POVERTÀ ALIMENTARE /
Povertà alimentare in Italia: un volume per raccontare le risposte del secondo welfare
Maino, Bandera e Lodi Rizzini analizzano le dinamiche che determinano il fenomeno e i tentativi positivi sviluppati nel nostro Paese per contrastarlo
26 aprile 2016

Secondo l’Inchiesta Parlamentare sulla Miseria del 1954, a metà del secolo scorso il 50% delle famiglie italiane poteva consumare carne non più di due o tre volte al mese, lo zucchero era un alimento di lusso, nelle campagne l’unico pasto era spesso “pane e cipolle”. Incubi di un passato da dimenticare? O da ricordare solo come punto di partenza di un trend continuo di miglioramento e progresso? Solo in parte. Perché la povertà alimentare è ancora fra noi. Con la crisi, questo triste fenomeno si è di nuovo diffuso in modo significativo nelle periferie della ricca Europa e coinvolge circa l’11% dei cittadini UE. In Italia la percentuale è pari al 12,6%, ma sale al 19% fra le famiglie numerose. Ancor più grave, il nostro paese ha registrato uno degli incrementi maggiori della povertà alimentare fra il 2006 al 2014: più di sei punti percentuali.

Che cosa significa soffrire di povertà alimentare, in base alle statistiche Eurostat? Come nei primi anni Cinquanta, l’indice è collegato alla qualità dell’alimentazione e alla frequenza con cui ci si possono permettere alcuni consumi. Oggi si trova in questa condizione chi non può permettersi un pasto a base di carne o pesce (o l’equivalente vegetariano) almeno ogni due giorni. In Italia, succede ancora a un quinto dei bambini che nasce in famiglie numerose: un dato che fa riflettere, che deve far riflettere. Non solo per le sue tristi conseguenze in termini nutrizionali e sociali, ma anche e soprattutto perché si tratta di un fenomeno facilmente evitabile. Basterebbe un po’ più di redistribuzione del reddito – diciamo mezzo punto di PIL – capace di far arrivare risorse sufficienti a chi sta in fondo. Ricordiamo che l’alimentazione è un diritto fondamentale, ufficialmente sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 (art. 25). Aiuterebbe già molto azzerare gli sprechi, fare in modo che tutte le derrate disponibili e scartate vengano distribuite a chi ha bisogno. In Europa più di cento tonnellate di cibo vengono distrutte ogni anno.

Il recente volume "Povertà alimentare in Italia: le risposte del secondo welfare" (edito da Il Mulino) affronta di petto il fenomeno della povertà alimentare nel nostro Paese, nel quadro della più generale crisi del welfare. In occasione di Expo Milano 2015 – come è noto dedicata proprio ai temi del cibo e della nutrizione -, gli autori di questo libro hanno avviato un progetto di ricerca empirica intorno a questo problema scomodo e nascosto, al fine di evidenziare le dinamiche perverse che lo alimentano (principalmente connesse alle tradizionali debolezze del nostro modello di welfare), ma anche di raccontare i tentativi per contrastarlo. La strada maestra per sradicare il fenomeno è quella di incidere sul tenore di vita, tramite una garanzia pubblica di risorse sufficienti che in Italia è ancora clamorosamente assente. Ma ci sono altri possibili percorsi, tanto più importanti quanto più i nostri governi tardano ad imboccare, appunto, la strada maestra. Sono i percorsi del secondo welfare, imperniati sulla società civile, su attori e risorse non pubbliche. Nella loro ricerca, Maino, Bandera e Lodi Rizzini hanno analizzato in particolare due esperienze: il Banco Alimentare e i cosiddetti empori solidali. Il libro ci introduce però anche all’interno del nuovo universo dei gruppi d’acquisto solidali, degli esperimenti di agricoltura urbana e di politiche locali per il cibo. Un mondo composito, in cui la risposta a un vecchio ma persistente bisogno si accompagna alla sperimentazione di nuovi legami sociali e nuove modalità di azione collettiva.

Pur apprezzandone presenza ed effetti, gli autori non idealizzano i percorsi di secondo welfare e non ne fanno una bandiera ideologica. Sottolineano bene che spontaneità e associazionismo hanno limiti precisi, rappresentano opportunità e al tempo stesso anche rischi. Ma sono anche pragmatici e realisti. Se, incredibilmente, nel nostro paese il primo welfare non riesce ad arrivare ai più vulnerabili, allora è giusto ed utile raccontare, valorizzare e sostenere almeno il secondo welfare. Mentre sulla vetrina di Expo 2015 gli scienziati e i grandi della Terra ci hanno spiegato come “nutrire il pianeta”, in tanti quartieri delle nostre città, da Nord a Sud, i molti soggetti del secondo welfare si sono dati da fare, senza clamore ma con efficacia, per assicurare risorse (e dignità) ai tantissimi connazionali per cui l’accesso al cibo è ancora un problema di tutti i giorni. La lettura di questo libro, disponibile nelle librerie dal 28 aprile, può aiutare a conoscere, interpretare e criticare le manchevolezze della situazione italiana, ma soprattutto a proporre soluzioni. Come scienziati sociali e prima ancora come cittadini.


Riferimenti

Maino F., Lodi Rizzini C., Bandera L. (2016), Povertà alimentare in Italia: le risposte del secondo welfare, Bologna, Il Mulino.

 


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