TERZO SETTORE /
Se non torna la fiducia non avremo la ripresa
In questo momento di grande difficoltà dobbiamo guardare all'Italia migliore che abbiamo visto in azione nei momenti più duri della pandemia
21 ottobre 2020

Il rischio è che la crisi pandemica ci lasci un'eredità peggiore della crisi stessa. Un'eredità dominata dalla paura e dall’incertezza sul futuro. In un Paese dove dominano insicurezza e paura non ci potrà mai essere una ripresa economica. Il frutto avvelenato del lockdown rischia di essere una paura diffusa verso tutto e tutti che fa chiudere in un egoismo incapace di qualunque attività positiva. Se in Italia prevalesse il sentimento della paura, vedi l’aumento dei risparmi bancari da parte delle famiglie italiane durante il lockdown, non solo non ripartirebbero i consumi ma metteremmo a rischio il nostro futuro. Eppure, se partiamo dall’esperienza che ciascuno ha potuto fare durante i mesi più duri della crisi, proprio nei momenti più difficili tutti abbiamo visto un'altra Italia: quella migliore. Quella senza paura fatta da associazioni, da volontari, da professionisti in pensione che si sono rimessi al lavoro, da medici e infermieri, da aziende che si sono rese disponibili, modificando il loro assetto produttivo originale, a fornire quello di cui c’era bisogno, da parrocchie, da imprese sociali, da corpi intermedi di ogni tipo.

Quest’Italia si è mossa, in silenzio e senza clamori mediatici, anche rinnovandosi e inventando soluzioni strutturali a problemi nuovi che nascevano, affinché nessuna persona rimanesse sola. È stata un'Italia che ha comunicato fiducia e ha generato fiducia, che ha trasformato un tempo di paura e di solitudine per tanti, in un tempo generativo. Generativo di una solidarietà che ha portato con sè una speranza e un significato per cui il male e il dolore possono non avere l’ultima parola. È di questo mondo, di questo spettacolo di umanità vera, che ha nel Terzo settore il suo riferimento principale, che l’Italia ha più che mai bisogno; di questo mondo di energie positive, capaci di costruire, in qualunque situazione, iniziative ed opere per il bene di tutti.

Che i governi e le istituzioni si accorgano di quest’impresa del bene solo quando il Paese è in emergenza non è certo un buon segnale. Se poi si pensa che tra lo Stato impersonale e l’individuo abbandonato a se stesso non ci sia nulla, si compie un errore madornale. Ci sono i corpi intermedi, e tra di essi soprattutto quelli del Terzo settore, che hanno il compito fondamentale di costruire un welfare veramente comunitario, per la ripartenza. Racconta Italo Calvino nel suo libro «Le città invisibili» a proposito dell’«inferno» della vita: «due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio». Questo «farlo durare e dargli spazio» a ciò che nella vita non è inferno, è il compito che hanno oggi i corpi intermedi e anche ciascuno di noi.


Questo articolo è stato pubblicato su Corriere Buone Notizie del 29 settembre 2020, ed è qui riprodotto previo consenso dell'autore

 


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