TERZO SETTORE / Impresa sociale
Giuseppe Bruno: innovazione dell'offerta e digitalizzazione, la proposta di CGM per far ripartire l'imprenditoria sociale
Il mondo della cooperazione è tra i più colpiti dalla crisi del Coronavirus. Come si può aiutare il sistema a resistere e ripartire? Ne abbiamo parlato con il Presidente del Gruppo Cooperativo CGM.
06 aprile 2020

Come vi stiamo raccontando da diverse settimane, l'emergenza Coronavirus sta determinando ripercussioni molto forti su tutto il sistema sociale del nostro Paese. Tra i segmenti più colpiti c'è sicuramente il mondo della cooperazione e dell’imprenditoria sociale che, da un lato, è fermo a causa dei provvedimenti per il contenimento del contagio e, dall'altro, fatica a garantire la continuità di alcuni servizi - per esempio quelli socio-assistenziali ed educativi - oggi più che mai fondamentali. Proprio nel tentativo di mitigare questi effetti e, al tempo stesso, fornire nuove risposte alle necessità dei cittadini, nelle ultime settimane il Gruppo Cooperativo CGM ha avviato alcuni progetti innovativi sui territori di Biella, Matera e Sondrio.

Come abbiamo avuto modo di raccontarvi, queste esperienze sono particolarmente interessanti perché mostrano come - in questa situazione di necessità - risulti cruciale sia reinterpretare l'offerta di servizi e prestazioni di welfare, sia promuovere un percorso di innovazione digitale e tecnologica per dar vita a nuovi prodotti e processi. Su questa strada, CGM stessa ha anche recentemente promosso un'iniziativa - chiamata "Cura Italia" (ve ne abbiamo parlato qui) - attraverso la quale tutti i Comuni italiani potranno avere accesso gratuitamente ad una piattaforma informatica (quella di cgmwelfare) per erogare buoni spesa alle persone in difficoltà economica.

Proprio per cercare di comprendere meglio la logica di tali interventi e le proposte concrete sviluppate da CGM - ma anche per approfondire quelli che sono i rischi e le opportunità per il settore cooperativo in questo periodo - abbiamo fatto alcune domande a Giuseppe Bruno, Presidente del Gruppo Cooperativo.


Presidente Bruno, il progetto “MateraWelfare” rappresenta un’esperienza davvero interessante in particolare perché si rivolge ai bambini e ai ragazzi al di sotto dei 13 anni, una fascia molto colpita dalle conseguenze dell’emergenza Coronavirus. Può spiegarci cosa prevede il progetto avviato a Matera? Come mai CGM ha voluto investire risorse ed energie proprio in questo momento e proprio con misure rivolte a bambini e ragazzi?

L’infrastrutturazione digitale dell’offerta di welfare è un progetto che il Gruppo Cooperativo CGM porta avanti da diverso tempo, a partire da una impostazione di tipo aziendale ma con finalità molteplici: da un lato, vogliamo costruire insieme alla nostra rete una mappa il più possibile completa dei servizi che assicuriamo ad ogni latitudine del Paese, facendo esprimere le innovazioni e specificità territoriali, cercando di farle incontrare, di trovare terreni comuni di dialogo, di innescare scintille virtuose di collaborazione. Dall’altro, si vuole consegnare questa mappa ai nostri interlocutori principali, le comunità di persone che incontriamo nel quotidiano, perché possano orientarsi nell’ampia disponibilità di risposte che il privato sociale è in grado di proporre e che troppo spesso, invece, restano circoscritte ad una ristretta platea di stakeholder, o sottoutilizzate all'interno di mercati più tradizionali.

La nuova piattaforma MateraWelfare, a cura del Consorzio lucano La Città Essenziale, nasce grazie alla prima sperimentazione del Consorzio Il Filo da Tessere nel comune di Biella. Nei fatti porta in Basilicata un’offerta di welfare evoluta e capace di intercettare direttamente la domanda di servizi di “child care”, due caratteristiche che con l’emergenza coronavirus sono diventate sempre più rilevanti.

Quando lo scorso 4 marzo è stata disposta la sospensione delle attività didattico-educative di ogni ordine e grado, è stato subito evidente il rischio di dispersione - in tutti i sensi - che la diffusione dell’epidemia, lungi dall’essere risolta in tempi brevi, avrebbe causato per gli studenti e le famiglie. Ma la Scuola e l'Università hanno nel Ministero dell’Istruzione l’ombrello per contemperare cambi di programma delicati e complessi come questo. I servizi alla Prima Infanzia, invece, pur rivolgendosi a una fascia d’età più vulnerabile e impreparata ad elaborare improvvise rotture e senso di abbandono, sono prevalentemente appannaggio del privato sociale e per questo la loro forza di reazione è strettamente legata alla maggiore o minore capacità imprenditoriale di far fronte a una crisi che, di fatto, non ha precedenti nella storia del nostro Paese.

