WELFARE CONTRATTUALE /
Contrattazione collettiva e conciliazione vita-lavoro: uno sguardo comparato sulle buone pratiche in alcuni Paesi europei
Un rapporto redatto dalla Confederazione Europea dei Sindacati nel 2019 analizza strategie sindacali e esperienze concrete messe in campo nei maggiori Stati UE
22 maggio 2020

In un recente articolo abbiamo riportato come le donne continuino a svolgere la maggior parte del lavoro di cura familiare e delle attività domestiche (per maggiori approfondimenti). Questa situazione contribuisce a generare un disequilibrio nelle prospettive di carriera, sul salario e sulle pensioni riflettendosi complessivamente in un divario occupazionale tra i generi che, stando alle stime di Eurofound (2016), produce una perdita economica di 370 miliardi di euro in termini di mancato gettito fiscale e pagamento di prestazioni a livello europeo.

Anche per questo motivo gli Stati europei, con diverse difficoltà, stanno aumentando gli investimenti economici sul fronte delle politiche di work-life balance (per maggiori approfondimenti vedi qui). Inoltre, a seguito della pandemica espansione del Covid-19, il dibattito attorno alle politiche di conciliazione - soprattutto in merito allo smart working -sembra essere in via di sviluppo.

Allo scopo di contribuire ad alimentare tale dibattito, in questo contributo vi presentiamo i risultati di un rapporto curato dalla Confederazione europea dei sindacati (CES) e intitolato “Rebalance: Strategie sindacali e buone pratiche per promuovere la conciliazione tra tempi di lavoro e vita”. Il report - pubblicato al termine del 2019, e quindi prima che la pandemia di Coronavirus colpisse l’Italia e l’Europa - prende in analisi il ruolo della contrattazione collettiva e degli accordi tra le parti sociali nella promozione di politiche di conciliazione vita-lavoro in alcuni Paesi europei. In particolare, il lavoro intende fare chiarezza sulle strategie sindacali perseguite da alcuni Stati UE - Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lituania, Olanda, Portogallo, Slovenia, Spagna e Svezia - per il raggiungimento di accordi sia di livello nazionale, sia settoriale che aziendale.


Contrattazione collettiva nei Paesi dell’UE (28) e buone pratiche di conciliazione vita-lavoro

Stando al rapporto, la prima Direttiva europea sui congedi di maternità è del 1992, mentre quella sui congedi parentali risale ad un accordo del 1996; per avere un pacchetto comprendente diverse misure sul tema conciliazione, bisognerà invece attendere il 4 aprile 2019, quando il Parlamento europeo ha approvato la Direttiva sul work-life balance (ve ne abbiamo parlato qui) che vincola gli Stati membri, entro il 2022, a introdurre specifici interventi sul fronte dei congedi e del lavoro flessibile attraverso la legislazione nazionale. L’iter di approvazione di questa importante Direttiva è partito nel 2017 e in questo lasso di tempo i sindacati, le organizzazioni non governative e altri importanti attori dello scenario comunitario hanno lavorato insieme per estenderne l’ambito di applicazione.

Per quanto concerne i singoli Stati, dal Rapporto del CES emerge chiaramente il ruolo attivo svolto dai sindacati nell’espansione dei diritti dei lavoratori in tema di conciliazione nei vari contesti nazionali.

In Finlandia, ad esempio, il tasso di copertura della contrattazione collettiva è alto per gli standard internazionali - si attesta attorno all’89% (Eurofound 2019) - e la contrattazione si svolge con un buon bilanciamento tra il livello nazionale, quello settoriale e quello territoriale/aziendale. Le parti sociali, fin dagli anni Settanta, hanno avuto un forte potere negoziale, soprattutto sul tema delle pensioni, della disoccupazione e dei congedi (CES 2019). Infatti in Finlandia le buone pratiche generate dalla contrattazione collettiva riguardano principalmente il tema dei congedi, più propriamente quello di paternità che occupa un posto di primo piano del dibattito sulla conciliazione.

