiche di supporto alla natalità.


Grafico 2: Età media della donna al parto (2006, 2010, 2015)
Fonte Dataset Eurostat (dati scaricati il 7 marzo 2017)



L’invecchiamento della popolazione

La popolazione residente non solo diminuisce ma, contemporaneamente, è sempre più vecchia. Secondo le stime Istat appena pubblicate, nel 2016 l'età media è di 44,9 anni, due decimi in più che nel 2015, e due anni esatti in più rispetto al 2007. Le persone con più di 65 anni sono attualmente 13,5 milioni, ovvero il 22,3% della popolazione totale; quelle over 80 anni sono invece 4,1 milioni, il 6,8% del totale; gli ultranovantenni sono 727mila, l’1,2% del totale. Un dato che non dovrebbe stupire considerando, da un lato, l’aumento costante dell’aspettativa di vita sia per gli uomini, 80,6 anni (+0,5 sul 2015, +0,3 sul 2014), sia per le donne, 85,1 anni (+0,5 e +0,1); dall’altro, come si è appena sottolineato, dal calo della natalità. In questo contesto la piramide della popolazione sta assumendo sempre più una forma romboidale, a causa sia della riduzione delle nascite sia della numerosità delle coorti del cosiddetto “baby boom”, ovvero degli individui nati intorno alla metà degli anni ’60, che continuano a rappresentare la parte quantitativamente più consistente della popolazione (cfr. grafico 3).


Grafico 3: Piramide della popolazione residente in Italia (2007, 2017)
Fonte: Istat (2017) Indicatori demografici, Stime per l’anno 2016


Questo non è un fenomeno solo italiano. Le proiezioni mostrano infatti come in Europa il “rigonfiamento” dovuto ai baby boomers stia cambiando la forma della piramide, lasciando sia la fetta della popolazione in età lavorativa sia la base (persone di età compresa tra 0-14, che quindi non possono essere occupate) sempre meno numerose (cfr. grafico 4). Come si può notare questa configurazione comporterà sempre di più una pressione sui sistemi di protezione sociale (come il sistema pensionistico e il sistema sanitario) dovuta da una parte a un incremento della popolazione anziana e dall’altra a una diminuzione della popolazione attiva su cui ricadranno oneri sempre maggiori.


Grafico 4: Piramide della popolazione in EU-28 (2015, 2080)

Fonte: Dataset Eurostat (grafico consultato il 7 marzo 2017)

 

Le sfide crescenti della conciliazione alla luce dei mutamenti in atto

In Italia, oltre 1 mamma su 2 affida regolarmente i propri figli ai nonni e quasi 1 mamma su 3 rinuncia a mandare i figli all'asilo nido perché la retta è troppo cara (Rapporto Istat, 2014). Molte ricerche hanno dimostrato che la disponibilità di fonti formali di cura dei figli (come gli asili e i dopo-scuola) è associata negativamente col coinvolgimento dei nonni come fonte principale nella cura dei nipoti (Lewis et al., 2008; Hank Buber, 2009; Igel, Szydlik, 2010). Gli investimenti pubblici nei servizi di cura della prima infanzia, tuttavia, variano notevolmente da Paese a Paese così come le politiche che incentivano l’occupazione delle donne. Negli Stati in cui l’occupazione materna è favorita e il ruolo dei nonni limitato a casi particolari, la cura formale è abbondante e il welfare è sostenuto (Hank, Buber, 2009; Settles et al., 2009).

Nei Paesi scandinavi, per esempio, lo Stato si assume una larga quota di responsabilità, specialmente di cura, presentando quindi un alto grado di defamilizzazione perché fornisce servizi pubblici, o finanziati con denaro pubblico, sia per bambini piccoli sia per anziani fragili. Nel caso di bambini piccoli, inoltre, vi è anche un livello elevato di familismo sostenuto, soprattutto tramite congedi relativamente lunghi e remunerati.

