FINANZA SOCIALE /
Le ragioni del cambiamento: come siamo arrivati alle nuove frontiere della filantropia
Abbiamo capito quali siano gli attori e gli strumenti protagonisti di questo mondo, ma qual è l'origine delle forze che ne hanno determinato l'esistenza?
14 marzo 2015

Per procedere verso la conclusione dell’ideale viaggio tra le nuove frontiere della filantropia e dell’impact investing, accompagnati dalla guida sicura di Salamon, sembra necessario formulare una qualche ipotesi inerente le ragioni che stanno alla base del fenomeno, da noi osservato attraverso diversi punti di vista. Dopo una rapida introduzione alle nuove frontiere della filantropia, con lo scopo di segnare qualche limite ad un tema altrimenti sterminato, siamo passati ad illustrare i soggetti che popolano questo nuovo mondo. Si è in seguito guardato agli strumenti cui i nuovi attori hanno fatto ricorso con sempre maggiore frequenza, individuandone la natura, i tratti caratteristici, gli scopi e talvolta anche i profili più critici. In base ai dati disponibili, sembra che un certo numero di forze siano sottostanti al cambiamento che Salamon identifica come le “nuove frontiere della filantropia”. Queste forze, ossia i fattori che hanno dato origine alla trasformazione in atto, possono essere individuati sia sul versante della domanda che dell’offerta.


Il lato della domanda del nuovo mercato dei capitali sociali

Che sia sorta una nuova frontiera nel mondo della filantropia e dell’impact investing sembra innanzitutto dipendere dal fatto che una serie di fattori legati al versante della domanda hanno acquisito sempre più rilevanza negli ultimi anni.

1. Il “nuovo inferno”

Facendo ricorso alla metafora usata da altri studiosi, Salamon segnala come risalenti problemi di povertà e ineguaglianza che continuano ad affliggere una importante parte della popolazione mondiale, sono stati di recente “raggiunti” da una ulteriore serie di pericoli inerenti l’ambiente o più in generale l’ecosistema, dando così luogo ad una moderna versione dell’inferno dantesco, caratterizzato dalla sua serie di gironi dedicati alle sofferenze umane (Brown 2011). Si tratterebbe di una “tempesta perfetta”, costituita da un insieme di tendenze che minacciano di gettare le civiltà in uno stato di caos politico ed economico (esaurimento delle risorse idriche della terra, perdita di suolo che conduce in ultima analisi alla desertificazione, consumo eccessivo di combustibili fossili con il risultante surriscaldamento della terra, crescita massiccia del numero dei c.d. “rifugiati ambientali”, rapida crescita demografica, notevole aumento del numero di stati in default). Considerato nel suo insieme, questo complesso di miserie avrebbe massicciamente espanso il bisogno di una seria attenzione alla lotta contro la povertà e la necessità di soluzioni sul lungo termine per le crisi legate al cibo, all’acqua e all’ambiente. E ciò non solo per alleviare la sofferenza umana nei luoghi in cui si concentra, ma per evitare conseguenze terribili per tutti i popoli.

2. L’inadeguatezza e l’inconsistenza delle risorse governative e benefico-assistenziali

Tutti i bisogni ambientali, economici, sociali e politici sopra menzionati, sarebbero già di per sé difficili da fronteggiare in circostanze di partenza ottimali. Tuttavia questi si confrontano oggi con un mondo che ha sperimentato e sta ancora vivendo significativi shock economici, una spesa pubblica ormai insostenibile e risorse benefico-assistenziali di tipo caritatevole che, pur aumentando, non si avvicinano minimamente a quelle necessarie per affrontare adeguatamente i problemi più urgenti. Secondo Salamon, anche i paesi più ricchi non avrebbero in alcun modo la capacità di fronteggiare realmente queste vere e proprie crisi globali. Al tempo stesso si dovrebbe anche registrare come la c.d. global charity, seppur generosamente stimata, costituisce una frazione minima di quello che i governi possono – o sino ad oggi hanno potuto – spendere.

