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Alti tassi di inattività (molto spesso non voluta), bassa fertilità, povertà fra i minori ai massimi della classifica europea: questo circolo vizioso affligge da almeno due decenni il nostro Paese. Si tratta di una vera e propria trappola dalla quale è urgente uscire per imboccare il cammino di una crescita non solo women-friendly, favorevole alle donne, ma anche capace di valorizzare e far leva su competenze e talenti oggi trascurati e discriminati. In Italia non è ancora stata vinta la battaglia della persuasione sul Fattore D (il lavoro femminile e il suo potenziale di crescita) nei confronti dell’opinione pubblica e di tutti i policy maker, compresi quelli più distratti e lontani dal tema. Due sono, a mio avviso, i principali scogli da superare.

Il primo è di sostanza e riguarda l’agenda, il «che cosa fare». Su quali misure puntare per accendere il motore dell’occupazione femminile? Misure di tipo fiscale (come sgravi contributivi o incentivi monetari) oppure servizi (soprattutto quelli per l’infanzia)? È ovvio che servirebbe tutto. I vincoli di bilancio c’impongono però di scegliere. L’attuale governo sembra più propenso a imboccare la via fiscale, ma sarebbe un errore trascurare le politiche di conciliazione e in particolare l’espansione degli asili nido, vista la loro triplice ricaduta positiva: nuovi posti di lavoro, sostegno diretto alle madri occupate, promozione delle capacità e delle opportunità delle bambine e dei bambini, soprattutto quelli che nascono in famiglie svantaggiate. Di impulso ai nidi e, più in generale, di conciliazione si parla da anni. Oltre alle risorse, ciò che manca è una regia, un coordinamento finalizzato da parte di qualche attore politico che condivida la diagnosi generale dei problemi e scelga di farsene carico, anche dal punto di vista della costruzione istituzionale. Il ministero (senza portafoglio) delle Pari opportunità è sempre stato la cenerentola dei vari governi (ora le deleghe in materia sono affidate al ministero del Lavoro). Forse sarebbe opportuno creare una vera e propria agenzia indipendente: in Spagna l’Instituto de la Mujer ha svolto un ruolo importantissimo nel promuovere l’agenda donne nel corso dell’ultimo ventennio.

Il secondo scoglio è più insidioso e riguarda non tanto le (buone) politiche, ma l’azione politica in quanto tale. Come ha dimostrato un’ampia letteratura politologica, l’adozione di misure e soprattutto di una strategia a favore delle donne non prende il via senza che ci sia una esplicita e riconoscibile «domanda» e senza un qualche soggetto che punti su questa strategia per orientare e vincere il «gioco politico», ossia per allargare la propria base di consenso, per vincere le elezioni, per stare al governo.

Un fattore chiave sia sul versante della domanda sia su quello dell’offerta politica è l’ampiezza e l’efficacia della rappresentanza femminile nei movimenti, nelle associazioni, nei partiti, nelle istituzioni. La lezione storico-comparata sul punto è chiara: l’azione politica per le donne deve essere innanzitutto azione politica delle donne. Serve anche l’azione degli uomini, beninteso: pensiamo a politici women-friendly come il britannico Tony Blair e lo spagnolo José Luis Zapatero. Ma senza le spinte dei movimenti femminili dei rispettivi Paesi, senza il contributo delle militanti del New Labour e del Psoe, delle ministre e parlamentari «rosa» e così via, è assai improbabile che Blair e Zapatero avrebbero puntato così tanto sui temi della parità e della conciliazione. E senza le pressioni dal basso esercitate dall’associazionismo femminile già negli anni Settanta e Ottanta, i Paesi nordici non avrebbero imboccato la strada che oggi li ha condotti ad essere i primi esempi storici del modello dual earner, dual carer, basato cioè sull’eguale partecipazione dei partner di coppia al lavoro sia professionale sia domestico.

Il caso tedesco ci fornisce la più recente (e per noi forse più istruttiva) lezione sulle dinamiche politiche capaci di far concretamente avanzare l’«agenda donne». Proprio in questo mese di agosto in Germania entra in vigore una legge che garantisce a ogni bambino fra uno e tre anni un posto all’asilo, oppure altre forme di assistenza a casa sostenute dai sussidi dallo Stato. Lo schema è meno generoso di quelli vigenti nei Paesi nordici, ma è molto avanzato per gli standard europeo-continentali. Il sistema politico tedesco è riuscito a varare questa riforma grazie a una felice combinazione di fattori. Innanzitutto, da almeno tre legislature la quota di donne in seno al Bundesrat supera il 30%. Secondo gli studiosi, si tratta della soglia minima per dar voce e forza all’«agenda donne». In secondo luogo, nella sua battaglia per la riforma la ministra del Lavoro, Ursula von der Leyen (cristiano democratica) ha trovato una sponda efficacissima nelle colleghe socialdemocratiche e in particolare in Renate Schmidt, che aveva occupato la sua stessa posizione nel governo Schröder dei primi anni 2000.

