PRIMO WELFARE /
La prima Conferenza italiana sulla ricerca di servizio sociale
Due giorni di confronto sullo sviluppo dei servizi alla persona per capire le principali direttrici future del loro sviluppo
07 giugno 2017

Il 25 e il 26 maggio 2017 si è tenuta la prima Conferenza Italiana sulla Ricerca di Servizio Sociale presso il Campus Luigi Einaudi dell’Università degli Studi di Torino. L’evento è stato promosso dalla Società Italiana di Servizio Sociale (Soc.I.S.S.) in partenariato con l’Ordine Assistenti Sociali del Piemonte, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali e il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università ospitante.

Il logo della Conferenza raffigura due rubinetti d’acqua, uno con un flusso costante e uno gocciolante; i rubinetti rappresentano le basi del servizio sociale, rispettivamente la teoria per la pratica – cioè le teorie e le conoscenze derivanti dalle scienze sociali, umane e giuridiche – e la teoria della pratica, cioè il sapere derivante dalla pratica professionale, dal lavoro sul campo e dalla ricerca nel mondo dei servizi. Questo, in virtù della recente definizione di servizio sociale data dalla International Federation of Social Workers (IFSW) e dalla International Association of School of Social Work (IASW) nel 2014: ”Il servizio sociale è una professione basata sulla pratica e una disciplina accademica che promuove il cambiamento sociale e lo sviluppo, la coesione e l'emancipazione sociale, nonché̀ la liberazione delle persone. […] Sostenuto dalle teorie del servizio sociale, delle scienze sociali, umanistiche e dai saperi indigeni, il servizio sociale coinvolge persone e strutture per affrontare le sfide della vita e per migliorarne il benessere”. Obiettivo della Conferenza era stimolare la condivisione e la diffusione della teoria della pratica, promuovendo uno sguardo d’insieme su quanto sviluppato in Italia dalla ricerca sul servizio sociale.


Ricerca e servizio sociale: il perché della Conferenza

Come ha ricordato Annamaria Campanini, professoressa di discipline del servizio sociale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e presidente dell’Associazione internazionale delle scuole di servizio sociale (IASSW – International Association of Schools of Social Work), la ricerca nel servizio sociale deve avvalersi di metodi partecipativi e coinvolgere gli utenti e le persone in stato di bisogno. Inoltre, in quanto strettamente collegata alla pratica professionale, non può rimanere neutrale e deve avere un atteggiamento critico basato sui diritti umani e la giustizia sociale.

Gianmario Gazzi, presidente del CNOAS (Consiglio Nazionale dell’Ordine Assistenti Sociali), sottolinea come il convegno sia importante per definire, in uno scenario complesso e mutevole, cosa può fare oggi e cosa potrà fare domani la professione, ricordando che in un mondo sempre più escludente gli assistenti sociali sono i guardiani dell’inclusione.

Barbara Rosina, presidente dell’Ordine Regionale piemontese, evidenzia come la Conferenza sia una importante occasione per raccogliere dati e informazioni da portare negli spazi di confronto con il livello politico. Presenta inoltre un video informativo (che potete trovare qui) sulla professione.


Da dove viene e dove va la ricerca di servizio sociale in Italia?

La prima giornata è stata dedicata alla presentazione di alcuni contributi sullo sviluppo della ricerca di servizio sociale in Italia. Alessandro Sicora, presidente della Soc.I.S.S., riprendendo la metafora dei rubinetti paragona il sapere a un nutrimento per la professione, come acqua fresca. L’invito è quindi quello di tornare a casa con le borracce piene (effettivamente distribuite a tutti i partecipanti). Ponendo poi lo sguardo al futuro, Sicora sollecita i partecipanti a rimanere in contatto e a collaborare e scambiarsi informazioni anche dopo la Conferenza.

