TERZO SETTORE /
Fondazione Italia Sociale: la strada giusta per andare oltre l'IRI del Terzo Settore
Decisiva sarà la preferenza per le forme di investimento indirette, che possono contribuire alla costruzione di un nuovo ecosistema
18 aprile 2016

Durante l’ultima settimana di marzo il lungo iter della riforma del Terzo Settore sembra aver finalmente compiuto un passo in avanti. Come noto, infatti, è stato approvato in Senato il Disegno di Legge dedicato al Terzo Settore. Per dare seguito ad una riflessione già avviata, vale forse la pena sottolineare che all’interno del testo è stato anche introdotto l’emendamento di iniziativa del governo (art. 10) che istituisce la Fondazione Italia Sociale, ossia quell’ente di cui sui media si era iniziato a parlare come IRI del Terzo Settore.

Al netto del dibattito che sino ad ora si è svolto, peraltro segnato da alcune contrapposizioni rispetto alla visione strategica circa i possibili sviluppi del Terzo Settore, sembra utile condividere qualche riflessione sul progetto, così come è dato conoscerlo allo stato attuale dei fatti. L’obiettivo della riflessione che segue sarà pertanto duplice: da un lato iniziare a dare conto di cosa sia e come potrebbe funzionare la Fondazione Italia Sociale, dall’altro avanzare alcuni suggerimenti sulle modalità d’azione che un soggetto simile potrebbe privilegiare alla luce del contesto attuale.


Come funziona e possibile organizzazione

Secondo quanto è possibile sapere la Fondazione, sviluppando partnership e collaborazioni con soggetti e organizzazioni del Terzo settore, avrebbe come obiettivo quello di promuovere l’aggregazione e l’utilizzo di competenze provenienti dal settore pubblico, dal privato non profit e dal privato for profit, attingendo ad un pool di conoscenze il più possibile ampio.

A tale scopo, per le proprie attività di investimento nel Terzo settore, la Fondazione si immagina sia alimentata da risorse messe a disposizione da parte dei fondatori e di terzi, anche grazie a specifiche campagne di raccolta fondi. Pertanto appare ragionevole ritenere che la Fondazione, costituita a norma di codice civile come persona giuridica privata, senza scopo di lucro, sarà aperta alla partecipazione di soggetti pubblici e privati, cosicché le risorse finanziarie che ne assicurano l’attività operativa possano essere – almeno in linea di principio – in prevalenza di natura privata. Scendendo a un livello di maggiore dettaglio si può ritenere probabile che la scelta della forma legale ricadrà in quella figura nata dalla prassi giuridica e che è orami conosciuta come fondazione di partecipazione in quanto idonea a garantire, oltre all’assenza delle finalità lucrative e il vincolo del perseguimento di uno scopo di pubblica utilità, la possibilità di prevedere più fondatori (promotori o aderenti) che ne sostengono l’attività con contributi una tantum o periodici.

Un simile sistema di finanziamento imporrà chiaramente che la struttura operativa della Fondazione abbia costi di gestione contenuti: in tal senso sembra sia tra le idee dei promotori che la Fondazione utilizzi perlopiù personale messo a disposizione da fondatori e sostenitori, nonché partnership professionali pro-bono. Se da un lato siffatta opzione, assieme agli obiettivi generali perseguiti dalla Fondazione, sembra seguire quell’idea per cui il Terzo Settore avrebbe bisogno di professionalità avanzate, soprattutto per quanto riguarda il versante del management e della gestione finanziaria, si deve d’altro canto segnalare che le modalità concrete attraverso le quali competenze “altre” rispetto a quelle tradizionali del Terzo Settore saranno in grado di essere trasferite è un passaggio tutt’altro che lineare. Soprattutto considerando il fatto che spesso le realtà del Terzo Settore nascono esattamente all’incontrario: anziché seguire un percorso che va dalle competenze e dalle capacità verso la creazione di un prodotto e servizio adeguato alla soddisfazione di un certo bisogno, il mondo del non profit segue più di frequente il percorso che muove in prima battuta dal bisogno sociale e solo successivamente va a definire un set di competenze e capacità da recuperare per poter al meglio rispondervi.