Grazie all’intesa fra le due donne, il potenziamento delle politiche di conciliazione e assistenza all’infanzia era stato indicato come punto fondamentale della prima Grande Coalizione tra cristianodemocratici e socialdemocratici (2005-2009) e confermato poi nella seconda (2009-2013). La terza condizione è stata infine l’appoggio esplicito e genuino di Angela Merkel. La cancelliera ha non solo favorito il formarsi di una coalizione trasversale fra donne, ma si è schierata con fermezza dalla parte della sua ministra, difendendola dai numerosi attacchi dell’ala conservatrice e maschilista di Cdu (i cristianodemocratici, appunto) e Csu (i cristianosociali bavaresi). Valorizzando le biografie personali di von der Leyen e Schmidt (entrambe madri, professioniste di successo e infine ministre) Merkel ha saputo collegare il tema dei congedi e dei nidi a quello della conciliazione, e dunque dell’occupazione femminile. Si è così avviato un circolo virtuoso, che ha convinto (quasi) tutti.

Vi sono oggi nel nostro Paese le precondizioni per l’azione politica a favore delle donne? Sul piano della rappresentanza femminile l’Italia è stata a lungo il fanalino di coda dei Paesi europei, ma le elezioni del febbraio 2013 hanno segnato un punto di svolta: le donne parlamentari sono oggi 291, ossia il 30,8% del totale (erano il 20,2% nella passata legislatura). La soglia del 30% è stata superata anche in seno all’esecutivo: al suo insediamento il governo Letta contava 7 donne su un totale di 21ministri. L’adozione delle cosiddette «quote rosa» nei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa rappresenta un altro passo importante, così come la formazione, negli ultimi anni, di nuovi soggetti nell’associazionismo femminile e di nuove iniziative mediatiche di aggregazione (come il blog La 27ma ora del «Corriere»).

Quali sono i margini di manovra, le «leve» che possono essere sfruttate oggi dalle donne per rafforzare la propria presenza politica e promuovere la propria agenda? E che cosa ci si può aspettare dalla nuova fase politica delle «larghe intese»?

Per quanto riguarda il primo interrogativo, la risposta va cercata soprattutto in due direzioni: verso il basso e verso l’alto. Verso le Regioni e gli enti locali, da un lato, dove già a partire dagli anni Novanta si è consolidata un’ampia rete di strutture istituzionali «per la parità», con competenze più o meno formalizzate su molte politiche che hanno proprio a che fare con il welfare, la conciliazione, il mercato del lavoro. Il livello regionale è stato in Spagna una importantissima palestra per l’azione politica femminile, prima del salto di qualità avvenuto con il governo Zapatero. E il sostegno della maggioranza dei Länder è stato decisivo anche per la recente riforma tedesca. Dall’altro lato, è opportuno guardare verso l’Unione Europea, che da tempo offre all’azione politica delle donne una vasta gamma di risorse finanziarie, normative, organizzative, e di consulenza tecnica, non sempre conosciute e adeguatamente utilizzate nel contesto italiano. Il sostegno dell’Ue ha giocato un ruolo cruciale persino nei Paesi nordici: i congedi di paternità sono stati introdotti in Svezia grazie a un intelligente gioco di sponda fra alcune leader nazionali e i tecnici della Commissione europea. Il nuovo contesto di governance «multilivello» ha aperto in tutti i Paesi nuovi spazi e nuove opportunità di azione politica: la sfida per le donne italiane (soprattutto quelle del Mezzogiorno) è quella di imparare a giocare meglio in queste nuove arene (nonché quella di fare un gioco di squadra).

Quali prospettive si delineano, infine, con la nuova fase politica delle larghe intese? La risposta dipende, in primo luogo, dalla stabilità dell’attuale governo e in secondo luogo dall’effettiva emergenza nel governo e nel Parlamento di una coalizione pro-donne. Enrico Letta è un sincero fautore dell’agenda «donne e bambini»: chi conosce la sua storia e ha letto i suoi scritti non può avere dubbi. Per ora, tuttavia, sui temi del lavoro e del welfare abbiamo sentito poco la voce delle ministre e delle parlamentari di sesso femminile. Sono passati pochi mesi, molte parlamentari sono delle neofite (pensiamo al Movimento Cinque Stelle), le vicende di Berlusconi hanno per l’ennesima volta polarizzato il clima politico. Ma, come ha dimostrato da ultimo il caso tedesco, senza un fattivo asse bipartisan fra donne, le riforme non si riescono a fare e i circoli virtuosi del lavoro femminile non si attivano. L’Italia rischia così di perdere una grande occasione: quella di trasformare l’anomalia forse più vistosa del nostro modello economico e sociale — l’enorme capitale umano femminile inattivo — in un grande atout da giocare nella partita dello sviluppo, del riposizionamento italiano sui terreni della competitività economica e della qualità sociale.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 25 agosto 2013

 

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