Il primo contributo, di Marilena Dellavalle (Università degli Studi di Torino), approfondiva lo sviluppo della ricerca nella storia del servizio sociale italiano. Sin dalle origini della professione, nel secondo dopoguerra, la ricerca era presente nella pratica degli assistenti sociali; si trattava di attività molto concrete orientate al miglioramento del benessere sociale (come ad esempio l’inchiesta sociale). Negli anni successivi l’attività di ricerca rimane connessa con la pratica professionale e viene approfondita con l’utilizzo di strumenti scientifici rigorosi, la raccolta di dati sul contesto operativo e la valutazione degli interventi. In molti casi, in particolare nel lavoro di comunità, la ricerca è parte integrante dell’intervento dell’assistente sociale. La relatrice però constata come vi siano poche tracce di tutto il lavoro di ricerca svolto dal servizio sociale italiano e prova a fornire alcune spiegazioni: 1) gran parte del lavoro di ricerca era realizzato da organizzazioni non più esistenti come gli enti di servizio sociale, sciolti dopo che le funzioni sono state assunte dagli enti locali, e le scuole di servizio sociale, ora integrate nelle università (parte degli archivi è però stata recuperata dalla Società per la Storia del Servizio Sociale); 2) pochissimi lavori sono stati pubblicati, la maggior parte era diffusa solo attraverso la cosiddetta letteratura grigia quindi opuscoli, ciclostilati, ecc. 3) in quella fase era stata dedicata poca attenzione alla metodologia. Al giorno d’oggi è importante valorizzare la presenza del servizio sociale all’interno dell’università per potenziare e sviluppare la ricerca, al fine di presentare proposte empiricamente fondate e di acquisire maggior potere negoziale rispetto al livello politico-istituzionale.

Rita Bichi (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) propone una riflessione sul rapporto tra ricerca di servizio sociale e ricerca sociale. Le differenze tra i due ambiti non appaiono così significative: in entrambi i casi infatti vengono utilizzati rigorosi strumenti qualitativi e quantitativi. Una differenza potrebbe riguardare l’etica, in quanto nella ricerca di servizio sociale dovrebbe esserci una maggiore attenzione alla persona, ma questa si trova anche in molti filoni della sociologia (come la storica Scuola di Chicago). Si può così comprendere come da un punto di vista scientifico non vi sia diversità alcuna, la differenza è nella finalità, che per il servizio sociale è l’empowerment dei destinatari degli interventi. Emerge così uno snodo critico: la partecipazione degli utenti. Nella ricerca di servizio sociale è infatti opportuno prestare attenzione al differenziale di potere tra ricercatore e beneficiario e identificare meccanismi partecipativi che consentano di valorizzare la parola degli utenti.

Willem Tousijn (Università degli Studi di Torino) propone invece un’analisi sulla coppia concettuale oggettività/soggettività applicata al servizio sociale. Dal punto di vista dell’oggettività la professione dell’assistente sociale presenta caratteristiche comuni alle altre professioni maggiormente storiche e consolidate (avvocati, medici, farmacisti…), come l’autonomia tecnica ed etica del professionista e la conoscenza professionale fondata sulla cumulatività del sapere e l’evidence based practice tipica della scienza positivista. È però opportuno specificare come il modello classico di professionalismo non sia pienamente applicabile; allo stesso tempo la ricerca fondata sull’evidence based practice spesso fa sorgere dubbi agli assistenti sociali, a partire dallo stesso concetto di “evidenza” termine meno definibile nelle scienze sociali. Vi è infatti un forte richiamo alla soggettività, agli interrogativi sul “perché” della ricerca e alla rilevanza dei mezzi anziché dei fini. Tali dilemmi trovano sbocco in una questione centrale per il servizio sociale, i fini delle politiche sociali, rispetto a cui Tousijn individua tre approcci. Il primo è l’approccio tecnocratico-manageriale, caratterizzato da un eccessivo uso di indicatori quantitativi spesso avulsi dagli stessi fini; tale approccio, per l’eccessiva standardizzazione, è ritenuto inadeguato per le politiche sociali. Il secondo approccio è quello etico, fortemente problematico in quanto l’etica è caratterizzata da grande soggettività. L’ultimo approccio, che unisce oggettività e soggettività, è definito “politico” in quanto orientato a riportare le politiche sociali nella sfera del discorso pubblico, ove possano confrontarsi tutti gli attori interessati in un’ottica partecipativa.

