PARTI SOCIALI / Enti Bilaterali
Se il welfare (bilaterale) è sconosciuto
L'inchiesta di Percorsi di secondo welfare per Corriere Buone Notizie sugli enti bilaterali. Un'analisi basata su dati raccolti dai nostri ricercatori per il Terzo Rapporto sul secondo welfare
27 giugno 2018

Il 26 giugno sulle pagine di Buone Notizie, inserto settimanale del Corriere della Sera, è stata pubblicata la seconda inchiesta curata da Percorsi di secondo welfare. Il tema è quello della bilateralità intesa come strumento per diffondere il welfare aziendale anche tra le PMI dandogli una dimensione fortemente territoriale. Di seguito vi proponiamo l'articolo firmato dal giornalista Davide Illarietti e l'infografica curata dai grafici del Corriere, realizzati grazie al supporto dei nostri ricercatori. Qui invece trovate l'approfondimento curato dalla nostra direttrice Franca Maino.


Lo sportello più virtuoso d’Italia è a Noale
, entroterra veneziano. La piazza, un vecchio portico, la targa: Ebvf, che sta per «Ente Bilaterale Veneto e Friuli-Venezia Giulia». Da quattordici anni il direttore Marco Palazzo arriva la mattina e fino a sera cerca di entrare in contatto con i suoi quasi 30mila iscritti (inconsapevoli) sparsi per il Triveneto. A volte riesce, altre no. Finora ne ha raggiunti circa 8mila: gli altri – è il suo cruccio – nemmeno sanno dell’esistenza dell’ente e di lui, e il suo compito è informarli dei benefici a cui hanno diritto. Come un avvocato con un’eredità da consegnare ad ignoti. «È un lavoro frustrante ma dà delle soddisfazioni», dice.

Gli enti bilaterali sono il frutto di decenni di trattative tra sindacati e associazioni datoriali, contrasti e contratti collettivi: ma a un secolo dalla loro nascita, la maggioranza dei lavoratori e delle aziende non sa che cosa siano. La colpa – Palazzo è categorico – è degli enti stessi: «Troppo frammentati e disorganizzati». A pensare male, c’è da chiedersi se lo siano apposta: intanto le risorse destinate a lavoratori e famigliari – poche, ma ci sono – restano bloccate in salvadanai burocratici, una miriade di casse provinciali, fondi e uffici dai nomi astrusi. Quello amministrato da Palazzo ha sbloccato 643.567 euro nel 2017 e va per gli 800mila nel 2018. Ha raggiunto solo un quarto dei beneficiari de iure, eppure è un case-study positivo per gli esperti del settore. Gli altri enti sparsi per il Paese – la domanda sorge spontanea – come sono messi? La burocrazia del welfare parallelo in Italia è una giungla (in parte voluta) in cui ci siamo persi 3,5 milioni di lavoratori. Inghiottiti da una boscaglia di diritti, di cui nessuno ha la mappa.

I cartografi della responsabilità sociale d’impresa provano da tempo a raccogliere dati e coordinate: il laboratorio Percorsi di secondo welfare, think-tank del Centro Einaudi di Torino e dell’Università degli Studi di Milano, ha avviato l’anno scorso un primo censimento esaustivo (tutt’ora in corso). I ricercatori hanno contato 426 enti territoriali, in parte dormienti o semi-dormienti. Le prestazioni fornite vanno dall’assistenza in materia di lavoro – per formazione, sicurezza, vertenze – a quella sanitaria, ai servizi alle famiglie. Importi e accessibilità variano molto, in base alla geografia: Nord, Sud, Centro, Est, Ovest.


I numeri della bilateralità in Italia
NB: la versione pubblicata sul n.26 di Buone Notizie del 26/6 presentava alcune imprecisioni. La versione qui presentata è quella corretta.
 