In Svezia l’autoregolamentazione attraverso la contrattazione collettiva è una prassi molto radicata e l’80% dei lavoratori sono iscritti ai sindacati. La contrattazione riguardante i temi della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro si svolge perlopiù a livello settoriale. Una buona pratica si evidenzia sul tema dei congedi parentali per i lavoratori del settore privato e delle cooperative, avviati sin dal 2014, che consente l’erogazione di un’indennità integrativa per i lavoratori in congedo parentale e forme di previdenza complementare.

In Olanda i sindacati sono molto presenti, soprattutto a livello nazionale. La contrattazione dominante è quella di categoria e molte grandi aziende hanno il proprio accordo aziendale. Anche qui non mancano buone pratiche sul tema conciliazione vita-lavoro tra queste spicca: un contratto collettivo sul congedo per le cure a lungo termine (2017) sviluppato nel settore ospedaliero e uno sul congedo di paternità di secondo livello (2018) afferente al settore bancario.

In Germania la contrattazione collettiva si svolge soprattutto a livello settoriale. Fra i lavoratori tedeschi solo uno su cinque è iscritto ad un sindacato e nei tavoli delle trattative il tema della conciliazione ha avuto un’importanza marginale per lungo tempo (Klenner 2013). Tuttavia, tale questione sembra aver acquisito maggior rilievo nell’agenda dei sindacati come evidenziato delle buone pratiche individuate dal CES (2019). Queste interessano particolarmente il versante della flessibilzzazione dell’orario lavorativo e quello degli incentivi economici legati alla genitorialità.

In Lituania i contratti di secondo livello sono i più utilizzati e sono anche quelli che dimostrano una maggiore sensibilità in ottica di work-life balance. Non mancano anche qui buone prassi individuate, anzitutto sul fronte della flessibilizzazione delle ore lavorative.

La Francia può vantare una complessa legislazione sui temi della conciliazione vita-lavoro e del gender equality e gli accordi collettivi sulla parità di genere, per legge, devono essere negoziati a cadenza triennale tra le parti sociali. Il tasso di sindacalizzazione rilevato in Francia è piuttosto basso: ciò non impedisce comunque una forte copertura contrattuale, specialmente per gli accordi di secondo livello. Le buone pratiche segnalate dal CES si contraddistinguono per un ampio ventaglio di interventi legati alla conciliazione.

La copertura dei contratti collettivi in Slovenia è tra le più elevate nell’Unione europea, raggiungendo circa l’80% degli occupati. Secondo il rapporto ciò ha contribuito notevolmente alla riduzione delle disuguaglianze di genere in ottica lavorativa: il tema della conciliazione ha infatti assunto primaria importanza per i sindacati sloveni che sono riusciti a negoziare alcuni significanti contratti collettivi sul tema della flessibilità oraria, specialmente nel settore del commercio e per gli agenti di polizia.

Come riportato dal CES, in Portogallo tra il 2011 e il 2017, a causa della crisi finanziaria, si è registrata una forte diminuzione dei contratti collettivi nazionali e, di conseguenza, un forte decentramento verso la contrattazione di secondo livello. Storicamente in Portogallo la contrattazione collettiva si è concentrata essenzialmente sui salari e sull’orario di lavoro lasciando in dietro altri temi. Tuttavia, grazie alla pressione delle rappresentanze sindacali, negli ultimi 10 anni vi sono stati miglioramenti rilevanti in merito alle disposizioni in materia di congedi parentali.

In Spagna negli ultimi anni gli accordi conclusi sono prevalentemente di secondo livello e i sindacati sono riusciti a negoziare diverse buone pratiche in tema conciliazione. Tra queste spicca un accordo nel settore della ristorazione e del catering del 2010, che prevede un rafforzamento del congedo di paternità e un contratto collettivo nel settore trasporti e aerospazio sulla flessibilizazzione dell’orario di lavoro del 2016.


Qual è la situazione in Italia?

Il rapporto “Rebalance” si concentra poi anche sul nostro Paese. Stando al report, l’Italia è storicamente connotata per un’asimmetria nella divisione dei ruoli all’interno della coppia e, a differenza di altri paesi europei, la svolta culturale sembra ancora lontana. Questo è dovuto ad un modello familista di welfare storicamente radicato che influenza la divisione dei ruoli familiari.