La giornata si conclude con la presentazione, da parte di Silvia Fargion (Libera Università degli Studi di Bolzano, European Social Work Research Association), di una ricerca ritenuta assai rilevante per gli strumenti metodologici adottati: Perceptions of Service Providers’ Burnout: Comparison of Service Users and Service Providers (Percezioni del burnout degli operatori dei servizi: comparazione tra gli utenti e gli operatori”) di Riki Savaya (Bob Shapel School of Social Work – Università di Tel Aviv). Come indicato, la ricerca è stata ritenuta interessante in primo luogo per la rigorosità scientifica degli strumenti utilizzati, e in secondo luogo per il forte legame con la pratica quotidiana del servizio sociale. Riki Savaya ha infatti utilizzato precisi strumenti qualitativi per raccogliere e analizzare sia la percezione degli operatori sociali che dei loro utenti, per poi misurare il grado di burnout degli stessi operatori.


Le sessioni parallele

La seconda giornata era organizzata in sessioni di lavoro parallele dedicate a diversi temi: 1) servizio sociale, famiglie e tutela dell’infanzia; 2) servizio sociale e organizzazioni; 3) storia del servizio sociale; 4) la dimensione professionale del servizio sociale; 5) servizio sociale e immigrazioni; 6) formazione al Servizio sociale; 7) servizio sociale, vulnerabilità e esclusione sociale; 8) servizio sociale, politiche sociali e terzo settore; 9) servizio sociale e giustizia-minori; 10) segretariato sociale; 11) servizio sociale e giustizia-adulti; 12) servizio sociale e disabilità; 13) servizio sociale in contesti sanitari; 14) servizio sociale e anziani; 15) servizio sociale e salute mentale; 16) altri campi d’intervento di servizio sociale; 17) etica e deontologia; 18) violenze a danno degli assistenti sociali; 19) servizio sociale e dipendenze.

Elisabetta Cibinel ha presentato un contributo nell’ambito della sessione “Servizio sociale e organizzazioni” intitolato “Valutazione di genere di un servizio rivolto alle famiglie”. La ricerca ha valutato un servizio comunale dedicato alla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro in un’ottica di genere, individuando elementi che ostacolano o facilitano il servizio nell’offrire consulenze e prestazioni libere da stereotipi di genere e autenticamente rispondenti alle esigenze della cittadinanza.

Paolo Pantrini ha invece partecipato alla sessione “Servizio sociale e disabilità” presentando “Le politiche per la disabilità nel secondo welfare: quali sfide per gli operatori sociali?”; il contributo ha tratteggiato l’evoluzione delle politiche per la disabilità dal modello medico al modello sociale focalizzandosi su servizi innovativi come i percorsi di accompagnamento alla vita indipendente realizzati dalle fondazioni di partecipazione.

Vari sono gli argomenti trasversalmente toccati nel corso delle sessioni parallele, come il rapporto pubblico/privato, i rischi insiti in una eccessiva e poco controllata privatizzazione dei servizi alla persona, il lavoro di rete, la necessità di trovare criteri e strumenti di misurazione e valutazione adeguati, l’approfondimento del senso di comunità spesso descritto in chiave eccessivamente ottimistica. Tali questioni sono trasversali ai vari ambiti di intervento del servizio sociale ma anche alle varie discipline che sotto diversi punti di vista studiano le politiche sociali. Quella che sembra emergere è innanzitutto la necessità di approfondire strumenti come il lavoro di rete tra professionisti, servizi e attori del territorio (enti pubblici, terzo settore, altri servizi, gruppi di cittadini…).

Fondamentale è poi la ricerca di strumenti che consentano veramente di valutare il benessere degli utenti e l’efficacia dell’impatto degli interventi partendo dalla parola degli stessi beneficiari. Infine è sottolineata l’importanza di costruire modelli di gestione dei servizi che da un lato garantiscano la domiciliarità e l’integrazione territoriale e dall’altro non facciano venir meno l’universalità e la titolarità pubblica della gestione e della programmazione.

 


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