A Matera, come in molte altre regioni, la gran parte delle nostre cooperative è impegnata in servizi all’infanzia e all’adolescenza: è stato il loro radicamento nella comunità locale, il rapporto orizzontale con le famiglie e l’importante legame di cura instaurato con i loro piccoli a stimolare l’urgenza di una risposta rapida e concreta al vuoto creato dall’improvviso distanziamento sociale.

Siamo convinti - l’abbiamo detto più volte - che la cooperazione sociale, l’impresa sociale cooperativa, abbia nella sua stessa natura quegli anticorpi di resilienza e creatività necessari a superare questa difficile contingenza, anzi a farne un’occasione di apprendimento e sviluppo. La piattaforma BiellaWelfare prima, MateraWelfare e SondrioWelfare poi, ne sono un esempio.


In molti hanno sottolineato come l’attuale emergenza rischi di produrre delle conseguenze devastanti per il Terzo Settore e l’imprenditoria sociale. Qual è il suo pensiero in merito? Quali sono i rischi maggiori?

Sono pesanti le ricadute economiche e sociali di questa emergenza, lo scenario è allarmante da molti punti di vista. Ma oggi, deglutito il blackout strutturale che ha improvvisamente e radicalmente cambiato le nostre abitudini, assopito l’iniziale sforzo collettivo di trovare ottimismo negli abbracci scambiati dai balconi, scandagliate le misure politiche ed economiche messe in campo per fronteggiare la crisi, si fa assordante l’allarme lanciato da più parti per le pesanti conseguenze che questo lockdown ha primariamente sulle migliaia di persone in condizioni di fragilità - disabili, anziani, famiglie in povertà assoluta, ecc. - lasciate sole proprio durante l’emergenza, nonostante i tantissimi enti non profit pronti ad assicurare con mezzi propri la continuità dell’assistenza, ma di fatto immobilizzati dal divieto forzato dei rapporti di prossimità. E altrettanto preoccupante è la situazione del settore turistico e culturale, che impegna moltissime delle nostre cooperative sociali, del tutto fermo al via di una stagione che con la primavera si accingeva a fiorire.

Le centinaia di cooperative e i loro consorzi della grande famiglia CGM sono l’espressione di un’imprenditoria sociale dinamica e competente: sono profondamente convinto del potenziale costruttivo che questa esperienza, nella sua drammaticità, saprà tirare fuori, perché la capacità di rispondere al cambiamento è sinonimo di innovazione, che è una delle principali leve motivazionali della cooperazione sociale.

Cionondimeno, la gravità e straordinarietà della crisi che stiamo attraversando richiede strumenti e risorse altrettanto straordinarie: bene la filantropia, ma ci vogliono soprattutto politiche economiche mirate, attente a sostenere tutto il sistema di welfare, perché è la tenuta del welfare del nostro Paese che rischia e con lui il tessuto sociale stesso, quello che il Terzo Settore alimenta silenziosamente giorno per giorno.


Allo stesso tempo però - come le esperienze di MateraWelfare, BiellaWelfare e SondrioWelfare hanno dimostrato - il mondo del Terzo Settore e delle imprese sociali può “sfruttare” questa situazione emergenziale per ripensare il proprio ruolo e la propria mission e, di conseguenza, dar vita a progetti e processi innovativi. Cosa ne pensa?

È ricorrente in questi giorni la parola “opportunità”, perché i bisogni sommersi o dimenticati che si manifestano in momenti come questi sono un’occasione per riorientare i parametri con cui definiamo i nostri concetti di sviluppo e benessere collettivo. Saranno forse queste opportunità, per chi saprà vederle, a sollecitare un aggiornamento dei sistemi produttivi e dei processi di realizzazione dei servizi, nella consapevolezza che il ritmo accelerato votato al solo sviluppo economico non tiene più.

Sull'innovazione tecnologica e digitale, ad esempio, stiamo imparando quanto pesi il gap di disponibilità degli strumenti di connessione online per l’accesso delle persone ad informazioni e conoscenze, soprattutto per le migliaia di bambini e ragazzi per i quali la mancanza di risorse vanifica gli sforzi compensativi della didattica a distanza. Ma anche che la socializzazione virtuale, per quanto pervasiva, è del tutto insufficiente quando non trova un corrispettivo nella relazione in presenza.

Così come stiamo imparando a ricercare la competenza più che la competizione. O a misurare l’impatto del senso civico dalla disponibilità delle persone ad esercitare diritti e doveri di buon vicinato, dalla corresponsabilità individuale che si traduce in intelligenza collettiva.


Ci aiuta a capire quali fattori potrebbero aiutare questo processo trasformativo? E quali elementi lo ostacolano e rendono più complicato da realizzare?

Siamo in tanti a pensare che ci sarà un prima e un dopo questa crisi. Anche per la cooperazione sociale si aprirà inevitabilmente una nuova stagione e confido che sapremo percorrerla con coraggio.