3. L’avvento di imprenditori sociali

Un ulteriore elemento che ha contribuito significativamente allo sviluppo delle nuove frontiere della filantropia e, più precisamente all’emersione della domanda di capitali sociali, è stato l’avvento di una nuova forza sociale, presentatasi sulla scena pubblica nella forma di un sempre crescente esercito di imprenditori sociali, “persone irrequiete” e immaginative, con nuove idee su come affrontare i principali problemi globali e che peraltro sono – a detta di alcuni importanti osservatori – «così implacabili nel perseguimento delle loro visioni che non rinunceranno fino a quando non avranno diffuso le loro idee in tutto il mondo» (Bornstein 2004). Le ragioni dello sviluppo avvenuto non sono semplici da individuare con certezza e in modo univoco. Qualunque ne sia stata la causa, il risultato è stato quello di innestare un meccanismo che sembrerebbe assolvere alla funzione critica di tradurre una necessità umana quasi incomprensibile in soluzioni concrete e attuabili, in grado di produrre risultati dimostrabili e attirare l’attenzione di una nuova generazione di investitori socialmente consapevoli. In breve, la realtà di un enorme numero di persone che vivono ai margini di un disastro economico, ambientale e sociale, attirerebbe sempre più l’attenzione di imprenditori socialmente innovativi, che nonostante la limitata disponibilità sia dei governi che della filantropia privata tradizionale, stanno trovando nuovi modi per combinare le risorse esistenti per la produzione di beni e servizi a basso costo, o che comunque traducono le difficoltà incontrate in una consistente domanda di nuovi strumenti e nuovi soggetti che troviamo, appunto, sulle nuove frontiere della filantropia e dell’impact investing.


I fattori sul versante dell'offerta

Tuttavia, l’esistenza di una ampia e crescente domanda per capitali di investimento sociale e altre forme di innovazioni filantropiche non è ancora sufficiente a garantire l’esistenza di una sua soddisfazione. L’esistenza di fattori inerenti il versante dell’offerta sono altrettanto indispensabili. Ciò che caratterizza particolarmente la situazione attuale è che tali fattori non solo sono emersi, ma si sarebbero addirittura moltiplicati nel corso dell’ultimo decennio.

1. I primi sostenitori

Chiaramente un fattore decisivo è rappresentato dai primi avventurosi responders” delle esigenze di capitale avanzate dalla nuova classe di imprenditori sociali, dapprima emersi nei paesi sviluppati e poi nel resto del mondo. Questi primi sforzi hanno dato plausibilità all’idea che sia possibile trovare sistemi e modelli fantasiosi ma praticabili per risolvere problemi significativi, e di farlo in modo da proteggere, quantomeno, il capitale messo a disposizione dai primi sostenitori se non, addirittura, offrendo una prospettiva per un ragionevole margine di profitto. Ciò avrebbe aperto la possibilità di attrarre non solo il capitale filantropico, ma anche quello di investitori privati. Come non manca di segnalare lo stesso Salamon, un ingrediente cruciale sono stati una serie di incentivi studiati dai policymakers e offerti dai governi per “stimolare” e sostenere i primi investitori ad impatto sociale. Nel loro complesso, queste politiche hanno contribuito a incoraggiare un rilevante flusso di capitali di investimenti privati e quindi favorito l’affermarsi di un gruppo di professionisti e istituzioni nell’ambito della raccolta di investimenti privati in attività socialmente orientate. Questi primi sostenitori non solo hanno generato importanti flussi di capitale per finanziare lo sviluppo di imprese sociali, ma hanno anche contribuito a costruire qualcosa di altrettanto significativo: un iniziale track-record di promettenti innovazioni e – soprattutto – una serie di soggetti in grado di promuovere una nuova modalità di affrontare povertà e situazioni di svantaggio, attraverso modelli di business “fantasiosi”, sviluppati da imprenditori-pionieri grazie a investitori disposti ad assumere un profilo di rischio-rendimento che sarebbe stato inaccettabile per gli operatori finanziari tradizionali. Per di più, le politiche volte ad incentivare l’avvio delle dinamiche ora segnalate, sono servite come prototipi per innovazioni politiche analoghe in altri paesi.