Ogni regione è un mondo a sé. Anzi ogni provincia. «La raccolta dei dati è un lavoro preliminare e necessario, ma di per sé è tutt’altro che semplice», spiega Federico Razetti, che assieme alla collega Francesca Tomatis dell’Università di Milano ha scandagliato centinaia di registri e siti internet, alzando anche il telefono «laddove le informazioni non erano pubbliche o sembravano poco affidabili». Spesso dall’altro capo non rispondeva nessuno. «La ricerca continua, mancano ancora i dati di alcune regioni, ma da una prima mappatura è stato possibile farsi un’idea degli squilibri endemici e della diffusa frammentazione, che nonostante alcuni progressi indeboliscono ancora questa infrastruttura sociale dal potenziale enorme», osserva Razetti. Un dato su tutti: su 6,9 milioni di occupati totali, tra edilizia, artigianto, turismo-servizi e agricoltura, solo 2,5 milioni di lavoratori risultano iscritti ai fondi sanitari nazionali.

Le prestazioni fornite dipendono dalla geografia e dalla categoria. Bonus bebé e assegni matrimoniali prevalgono al Sud e nell’edilizia, ad esempio, «per questioni culturali e composizione della forza lavoro, in maggioranza maschile», sottolinea Razetti. «Le misure di conciliazione vita-lavoro, il rimborso delle rette dell’asilo nido o le borse di studio per i figli, invece, sono più frequenti nel terziario e al Nord».

Il problema vero, però, sono gli aventi diritto che non sanno di esserlo. Nell’artigianato nel 2016 sono stati erogati servizi per 2,18 milioni di euro, su un bacino di oltre 700mila addetti. Fanno tre euro e dieci centesimi a persona. Pochissimo, ma vanno calcolate (anche qui) le disparità regionali: in Lazio ed Abruzzo, 7mila euro in un anno. In Molise 1150 euro. In Basilicata gli enti hanno erogato zero euro, a fronte di 4104 iscritti. Un dato «scoraggiante», sottolinea Razetti. Le ragioni? Poca o punta comunicazione, pile irragionevoli di moduli da compilare – persino l’Isee, in alcuni casi – graduatorie e tempi d’attesa sconfortanti: quattro-cinque mesi in media per il rimborso di una piccola spesa sanitaria. Gli ostacoli sembrano messi lì apposta, per paura – forse – che le risorse non bastino per tutti. Ma i promotori del rinnovamento se li stanno lasciando spalle, per fortuna.

La ricetta sperimentata nel Nord Est è quella delle reti territoriali: collegare servizi già esistenti, evitare doppioni e dispersioni, creare sinergie. «È un lavoro complesso di coordinamento», spiega Palazzo; dal 2004 l’Ebvf ha lanciato un progetto pilota (WelfareNet, ndr) – finanziato in parte dalla Regione Veneto attraverso il Fondo sociale europe o– assieme alle parti sociali e alle università di Padova e Venezia-Ca’ Foscari. Obiettivo: integrare il welfare bilaterale con quello delle piccole-medie imprese e con gli enti del territorio, dalle associazioni sportive ai teatri, dal pubblico al non profit. Dall’anno scorso è disponibile pure un’app – caso unico in Italia – che permette agli iscritti di accedere al servizio in pochi clic. Una volta «loggati», fotografano con il telefonino la fattura da rimborsare, la inviano e aspettano. Otto giorni in media. È possibile, evidentemente.


Questo articolo è stato pubblicato su Buone Notizie del 26 giugno 2018 ed è stato realizzato nell'ambito della collaborazione tra Percorsi di secondo welfare e il settimanale del Corriere della Sera.

Al ruolo degli enti bilaterali nel welfare che cambia è dedicato il quinto capitolo del Terzo Rapporto sul secondo welfare, curato da Federico Razetti e Francesca Tomatis. 

 


Parte la collaborazione tra Percorsi di secondo welfare e Buone Notizie

Il potenziale inespresso della bilateralità sul territorio

Bilateralità e territorio: il caso dell’Ente Bilaterale dell’Artigianato delle Marche

La bilateralità artigiana in Emilia-Romagna

Bilateralità, settori e territori. Diversi modelli di solidarietà a confronto

Bilateralità tra welfare e nuovi modelli contrattuali