TERZO SETTORE /
Radicalità e pluralismo, così si genera prosperità inclusiva
Paolo Venturi ci racconta l’ultima edizione delle Giornate di Bertinoro, dando uno sguardo anche a passato e futuro dell’evento annuale di Aiccon. Che dura da vent’anni perché parte dall’osservazione continua del reale.
18 ottobre 2019

Nei giorni scorsi si sono svolte le XIX Giornate di Bertinoro, appuntamento organizzato da Aiccon che ogni anno riunisce in Romagna protagonisti dell’economia, del volontariato, della cooperazione delle istituzioni e del mondo accademico per riflettere e conversare sui temi dell’economia civile. Abbiamo chiesto a Paolo Venturi, direttore di Aiccon, di raccontarci il suo punto di vista su questa edizione, dando uno sguardo anche al passato e al futuro delle GdB.


Quest’anno per le Giornate di Bertinoro avete scelto il tema “prosperità inclusiva”. Personalmente avevo il timore che avremmo assistito a tante riflessioni astratte e ipotesi teoriche su come - in questa fase in cui da tante parti si chiede una revisione sostanziale dell’approccio capitalista - si potrebbe e dovrebbe intervenire per tracciare nuove rotte e strategie economiche. Immaginavo dunque che il "taglio" sarebbe stato molto sul futuro, molto di prospettiva e poco “pratico”. Nel corso della due giorni invece si sono susseguiti interventi molto concreti, che hanno mostrato che oggi, in tanti ambiti diversi, si stanno già facendo molte cose per rendere l’economia più inclusiva e più sostenibile. Ora però mi chiedo, e ti chiedo, come si fanno a mettere a sistema le tante esperienze e dinamiche interessanti che sono emerse? In che modo possono generare un cambiamento concreto, nel quotidiano, andando oltre il loro essere “buone pratiche”?

Il tema della prosperità inclusiva come proposta concreta, e non solo come riflessione di natura teorica, credo sia emersa sotto due punti di vista. Il primo ci ha dimostrato che la prosperità può essere l’antidoto a un crescente orientamento dell’economia che, per riprendere il titolo di un articolo pubblicato sull’Harvard Business Review, tende al profits without prosperity, cioè una crescita che esclude e mette ai margini la questione della prosperità. Noi abbiamo provato a ragionare in un’ottica diversa, opposta a questa impostazione. Il fine deve essere la prosperità che è si un antidoto – e qui c’è il secondo elemento interessante –  ma deve basarsi su un metodo che è quello inclusivo. E si tratta di un metodo che è fortemente legato al tema dell’economia civile. Come ha spiegato Zamagni nell’introduzione alle Giornate, quel “civile” non è un afflato solidaristico, non è un’aggiunta, ma una modalità per cui il valore economico generato include chi è rimasto indietro e, al contempo, include dimensioni diverse, come quella sociale o quella ambientale. In questo senso, oltre a una “classica” aspettativa di utilità, in questa visione si tiene in considerazione un’aspettativa di felicità, che abbraccia la persona in tutta la sua totalità e non solo in un aspetto del suo bisogno.

Come si rende questa formula concreta? L’elemento principale, che nel corso delle GdB è emerso continuamente, è quello della responsabilità. Intesa non tanto come livello di accountability, su cui spesso ci si blocca, ma come dimensione di cura, di attenzione. Si tratta di una responsabilità anzitutto personale, che riguarda il potere di ciascuno su ogni azione. Un potere che, per citare Vaclav Havel, ci dovrebbe portare a essere tutti “un po’ più dissidenti”, che vada cioè in controtendenza rispetto al sentire comune.

Per far questo occorre una radicalità che deve concretizzarsi in almeno due dimensioni. Ogni nostra azione deve avere come fondamento il tema dell’equità, che deve essere l’elemento cardine che sta al principio, e non alla fine, di quel che facciamo. L’assessore, l’imprenditore sociale, l’operatore finanziario, ognuno di noi, dovrebbe iniziare a porre la lotta alle diseguaglianze al principio di qualsiasi azione, in modo da poter agire fin da subito sul di processo di quel che si fa. In questa visione la questione dell’equità non è posta alla fine ma all’inizio: il tema diventa come produco il valore, e non come lo ridistribuisco. È ovvio che su questo aspetto c’è bisogno di un cambiamento profondo di tutti, perché bisogna decidere di essere inclusivi non ex post, ma ex ante. L’altro “tema radicale” è capire cos’è, e se c’è, un impatto sociale generato grazie a queste azioni radicali. In altre parole, la radicalità delle intenzioni deve essere misurata, andando a vedere come questa impatta sulla realtà. Per farlo servono però meccanismi che riguardino e coinvolgano i soggetti a cui tali azioni sono rivolte e proprio per questo il tema dell’impatto non può più essere solo questione di design, di buoni indicatori. Ci vuole un’azione che vada contro il mainstream, che consideri la valutazione dell’impatto non come una dimensione utile a ricollocare le azioni in schemi e modelli prestabiliti, ma qualcosa che crei nuove fondamenta di giudizio.


