PRIMO WELFARE / Inclusione sociale
La Corte di Giustizia UE si esprime sul turismo del welfare
La sentenza della corte del Lussemburgo pare dare ragione ai Paesi “protezionisti”, ma non fa altro che richiamare i principi dei trattati
14 novembre 2014

Prima il Regno Unito e poi la Germania nei mesi scorsi hanno più volte espresso la volontà di limitare i servizi di welfare garantiti a cittadini di altri Stati Membri, additando queste persone come “turisti del welfare” che si muovono verso altri Paesi dell’UE unicamente per godere di migliori prestazioni sociali.

Sempre in questo senso, nel marzo 2013, i governi tedesco, inglese, austriaco e olandese avevano addirittura scritto una lettera alla Commissione europea annunciando possibili restrizioni delle misure sociali vigenti, soprattutto per i cittadini provenienti da Romania e Bulgaria. Maurizio Ferrera sul nostro sito ha spiegato come a Bruxelles, dati alla mano, avessero dimostrato che il fenomeno denunciato in quella missiva fosse quantitativamente trascurabile, sostanzialmente ininfluente sulle spese per il welfare.

I governi interessati hanno preso atto dei dati della Commissione senza tuttavia cambiare la propria posizioneprotezionista”. Un posizione che, sottolineava sempre Ferrera, rischia di minare il concetto stesso di cittadinanza europea, mettendo in discussione il principio secondo cui il cittadino, ovunque entro i confini dell’Unione, possa godere degli stessi diritti di cui gode nel suo Paese.


Il caso tedesco e la sentenza della Corte di Giustizia

A riaccendere i riflettori su questo tema ci ha pensato una sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che l’11 novembre scorso si è espressa su un ricorso presentato da un tribunale tedesco chiamato a pronunciarsi sul caso di una cittadina rumena residente in Germania. La questione specifica su cui si è pronunciata la Corte del Lussemburgo riguarda una donna di 25 anni, Elisabeta Dano, e il figlio, Florin, di 10 anni. La signora Dano vive in Germania da circa 3 anni presso la sorella, che provvede al sostentamento suo e del figlio. E’ inoccupata e non è alla ricerca di un lavoro. Per questo la donna percepisce alcuni sussidi, tra cui quello per i figli a carico, ma si è vista negare altre prestazioni assicurative di base previste dall’ordinamento tedesco per cui aveva fatto richiesta. Da qui il ricorso al Sozialgericht (tribunale sociale) di Lipsia, che ha scelto di rimandare il caso alla Corte di Giustizia.

Quest’ultima, esaminata la questione, ha ricordato come la direttiva 2004/38, la c.d. “cittadino dell’Unione”, afferma che lo Stato Membro ospitante non è tenuto ad erogare una prestazione sociale a un cittadino di un altro Paese UE qualora questo – residente nello Stato ospitante da più di tre mesi ma da meno di cinque anni - sia economicamente inattivo e non disponga di risorse proprie sufficienti al proprio mantenimento. Questa disposizione, sottolinea la Corte, è stata pensata proprio per “evitare che i cittadini dell’Unione economicamente inattivi utilizzino il sistema di protezione sociale dello Stato membro ospitante per finanziare il proprio sostentamento”.

La Corte ha quindi dato torto alla signora Dano, e ribadito che i Paesi UE non sono obbligati a garantire determinate prestazioni sociali ai cittadini di altri Stati Membri che si trovino sul loro territorio se questi sono economicamente inattivi e impossibilitati a mantenersi attraverso proprie risorse. In parole povere, se ci si trasferisce in un altro Stato Membro privi dei mezzi necessari al proprio sostentamento, senza intenzione di cercare lavoro e con l’intenzione di godere dei sussidi offerti dal Paese ospitante, quello Stato può negare tali servizi di welfare in forza della legislazione vigente.


La reazione del premier inglese Cameron

La presa di posizione della Corte, come detto, giunge in un momento in cui diversi Paesi discutono della possibilità di limitare l'accesso degli stranieri, anche comunitari, ai propri sistemi di welfare. Il premier britannico David Cameron è stato tra i primi a esprimere la propria soddisfazione per la sentenza con un messaggio su twitter in cui parlava di una “scelta di buon senso”, ribadendo in un secondo momento la volontà, meno di buon senso a nostro avviso, di sviluppare una legislazione più rigida per gli stranieri che utilizzano i servizi di protezione sociale britannici. 
 


Nonostante la Corte abbia espressamente indicato come la normativa europea già tuteli pienamente i Paesi Membri dai c.d. turisti del welfare, il premier britannico sembra comunque intenzionato a usare la citata sentenza per inasprire i criteri attraverso cui i cittadini UE accedono alle prestazioni sociali del Regno Unito.

Complice la difficile tornata elettorale che lo attende in Primavera, durante la quale dovrà riconquistare parte del suo elettorato spostatosi verso il partito nazionalista UKIP, Cameron ha inoltre richiamato la possibilità di porre dei limiti all’ingresso dei cittadini comunitari qualora questo fosse necessario per tutelare il welfare britannico. Inutile dire come questa previsione andrebbe a cozzare pesantemente con il principio di libera circolazione di cui godono i cittadini europei, minando una delle colonne su cui si regge l’Unione.


Quali possibili conseguenze?

La sentenza della Corte arriva in un momento in cui il disagio sociale nel Vecchio Continente, sopratutto a causa della crisi dei tradizionali sistemi di welfare, è sempre più ampio ed evidente. Molti governi, in primis quello britannico, nel tentativo di giustificare almeno parzialmente le loro difficoltà sul fronte sociale, hanno così iniziato a indicare gli stranieri quali capri espiatori per risolvere i problemi, evidenziando la necessità di interventi su questo fronte. Il Regno Unito si muove in questo senso ormai da tempo, seguito da altri Paesi, tra cui la Germania, convinti che occorrano normative nazionali più rigide.

Come detto, i dati della Commissione indicano come il paventato turismo del welfare sia risibile da un punto di vista numerico e, al contempo, la sentenza della Corte di Giustizia dimostra senza clamori che l’Unione già dispone di strumenti legislativi adeguati a contrastare il fenomeno. Se dunque da un punto di vista giuridico la sentenza non cambia sostanzialmente nulla, da un punto di vista politico questa rischia di creare pericolose conseguenze.

La ragionevolezza, tra l’altro sottolineata dallo stesso Cameron, che ha mosso la Corte rischia ora di generare irragionevoli reazioni da parte di quei governi che, per ragioni prettamente politiche, vogliono alzare il livello di attenzione sulla questione. Evitando qualsiasi buonismo e basandosi su quanto stabilito nei trattati occorre quindi che Bruxelles prenda una posizione forte e chiara sul tema, evitando che la sentenza sia la miccia di una deflagrazione di cui l’Europa in questo particolare momento non ha certo bisogno.


Riferimenti

Il testo della sentenza 

La direttiva 2004/38


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