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Terzo Settore e digitalizzazione: clic o mai più
Il lockdown ha portato i nodi al pettine: i casi virtuosi non mancano, ma sul digitale troppe organizzazioni sono ancora indietro. Come si governa il cambiamento?
26 giugno 2020

Il 23 giugno su Corriere Buone Notizie è uscita la nostra inchiesta sull'impactto che il Covid-19 sta avendo sulla digitalizzazione del Terzo Settore. Di seguito potete leggere l'articolo con cui Paolo Riva ha cercato di inquadrare il tema; qui invece trovare il commento di Fabio Fraticelli sulla necessità di fare investimenti digitali.


Più digitale. Durante la pandemia l’uso degli strumenti digitali da parte di individui e organizzazioni è nettamente cresciuto. Anche in un Paese come l’Italia, che secondo i dati Ue è agli ultimi posti in Europa per digitalizzazione. E anche in un ambito come il Terzo settore i cui enti, salvo alcune eccezioni, non sfruttano ancora a pieno le nuove tecnologie.

Mario Calderini è direttore del centro Tiresia che, al Politecnico di Milano, studia l’innovazione sociale. A suo parere, «il Terzo settore ha ritardato troppo il momento in cui affrontare il tema del digitale. Il Coronavirus l’ha confermato». Molte organizzazioni si sono dovute adeguare in fretta, implementando gli strumenti per il lavoro da remoto, spostando gli eventi dal vivo su internet e puntando molto più del solito sulle donazioni online che, nel 2018, erano il 27 per cento del totale. Occuparsi di digitale e Terzo settore, però, non significa solo parlare di comunicazione e fundraising. La questione è ben più ampia e almeno in parte inesplorata, al punto che non esistono dati nazionali esaustivi.

Nel 2018 Italia Non Profit, dopo aver interpellato 176 operatori del settore, concludeva che la loro percezione generale era che le organizzazioni mancassero di «visione strategica sulle tematiche digitali». Il punto è cruciale perché, per scalare la piramide della trasformazione digitale, bisogna avere una strategia per salire un gradone alla volta. Prima si passa dall’analogico al digitale. Poi si migliorano i processi grazie a tecnologie e dati. Quindi inizia la vera e propria trasformazione digitale, un processo che cambia radicalmente le attività esistenti, ne fa nascere di nuove e le rende scalabili. «Il digitale consente di esplorare opportunità nuove e su scale di dimensioni prima impensabili», spiega Calderini. Il discorso vale in tutti i settori economici, non profit compreso. «La tecnologia ormai ha costi accessibili. I sensori oggi si pagano pochi centesimi: in campi come la cura e l’assistenza degli anziani possono essere usati per aumentare notevolmente il numero delle persone aiutate».

Lorenzo Bandera, ricercatore del laboratorio Percorsi di secondo welfare, concorda. «Il digitale può essere uno degli strumenti con cui rispondere ai bisogni crescenti delle comunità, a maggior ragione durante la crisi appena iniziata. La vera questione è capire se e come le organizzazioni che operano per i più fragili saranno grado di usare tali competenze in questa nuova situazione». Gli ambiti di intervento possono essere i più disparati. Si va dall’algoritmo di un sito che aiuta le persone con disabilità per le vacanze all’intelligenza artificiale applicata alle terapie per i bambini con autismo; dalla stampa 3D di vere e proprie case per famiglie in difficoltà alle hackaton (gare di innovazione) per l’inclusione dei migranti fino all’uso delle tecnologie blockchain per migliorare la trasparenza della raccolta fondi.

Nascendo già digitali, le realtà più giovani - che sono spesso start-up a vocazione sociale - sono solitamente le più dinamiche e innovative. Ma la sfida della digitalizzazione riguarda tutte le oltre 350mila istituzioni non profit italiane. A maggior ragione quelle di grandi dimensioni, come Fondazione Ant, che offre assistenza domiciliare gratuita a 10mila malati in tutta Italia. La Fondazione, che da oltre un decennio usa la cartella clinica digitale, negli ultimi anni ha sperimentato la realtà virtuale e creato una piattaforma tecnologica per mettere in contatto malati e caregiver. Secondo la sua presidente Raffaella Pannuti «dal digitale non si può prescindere:bisogna investire».

È quello che ha fatto anche Cgm, che conta 42mila lavoratori e ha sviluppato innovative piattaforme digitali per il welfare aziendale, pubblico e territoriale, molto cresciute anche durante il lockdown. Le possibilità sono numerose, ma esistono anche i rischi. Per Claudia Fiaschi «chi non ha accesso alle tecnologie oggi è ancora più povero». La portavoce del Forum del Terzo settore per esempio ricorda che nei Comuni dove sono stati distribuiti i voucher di sostegno tramite smartphone le persone più bisognose hanno rischiato di venire escluse. È un aspetto da tener sempre presente.

Come vanno tenute presenti, a mo’ di monito, anche le conseguenze sociali negative delle grandi piattaforme digitali delle consegne a domicilio, dei trasporti o degli affitti brevi. Calderini le conosce bene. Nonostante ciò il suo pensiero è realista, ma anche ottimista: «Da un lato la pandemia potrebbe causare una selezione naturale violenta tra le organizzazioni non profit, soprattutto tra quelle poco digitalizzate. Dall’altro potrebbe aprire opportunità enormi». Il professore si riferisce al turismo di prossimità, a una distribuzione del cibo alternativa ai supermercati e, soprattutto, alle nuove modalità di cura e assistenza, tutte da immaginare dopo quel che è successo nelle residenze per anziani durante il Covid-19. «In tutti questi ambiti - conclude Calderini - il profit non può fare a meno del non profit che, a sua volta, non può fare a meno del digitale. Digitalizzazione e trasformazione digitale diventeranno strumenti di sopravvivenza».



Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 23 giugno nell'ambito della collaborazione tra Secondo Welfare e Buone Notizie; è qui riprodotto previo consenso dell'autore.

 


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