Al polo opposto, ci sono i Paesi (tra cui l’Italia) in cui le misure di defamilizzazione sono ridotte, per cui il sostegno intergenerazionale è cruciale. Inoltre, la ridistribuzione di tempo/cura sono sia di tipo discendente (dai genitori e dai nonni verso i figli e nipoti), sia di tipo ascendente (dai figli adulti verso i genitori anziani). Per questo motivo, la generazione di mezzo, soprattutto le donne, è chiamata “generazione sandwich”, a indicare che suddivide il proprio tempo e cura fra i due estremi della catena generazionale (Saraceno, 2012). In Italia, quindi, se non ci fossero i nonni, le madri e i padri avrebbero ancora più difficoltà nel conciliare famiglia e lavoro e questo causerebbe ulteriormente un decremento del tasso di fecondità delle giovani coppie.

Tuttavia il ritardo nell’età di pensionamento potrebbe impedire agli anziani un così pieno coinvolgimento in futuro. Inoltre, come abbiamo visto, poiché i nonni oggi sono mediamente più anziani di qualche decennio fa, anche un peggioramento dello stato di salute potrebbe ridurre le loro capacità di svolgere un ruolo di cura (Zamberletti et al., 2015). Per questo motivo, nonostante i nonni fino ad ora abbiano sostituito o siano stati complementari all’offerta pubblica, né le famiglie né il sistema di welfare devono darli per scontati.

Inoltre, se i nonni rimangono l’unica possibilità per la cura dei nipoti ed esistono poche altre alternative, siamo di fronte a una diseguaglianza sociale creata da un welfare fai-da-te, dove solo chi ha i nonni, e dove questi siano anche disponibili a offrire il loro tempo, è in grado di raggiungere le proprie intenzioni di fecondità; gli altri devono rimandare la nascita di un figlio, attendendo circostanze economiche più favorevoli, rischiando di essere parte del fenomeno delle culle vuote. Infatti, se è vero che un welfare generoso non indebolisce la solidarietà familiare è anche vero che, dove manca il supporto intergenerazionale, lo Stato deve attuare politiche che permettano alle famiglie, che non possono affidarsi agli anziani, eguali diritti. Il sistema sociale non può e non deve essere esautorato dalla solidarietà intergenerazionale.


Riferimenti

Billari, F. (2005), Europe and its Fertility: From Low to Lowest Low, National Institute Economic Review, National Institute of Economic and Social Research, 194(1):56-73
Esping-Andersen, G. (2009), The incomplete revolution. Adapting to women’s new roles, Cambridge, Polity Press
Esping-Andersen, G.; Billari F.C. (2015), Re-theorizing family demographics, Population and Development Review, 41(1): 1–31
Hank, K., Buber, I. (2009), Grandparents caring for their grandchildren, Journal of Family Issues, 30(1):53-73
Igel, C., Szydlik, M. (2011), Grandchild care and welfare state arrangements in Europe, Journal of European Social Policy, 21(3):210-224
Lewis, J., Campbell, M., Huerta, C. (2008), Patterns of paid and unpaid work in Western Europe: gender, commodification, preferences and the implications for policy, Journal of European Social Policy, 18(1):21-37
Livi Bacci, M., Salvini, S. (2000), Trop de famille et trop peu d’enfants: la fécondité en Italie depuis 1960, Cahiers Québécois de Démographie 29:231-254
McDonald, P. (2000a), Gender equity, social institutions and the future fertility, Journal of Population Research, 17(1):1-16
McDonald, P. (2000b), Gender equity in theories of fertility transition, Population and Development Review, 26(3):427-439
Saraceno, C. (2012), Solidarietà e obbligazioni intergenerazionali, in M. Naldini, C. Solera, P.M. Torrioni (a cura di), Corsi di vita e generazioni, Bologna, il Mulino
Settles, B.H., Zhao, J., Doneker Mancini, K., Rich, A., Pierre, S., Oduor, A. (2009), Grandparents caring for their grandchildren: Emerging roles and exchanges in global perspectives, Journal of Comparative Family Studies, 40(5):827-848
Zamberletti, J., Tomassini, C., Cavrini, G. (2015), Quando mamma e papà lavorano ... ci sono i nonni, Neodemos, 20 febbraio
Istat (2014), Avere figli in Italia negli anni 2000, approfondimenti dalle indagini campionarie sulle nascite e sulle madri, Roma, Istat
Istat (2017), Indicatori demografici, Stime per l’anno 2016 

 


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