TERZO SETTORE / Impresa sociale
Mestieri Lombardia: come promuovere il diritto al lavoro per tutti e per ciascuno, competendo coi 'grandi'
Tra poche settimane l'agenzia per il lavoro legata al Gruppo CGM festeggerà 5 anni di attività. Abbiamo discusso col suo Presidente della strada fatta finora e delle prospettive per il futuro
08 ottobre 2019

Tra poche settimane Mestieri Lombardia, agenzia per il lavoro legata al Gruppo Cooperativo CGM, festeggerà i suoi primi cinque anni di attività. A differenze di altre agenzie, Mestieri si distingue per la sua natura non profit, per una grande attenzione all'inserimento "concreto" della persona e per una forte presenza territoriale grazie a una rete ampia e diffusa in quasi tutte le province lombarde. Per capire meglio quali sono le peculiarità di questa realtà, quali risultati ha raggiunto sul mercato del lavoro regionale e che obiettivi di sviluppo si è proposta, abbiamo fatto una chiacchierata con Lucio Moioli, Presidente di Mestieri Lombardia. 


Ci spiega da dove è nata l’idea di costituire Mestieri Lombardia?

Mestieri Lombardia nasce come progettualità del Gruppo CGM, la principale aggregazione imprenditoriale della cooperazione sociale italiana. Nel 2005 viene costituita “Mestieri”, una rete nazionale di agenzie per il lavoro promossa da consorzi di cooperative sociali presenti in gran parte delle regioni italiane. L’idea era quella di valorizzare le competenze maturate nel campo dell’inserimento lavorativo delle cooperative sociali di tipo B riconfigurandole in veri e propri servizi di politiche attive del lavoro.

Questa visione comprendeva però anche un forte ampliamento dei target assunti. La scelta di ottenere le autorizzazioni e gli accreditamenti necessari ad operare su questo terreno significava infatti investire non solo sulle tradizionali categorie previste dalla legge 381/91, ma su tutte le tipologie di persone che a diverso titolo potevano aver bisogno di un accompagnamento nella ricerca di un lavoro dignitoso, dai disoccupati “comuni” e di quelli di lunga durata – e dopo pochi anni ci siamo dovuti confrontare con gli effetti della grande recessione – ai giovani, ai migranti, al mondo femminile. Era un modo per agire sul serio una prospettiva di cui sono molto convinto: una società inclusiva è migliore non solo per le cosiddette fasce “deboli”, ma per tutte.

“Mestieri Lombardia”, come suggerisce il nome, è figlio diretto di questa storia. Si costituisce nel dicembre del 2014 nel quadro di un progetto di riarticolazione delle iniziative del Gruppo CGM nel settore lavoro: regionalizzazione delle agenzie per le politiche attive del lavoro accompagnata in parallelo da un nuovo investimento di livello nazionale sul tema somministrazione lavoro concretizzatosi con l’acquisizione di Cooperjob spa. La scelta di “regionalizzare” le società è stata a mio avviso corretta e vincente. Le competenze istituzionali, infatti, erano incardinate sul livello regionale (allora in maniera meno oscillante di quanto accaduto in seguito, per la verità). Oltre a questo, però, una gestione cooperativa e un’attenzione alla specificità dei territori richiedeva un’omogeneità di cultura organizzativa e vicinanza di persone che non era agevole garantire all’interno di una struttura di livello nazionale.


Cosa distingue la rete di Mestieri Lombardia dalle altre agenzie per il lavoro che operano sul mercato regionale?

Concentrerei l’attenzione su tre aspetti, che riguardano sia la natura soggettiva di Mestieri Lombardia che gli oggetti e i contesti su cui va ad operare.

In primo luogo, noi siamo una società non for profit, e nello specifico una cooperativa sociale i cui soci sono consorzi di cooperative sociali. Questa natura ci consente di perseguire in maniera coerente l’obiettivo cardine che potremmo riassumere con “diritto al lavoro per tutti e per ciascuno”. Naturalmente come tutte le imprese dobbiamo raggiungere adeguati livelli di efficienza, controllare gli equilibri economico-finanziari, perseguire innovazioni organizzative ma, grazie al disegno della nostra struttura societaria, possiamo evitare il rischio di porre il risultato economico come la variabile a cui subordinare tutte le altre.

In secondo luogo ci contraddistingue una certa specializzazione. Noi infatti abbiamo rinunciato ad acquisire autorizzazioni e accreditamenti in segmenti contigui quali quelli della formazione o, sul lato opposto, della somministrazione lavoro. Questo ci porta a focalizzarci sulla persona - cioè cerchiamo le aziende per le persone che si rivolgono a noi piuttosto che il contrario - e sul risultato occupazionale concreto, lasciando ad altri attori il compito di creare i presupposti dell’occupabilità. Intendiamoci, non c’è niente di ideologico in quanto precede: siamo convinti – e l’esperienza continua a confermarlo – che proposte formative ben progettate siano fondamentali così come che il lavoro “interinale” sia in molti casi una buona opzione. Preferiamo però, piuttosto che impegnarci in prima persona su questi ambiti, costruire relazioni di partnership con agenzie formative quali quelle afferenti a Confcooperative Lombardia o con agenzie di somministrazione lavoro del nostro sistema quale appunto è Cooperjob spa.

Il terzo elemento che voglio richiamare è la nostra presenza territoriale. Come dicevo la nostra base è composta da aggregazioni di cooperative sociali, in larghissima maggioranza consorzi. Questo ci consente di valorizzare il loro radicamento e di costruire nei diversi contesti un’azione integrata con le istituzioni locali, le migliori agenzie formative, le PMI e le grandi imprese, i servizi sociali etc. La capacità di “integrazione” dunque per noi è qualcosa di molto concreto e non solo uno slogan.