2. Nuovi concetti: la fortuna alla base della piramide

Ciò che ha dato spinta al lavoro di questi primi “sostenitori” è stato tuttavia un secondo e importante sviluppo avvenuto sul versante dell’offerta e, più in particolare, sul piano delle idee. In effetti, una delle cause più importanti della rivoluzione nel finanziamento delle attività sociali negli ultimi anni è stata la riconcettualizzazione che si è verificata circa le cause della povertà e il come superarla. Questa operazione culturale è stata inizialmente guidata dall’industria della microfinanza, portata all’attenzione del pubblico da Yunus, ma la sua consacrazione definitiva è avvenuta grazie a Prahalad. In particolare il concetto che ha proposto il celebre studioso è quello conosciuto come “la fortuna alla base della piramide”. Attraverso questo concetto si vuole significare come le maggiori potenzialità del mercato riposino dove meno lo si immagina: alla base della piramide della ricchezza. Mentre la battaglia è al vertice, dove la concorrenza per assicurarsi i pochi consumatori con un potere d’acquisto particolarmente significativo è feroce, un’enorme quota di mercato – secondo il principio in discorso – sarebbe ancora tutta da conquistare. Esistono infatti miliardi di persone povere che hanno un’immensa capacità imprenditoriale e potere d’acquisto, seppur singolarmente limitato (Prahalad 2004). Il messaggio sotteso all’avvento e all’utilizzo del concetto di Prahalad è per certi versi rivoluzionario: si può imparare a soddisfare i bisogni di questa fascia di consumatori e contemporaneamente aiutare i più poveri del mondo a uscire dalla loro condizione. Sarebbe in altri termini il profitto la chiave per sconfiggere la povertà. Una teoria senz’altro eterodossa rispetto a quanto sino a poco tempo fa sostenuto da più parti, tuttavia non priva di fondamenti, come risulterebbe dai diversi casi riportati nell’opera dell’autore sopra citato e richiamati dallo stesso Salamon. Senz’ombra di dubbio l’idea della “fortuna alla base della piramide” ha contribuito significativamente allo sviluppo del fenomeno dell’impact investing, di cui sembrerebbe essere uno dei pilastri concettuali più rilevanti.

3. Nuovi attori e nuove mentalità

La cristallizzazione dell’idea per la quale esisterebbe una significativa possibilità di business “alla base della piramide” è poi avvenuta in concomitanza con un terzo elemento, risultato decisivo sul versante dell’offerta: si tratta della comparsa, alle soglie dell’arena filantropica, di una nuova serie di attori soprannominati “filantrocapitalisti” (Bishop e Green 2008), in genere giovani, milionari dot-com e miliardari che, avendo fatto grandi ricchezze relativamente presto nella vita, si sono rivolti alla filantropia come un modo per restituire e creare valore in una diversa sfera da quella sino a quel momento frequentata (Bill Gates da Microsoft, Jeffrey Skoll e Pierre Omidyar da e-Bay, e molti altri). Questo gruppo di finanziatori da un lato è risultato essere determinato dalla percezione di una profonda responsabilità rispetto alla ricchezza accumulata, dall’altro, è parso essere caratterizzato da una forte passione per l’importazione di uno stile realmente imprenditoriale nel mondo del business a finalità sociale. Ma non si tratta solo di multimilionari dot-com. Gli studiosi di demografia e alcuni sociologici hanno identificato sentimenti analoghi a quelli dei “filantrocapitalisti” in due interi gruppi generazionali: la generazione X (nati tra il 1961 e il 1981) e i millennials (nati tra il 1982 e il 2001). A differenza dei loro genitori, queste generazioni sono incredibilmente popolate da persone in costante ricerca di un migliore equilibrio tra lavoro e altri aspetti della vita, come anche più decisamente inclini ad entusiasmo e idealismo. Indipendentemente dalla verità di queste generalizzazioni demografiche, Salamon dichiara esserci una serie di forti evidenze a favore del fatto che un numero significativo degli attuali o più recenti studenti e neolaureati delle business school sono stati conquistati dal c.d. social business e dal fenomeno dell’impresa sociale, preferendo spesso offrire le proprie competenze ad attività professionali a finalità sociale piuttosto che a lavori più classicamente orientati alla massimizzazione degli utili.