Ma, come insegna Darwin, “la sopravvivenza è di chi sa rispondere meglio al cambiamento”; e se mi chiede chi può aiutare questa trasformazione, questa nuova gemmazione sociale, io rispondo: le nuove generazioni. Predisposti ai cambiamenti, alla velocità dei processi e alle soluzioni avanzate, i nativi digitali in questo momento di grande criticità mostrano la loro innata dimestichezza alle “connessioni in remoto” e si adattano con facilità alla didattica online, alle sessioni di laurea via skype e ai flashmob organizzati via etere per ingannare la noia e la preoccupazione. E mentre il sistema scolastico si attardava nell’adeguamento di strumenti, metodologie e contenuti, i ragazzi erano già online, a supportare a volte i prof nell’uso delle piattaforme.

Ecco, credo che i giovani rappresentino il “fattore” che può aiutare questo processo trasformativo, loro che prima di altri trovano nuovi equilibri nella complessità e che possono contribuire a “traguardarla”, spinti da quella forza istintuale e generativa connaturata alla loro età. Ma devono anche essere sostenuti da una iniezione di nuova responsabilità.

E così arriviamo al punto di contatto tra il pensiero analogico dei senior e il pensiero digitale che corre nel presente. Il sapere depositato deve accompagnare con apertura questo processo trasformativo, condividere competenza e visione per incontrare nuovi linguaggi di programmazione. È questa la “nuova visione cooperativa” che mi aspetto, ora più sensibilizzati di prima a guardare cosa accade accanto a noi, e a fare tesoro di questa esperienza dirompente.


Un’ultima domanda. Un soggetto come CGM, presente in moltissime aree del Paese, come sta affrontando questa emergenza? Per una cooperativa o un’impresa sociale essere parte di un Consorzio come CGM cosa significa in questo momento?

In quello che è uno dei momenti più difficili del nostro Paese, la capacità resiliente della cooperazione è messa a dura prova, soprattutto nei territori più devastati dell’epidemia. Non dimentichiamo che sono sempre le stesse cooperative che accolgono i nostri nonni, che diventano famiglia dei ragazzi che non hanno più riferimenti, che sostengono i complessi bisogni della salute mentale, che diventano casa per quanti la loro casa hanno dovuto lasciarla in un paese lontano. Ora più che mai, dunque, la cooperazione ha bisogno della “cooperazione”.

CGM, rete di consorzi territoriali, di imprese sociali radicate, porta a sintesi quella decisiva capacità di resilienza e la consolida con l’attitudine a costruire visione e prospettiva. Un ruolo importantissimo ieri, per diffondere strumenti di livello e servizi differenziati. Ancora più importante oggi, per canalizzare in modo naturale le risorse disponibili nei diversi territori verso strategie adeguate ad affrontare anche situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo.

Torniamo per esempio alla digitalizzazione, che oggi riconosciamo vitale su moltissimi fronti. Per CGM ha sempre rappresentato un indice di innovazione da perseguire. Tale inclinazione ha permesso di elaborare in tempo record la risposta formato web con cui i nostri soci Il Filo da Tessere e La Città Essenziale hanno affrontato le esigenze territoriali affiorate in emergenza, e altri consorzi sono già al lavoro nella stessa direzione. Questo è possibile nella misura in cui, non solo si sanno leggere i bisogni delle nostre comunità e del nostro tempo, ma si è in grado di anticiparli. Anche l’applicazione dell’art. 48 del decreto “Cura Italia” trova pronta applicazione con il marketplace dei servizi alla persona, a dire quanto sia utile per la programmazione e coprogettazione del nuovo welfare territoriale. Costruire visione e prospettiva, appunto.

Nel nostro mondo si sente spesso parlare di “giusta dimensione imprenditoriale”. Ma la misura del nostro operato sta nell’adeguatezza delle risposte che diamo alle comunità e alle persone, soprattutto a coloro che vivono in una assoluta fragilità, alle quali poco importa della globalizzazione o della trasformazione digitale. L'attitudine cooperativa, di risposta e di sostegno alle comunità, ci consegna un ruolo di agenti di coesione - ne abbiamo tanto bisogno ora - e di sviluppo a dimensione umana.

Ebbene, se una trasformazione deve esserci, questa è possibile solo portando a valore le relazioni costruite con sensibilità nei territori, il fattore reputazionale consolidato nel tempo, la forza di visione e di prospettiva che la rete coltiva da sempre. La mission di CGM è anche quella di declinare processi, prodotti e investimenti tenendo insieme vettori di interesse diversi ma correlati, e impregnati dei principi del bene comune. L’obiettivo da raggiungere per noi è più che altro una giusta dimensione imprenditoriale sociale, in cui il futuro abbraccia diverse forme possibili di sviluppo inclusivo, partecipato e corale. Uno sviluppo pensato per non escludere nessuno e per realizzarsi insieme. 

 


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