Tra pochi mesi festeggerete cinque anni di attività. Ci fa un bilancio della strada fatta finora?

Il bilancio è in larga parte positivo, anche se non mancano i problemi da risolvere ed il lavoro da fare. I numeri sono chiari. Se nel 2014 le agenzie allora operanti nel consorzio nazionale avevano un valore della produzione aggregato intorno ai 3,5 milioni, il nostro bilancio del 2018 ha superato gli 8 milioni. È un aumento importante che deriva dai volumi di servizi erogati ma anche da una maggiore capillarità: oltre alle sedi che abbiamo ereditato da Mestieri “nazionale”, ora siamo operativi anche a Mantova, Brescia, Sondrio e Varese. In tutto abbiamo 17 Unità Operative accreditate cui si aggiungono 13 punti lavoro, in alcuni casi specializzati sugli operatori di cura. Potremmo dire che una maggiore vicinanza ha liberato risorse e voglia di entrare in rete.

Tutto questo ci ha portato ad entrare nel cluster dei grandi operatori della Dote Unica Lavoro di Regione Lombardia, con un posizionamento per budget disponibile al terzo posto, dietro due colossi del calibro di Adecco e Manpower e sostanzialmente a parimerito on GiGroup: non for profit non coincide dunque con marginale…

Non mancano però i problemi su cui dobbiamo lavorare. Cito tre questioni che mi paiono centrali. La scelta della specializzazione che sopra richiamavamo è certamente un valore ma in non pochi casi rischia di farci perdere alcune possibilità o quantomeno di rallentare la nostra capacità di progettazione e di azione. C’è poi il tema del rapporto con i nostri soci: i consorzi territoriali ci consentono il radicamento ricordato e portano un grandissimo valore ma si aspettano anche corrispondenti livelli di flessibilità e autonomia delle sedi che insistono sul loro territorio. E non è sempre facile trovare meccanismi che consentano di coniugare questa flessibilità con l’unitarietà di azione e funzionamento che ogni società deve tutelare.

E guardando alla strada futura? Quali sono le prospettive di sviluppo di Mestieri Lombardia?

In primo luogo dovremo completare il raggiungimento di alcuni obiettivi. Sul piano della presenza nei territori ci sono ancora due province (Lodi e Pavia) nelle quali non siamo riusciti ad aprire nostre unità. Va anche rafforzata la nostra presenza in luoghi chiave del nostro sistema regionale quali l’area metropolitana da una parte e Brescia dall’altra. In tutti questi casi dovremo trovare soluzioni innovative che consentano di fare i conti con realtà nelle quali è debole la presenza di cooperazione sociale aggregata (Lodi e Pavia) o, al contrario, il sistema è talmente articolato da richiedere molta cura nella costruzione e manutenzione della rete (Milano e Brescia).

Dobbiamo poi continuare ad ampliare il nostro campo di azione. Negli anni siamo stati in grado di rispondere a richieste diverse, ma certamente un peso ancora molto alto è posseduto dalle categorie fragili della Dote Unica Lavoro e dai Piani Disabili. È vitale differenziare, pur senza rescindere il legame con le origini, sia perché i canali pubblici di remunerazione sono variabili e soggetti a modifiche non prevedibili anche in regioni tendenzialmente efficienti come la nostra, sia perché confrontarci con ambiti diversi farà crescere la nostra efficacia complessiva. Sto pensando per esempio al tema dell’auto-imprenditorialità, su cui abbiamo fatto sperimentazioni interessanti che andrebbero portate a sistema, ai servizi di selezione e reclutamento per clienti profit, alle fasce giovanili con o senza svantaggi culturali o sociali.

Il terzo sviluppo è forse più politico che imprenditoriale. Il lavoro è un diritto non solo perché garantisce un reddito. È una questione di cittadinanza a tutto tondo. Come tale richiede una visione ampia, che sia attenta agli sviluppi del contesto, agli orientamenti sociali ed economici di un territorio, alla cura che questo dà al suo capitale umano e sociale. In questa prospettiva, tutto ciò che noi realizziamo nei diversi contesti, nelle reti interistituzionali che abitiamo con convinzione, nelle pratiche diffuse dalla metropoli alle aree interne dovrebbe essere valorizzato anche in chiave culturale e politica. Noi siamo chiamati non solo a “fare” ma anche a generare conoscenza dei fenomeni con cui ci misuriamo e questo perché da tale conoscenza scaturiscano politiche all’altezza delle profonde trasformazioni che stiamo vivendo sotto il profilo demografico, sociale, tecnologico, ambientale. Abbiamo fatto qualche passo in questa direzione, come nel progetto di Fondazione Cariplo “Neetwork” di cui siamo partner, progetto dedicato ai Neet più fragili, ma avremmo molto da dire per esempio anche in tema di contrasto alla povertà, con la nostra esperienza nel campo dei diversi dispositivi promossi da Regione e dal Governo, compreso il recente “Reddito di Cittadinanza”.

È importante che troviamo modalità strutturali e generalizzate che mettano in dialogo prassi e pensiero, operatività e ricerca, servizi e politiche. Un primo appuntamento è molto vicino, per la verità, visto che il 9 ottobre saremo al Milano Luiss Hub con l’iniziativa: “Giovani, una risorsa da valorizzare”.

 


Che lavoro fare nella vita? Quattro consigli (veri) per scegliere una professione

In Italia il mercato del lavoro è sempre più frammentato

Essere giovani in Italia. I NEET: risorsa per un cambiamento generativo

Stimoli (non sussidi) per chi cerca lavoro

La dignità del lavoro non dipende dall'inamovibilità

L'avventura di un mestiere