Quindi perché questo cambiamento “radicale” avvenga è necessario il contributo di ciascuno che “dal basso” inizi a cambiare le cose…

…si, ma aggiungo un altro fattore a questo ragionamento. Perché questo cambiamento avvenga bisogna “tenere la porta aperta". La chiave di questi cambiamenti di prospettiva avvengono se cominciamo a pensare e lavorare con una dimensione plurale. La prosperità inclusiva, pensata, realizzata e misurata “radicalmente”, ha bisogno di soggetti che lavorino insieme a nuove forme di sviluppo territoriale, di welfare, di cultura, di sviluppo digitale, a nuove reti di cittadinanza. Non basta immaginare e parlare di “nuove infrastrutture sociali”, ma servono soggetti che le compongano. E che lo facciano insieme.

E in questo campo è evidente che il Terzo Settore nella sua dimensione di “castoro” indicata da Zamagni (che con le sue dighe muta l’ambiente e crea habitat nuovi, favorevoli alla vita di altri, nda) - è chiamato a un ruolo importantissimo. Il Terzo Settore, per usare un’altra metafora, non può essere una mensola su cui appoggiare le novità ma deve essere la pietra angolare su cui costruirle. Il suo ruolo non può più essere residuale ma deve divenire centrale, proattivo, orientato alla trasformazione. La natura stessa del Terzo Settore lo impone: punta all’interesse generale, ha una forte dimensione territoriale, possiede una capacità intrinseca di dialogare e, quindi, è funzionale a essere fulcro di questa stagione di vera infrastrutturazione sociale.

Io credo che costruire il futuro non significhi fare discorsi, ma includere chi il futuro lo sta già costruendo. Gli esempi e le testimonianze fatte a Bertinoro – quanto è uscito dlle riflessione degli studenti di GdB Off è esemplificativo in questo senso – mostrano che già c’è una iconografia diversa da quella “classica” del Terzo settore. Ora quello che serve è il coraggio di andare contro corrente e sviluppare nuovi processi di partecipazione su temi ambientali, comunitari, culturali, sociali.


Durante l’edizione 2018 mi hanno chiesto di scegliere una parola per descrivere le GdB. Io ho detto “predittive”, perché le cose di cui si parla e che si vedono a Bertinoro in molti casi è come se anticipassero i tempi del dibattito pubblico, sia dentro che fuori il Terzo Settore. Guardandoti indietro quali sono state a tuo avviso le edizioni che hanno avuto maggiormente questa capacità predittiva?

Andando indietro – parecchio indietro - penso al tema dell’impresa sociale (2002 - Costruire l’impresa sociale, nda), di cui abbiamo parlato ancora prima che ci fosse un quadro legislativo che ne definisse i carattersi. Consideravamo l’impresa sociale come lo strumento per dare gambe a economia civile, e le cose che sono accadute ci hanno dimostrato che avevamo ragione. 

Altre edizioni che mi vengono subito in mente, e che credo abbiano anticipato alcune grosse questioni, sono quella in cui parlammo del grande tema del benessere (2010, Verso l’Economia del Ben-essere, nda), quella sulla necessità di una innovazione istituzionale (2013 – Ri-generare le istituzioni, nda) e poi ovviamente quello sulla coproduzione (2014 – Dal dualismo alla coproduzione, nda), che ha segnato una sorta di “nuovo metodo” per gli attori dell’economia civile. E, ancora, c’è l’edizione 2016 che avevamo dedicato al tema “Da spazi a luoghi”, che è diventato una sorta di slogan con cui tanti soggetti ora si approcciano alla questione dello sviluppo e della ri-generazione territoriale.

Tengo però a sottolineare una cosa: questa dimensione “predittiva” non è frutto di grandi ragionamenti ma della capacità di osservazione. Non è legata al genio di qualcuno che “centra” il tema dell’anno - anche se sicuramente nella rete di Aiccon abbiamo tanta gente che non manca di questa capacità di pensiero – ma a una riflessione che ha “i piedi a terra” e che continuamente guarda alla realtà. Anche grazie alle tante opportunità che io per primo ho di girare l’Italia e entrare a contatto continuamente con esperienze e dinamiche che indicano questioni che, poi, vengono messe a tema alle GdB. Potremmo parlare di “già e non ancora”, dove noi però ci contriamo non sull’immaginare il “non ancora”, ma sull’approfondire il “già” che c’è.


A proposito di "non ancora": ci puoi dire qualcosa sui temi che vorreste approfondire nella ventesima (!) edizione delle Gdb?

Se devo essere sincero non so ancora su cosa ci contreremo, ma vorrei che fosse un’edizione “di metodo”, una sorta di "giro di boa" che ci permetta di vedere il percorso fatto finora e intravedere i "porti" del futuro. E al contempo mi piacerebbe ragionare su nuove forme di coinvolgimento e apertura. Sarebbe bello se le GdB potessero arrivare in tanti luoghi diversi, essere diffuse, e non essere concentrate come lo sono state finora. Ma come detto non ci abbiamo ancora messo la testa!

 

 


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