L’incompiutezza socio-culturale verso un modello dual earner - che prevede un’equa distribuzione tra genere all’interno della famiglia rispetto agli oneri familiari (evidenziata anche all’interno del rapporto ANPAL, 2019) - sembra rendere particolarmente difficoltose le trattative sul tema work-life balance per i sindacati. Tuttavia nel nostro Paese i sindacati sono storicamente importanti interlocutori ai tavoli delle trattative, e non solo sul tema della conciliazione. In Italia i Contratti collettivi nazionali del lavoro (CCNL) rappresentano la principale fonte di regolamentazione, anche se - secondo il CES - negli ultimi anni si è registrata una crescente incisività della contrattazione decentrata.

A questo riguardo, tra le buone prassi di contrattazione sul tema della conciliazione individuate dal report “Rebalance” spicca quello afferente al settore bancario firmato dal Gruppo Intesa San Paolo, quello del settore agroalimentare concordato da Ferrero, quello inerente al settore agroindustriale da Nestlé, quello di Trenitalia e quello firmato tra le parti sociali del settore dell’agricoltura. Tutti questi accordi risalgono al 2018 e, in linea di massima, prevedono: l’introduzione di misure a sostegno della genitorialità, come permessi e congedi integrativi e la flessibilizzazione dell’orario di lavoro attraverso l’introduzione di accordi di smart working e l’accesso al part-time. A questi si aggiunge l’accordo tra le parti sociali del 2016 nel settore dell’elettricità e utilities sottoscritto da ENEL, riguardante il rafforzamento del congedo di paternità.


Riflessioni conclusive

Il panorama socio-culturale, normativo e politico all’interno del quale i sindacati si trovano ad operare nei Paesi membri presi in esame dallo studio del CES è estremamente variegato. Di conseguenza il livello di contrattazione tra le parti sociali risulta più o meno incisivo e decentrato in base ai differenti contesti.

Sussistono poi delle prassi differenti implementate dai sindacati nei diversi Stati. Dal report si evince ad esempio che in alcuni Paesi - come l’Italia, la Germania e la Slovenia - diversi sindacati hanno coinvolto gli iscritti per definire le principali misure da contrattualizzare; in altri - come la Francia, il Portogallo, la Spagna e la Svezia - le rappresentanze dei lavoratori hanno invece provveduto al monitoraggio dell’utilizzo e dell’efficacia dei contratti che regolamentano interventi in tema conciliazione.

Il rapporto “Rebalance” ci aiuta ad individuare quelle che sono i tipi di intervento più comuni in ottica di conciliazione vita-lavoro promossi nei diversi Stati considerati. A tal riguardo, le modalità di lavoro flessibile (riguardante l’orario e/o il luogo di lavoro) sembrano essere le pratiche più diffuse e maggiormente sottoposte a contrattualizzazione tra le parti sociali; di seguito si trovano quelle relative al congedo di paternità (tempo assegnato e/o retribuzione), gli incentivi economici legati alla famiglia e i congedi parentali e per le cure a lungo termine.

In generale, il report evidenzia quindi come il ruolo del sindacato - supportato da un impianto normativo all’altezza - possa essere determinante per favorire un salto culturale (oltre che economico) volto ad assicurare una buona gestione e un corretto coordinamento delle pratiche di conciliazione e work-life balance messe in campo a livello europeo e nazionale.


Riferimenti bibliografici

CES (2019), “Rebalance: Strategie sindacali e buone pratiche per promuovere la conciliazione tra tempi di lavoro e vita”

Eurofound (2016), “The gender employment gap: Challenges and solutions”, Publications Office of the European Union, Luxembourg

Eurofound (2017), “6th European Working Conditions Survey”, Publications Office of the European Union, Luxemburg

Eurofound (2019), “Living and working in Finland”, consultabile al seguente sito

Klenner C. (2013), “Gender und Care in Zeiten der Prekarisierung”, Wirtschafts und Sozialwissenschaftliches Institut

 


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