4. La crisi finanziaria

Ironicamente, questi sentimenti sembrano aver ricevuto una spinta significativa dalla crisi finanziaria globale del 2008 e dalla conseguente recessione. Improvvisamente, i c.d. high-net-worth individuals, così come i piccoli investitori, hanno dovuto fare i conti con la scomparsa da un giorno all’altro di parti sostanziali della loro ricchezza. Qualunque sia l’impatto economico di questa vicenda, quello psicologico sembra essere stato capace di generare un processo di trasformazione per molti. Infatti, si è fatta strada la convinzione che se la ricchezza può scomparire così rapidamente, forse accumularla non è il migliore degli obiettivi perseguibili. È così iniziata a diffondersi tra alcuni l’idea che utilizzando almeno una parte della propria ricchezza disponibile per “fare del bene” si sarebbe potuto produrre valore più autentico e duraturo, almeno nella forma di soddisfazione personale. E questo ancor sarebbe stato ancor più vero se si fosse riusciti a farlo in un modo tale da preservare il capitale o magari anche recuperare un qualche ragionevole rendimento. Per di più, le vicende verificatesi a Wall Street, nella City, e in altri centri finanziari hanno prodotto un ulteriore contributo, particolarmente favorevole alla crescente offerta di capitale sociale: la crisi dell’industria finanziaria si è infatti tradotta nel “rilascio” di migliaia di esperti finanziari qualificati che, più o meno volontariamente, hanno iniziato a prendere in considerazione carriere alternative. Peraltro un certo numero di questi professionisti altamente qualificati erano sufficientemente stufi dell’esperienza fatta nel mondo della finanza, caratterizzata da elevati – se non insostenibili – ritmi di lavoro, oltre che dalla costante ricerca di ritorni a breve termine, cosicché avrebbero colto al volo l’opportunità di giocare i propri talenti e le proprie conoscenze in un contesto nuovo, capace di offrire maggiori soddisfazioni. Non sorprende quindi che un buon numero di professionisti provenienti dalle fila del settore dei financial services abbia trovato la propria strada in un ambito fortemente in espansione come quello degli aggregatori di capitale ad impatto sociale. La crisi finanziaria e la conseguente recessione hanno poi contribuito sul versante dell’offerta del mercato di capitale sociale in un modo se possibile ancor più diretto: hanno infatti consentito di vedere sotto una diversa luce gli investimenti ad impatto sociale, trasformandoli in alcuni dei più redditizi investimenti disponibili. Naturalmente, lo hanno fatto non tanto in virtù dell’aumento dei rendimenti offerti dagli investimenti ad impatto sociale, quanto piuttosto grazie al drastico calo dei rendimenti proposti da altri tipi di investimento. In altri termini, investimenti ad impatto sociale che offrivano qualche punto percentuale in termini di rendimento e tassi di default che sembravano “gold standard” accanto a quelli dei titoli spazzatura e dei derivati precedentemente circolanti, tra le possibilità presenti sul mercato si presentavano dunque come alcune delle opzioni di investimento più interessanti.


In sintesi 

In breve, ci sono alcune ragioni per credere che i recenti cambiamenti in atto alle frontiere della filantropia e nell’ambito dell’impact investing siano qualcosa di più che una moda passeggera. Alcune forze significative e sottostanti l’evoluzione registrata, sembrano aver lavorato per produrre in questo momento storico lo sviluppo in discorso. Per di più, queste forze hanno operato e tuttora operano sia sul versante della domanda – attraverso la creazione di una sempre più pressante esigenza perché vadano a regime e compimento i cambiamenti già in atto – sia dal lato dell’offerta – stimolando la disponibilità tanto dei talenti che delle finanze utili a soddisfare la detta esigenza. Alcune di queste forze sono certamente passeggere, ma altre sembrano più chiaramente destinate a durare. Niente di tutto ciò significa in ogni caso che la strada da percorrere sia libera da ostacoli. Al contrario, - come non manca di sottolineare proprio Salamon – rimangono aperte sfide significative. Sono queste che occorre identificare ed è con queste che occorre misurarsi.


Riferimenti

Salamon L. (2014), New Frontiers of Philanthropy. A Guide to the New Tools and Actors Reshaping Global Philanthropy and Social Investing, Oxford University Press

Brown L. (2011), World on Edge: How to Prevent Environmental and Economic Collapse, W.W. Norton

Bornstein D. (2004), How to Change the World: Social Entrepreneurs and the Power of New Ideas, Oxford University Press

Prahald C.K. (2004), The Fortune at The Bottom of The Pyramid. Eradicating Poverty Through Profits, Wharton School Publishing (ed. it. La fortuna alla base della piramide. Sconfiggere la povertà e realizzare profitti‬, Il Mulino, 2007)‬‬

Bishop M. and Green M. (2008), Philanthrocapitalism: How the Rich Can Save the World, Bloomsbury Publishing


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Giulio Pasi | 17.03.2015
Marco, ovviamente si tratta di un linguaggio figurato che vuole rendere l'idea più che qualificare una serie di dati. Tuttavia, come capita di sentire al ritorno dalle vacanze, spesso c'è chi dice di essere stato in un "paradiso". In quel caso nessuno si immagina itinerari danteschi, ma non c'è dubbio che il posto visitato esista e sia, verosimilmente, molto bello. Ecco, fuor di mia metafora e ritornando a quella usata da Brown, al di là degli scenari apocalittici, credo che le sfide sociali poste nell'inizio di questo terzo millennio siano assolutamente reali. Poi la percezione di queste in termini di opportunità piuttosto che di minaccia, chiaramente dipende da ciascuno. Grazie e a presto, GP
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Marco Cabrini | 17.03.2015
Complimenti per l'articolo! L'unica perplessità è sul "nuovo inferno". Non vi sembra una visione eccessivamente apocalittica? E quindi mi chiedo se anche con una lettura meno pessimista sta in piedi tutta la spiegazione... Grazie e comunque complimenti.
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