Quali sono i soggetti interessati

In ogni caso – sempre riferendosi alle informazioni (non ancora ufficiali) a disposizione – si può iniziare a dire che lo scopo della Fondazione sarà quello di fornire strumenti, competenze e risorse, private e pubbliche, per realizzare quei progetti di Terzo settore che per dimensioni, impatto sociale e occupazionale oggi non trovano sostegno nell’ambito delle forme esistenti di finanziamento. Dunque un primo punto occorre che sia sottolineato: non si tratterà di una risposta alle esigenze di tutto il Terzo Settore, bensì di quei soggetti che sino ad oggi hanno mostrato una certa fatica nell’accedere a forme di finanziamento utili a crescere.

Ancora sui soggetti che saranno finanziati, è verosimile ritenere che nel novero dei possibili beneficiari rientreranno le imprese sociali ex lege e le cooperative sociali, le organizzazioni del Terzo settore che tuttavia integrino qualche requisito in tema di salute finanziaria, le imprese che destinano il 100% del profitto a enti o iniziative non profit, le imprese low profit che perseguono finalità sociali e il cui profitto sia reinvestito per offrire beni e servizi a prezzi contenuti a soggetti svantaggiati, oltre che – magari – intermediari finanziari e altri veicoli dedicati allo sviluppo del Terzo settore.

In conformità a quanto riportato anche nel testo della norma approvata al Senato, la Fondazione potrà disporre di “strumenti e modalità di investimento, diretto o in partenariato con terzi, anche con riferimento alla diffusione di modelli di welfare integrativi rispetto a quelli già assicurati dall’intervento pubblico e allo sviluppo del microcredito e di altri strumenti di finanza sociale”. Questo passaggio è degno di nota, anche perché l’espressione “modelli di welfare integrativi rispetto a quelli già assicurati dall’intervento pubblico”, chiaramente porta a pensare a ciò che qui si è scelto di definire come secondo welfare.


Quali sono le modalità operative

La Fondazione opererà utilizzando inizialmente la dotazione risultante dall’apporto di risorse pubbliche e donazioni private, e successivamente sostenendosi con le risorse derivanti da campagne di fundraising e ulteriori conferimenti dei fondatori (promotori o aderenti).

Le risorse finanziarie raccolte dalla Fondazione saranno investite, in accordo con gli indirizzi definiti dal board della Fondazione e tramite appositi fondi o trust, direttamente o anche in partnership con soggetti finanziari che operano nel settore degli investimenti sociali. Se come sopra immaginato il progetto contenuto nel testo di riforma del Terzo Settore si sostanzierà in una fondazione di partecipazione, un ulteriore aspetto di interesse riguarderà il fatto che potrebbe non esserci il vincolo di mantenimento del capitale: le risorse raccolte saranno interamente destinate alle attività, ovviamente al netto delle spese di gestione che in ogni caso non dovranno superare una certa percentuale degli importi a disposizione. Qui infatti si colloca una ulteriore differenza della fondazione di partecipazione rispetto alla forma “tradizionale” della fondazione, che infatti prevede una distinzione tra il fondo di dotazione e quello di gestione, dove il primo è rappresentato dalla parte di patrimonio vincolata di fatto a tutela dell’affidamento dei terzi, mentre il secondo è costituito dalle somme impiegate per conseguire gli scopi o per coprire i costi di gestione.

Secondo quanto emerge dal testo di legge, oltre che dalle prime riflessioni che circolano negli ambienti interessati, la Fondazione Italia Sociale interverrà in forma diretta o in collaborazione con altri soggetti, anche mediante la costituzione di specifici fondi o trust, con strumenti finanziari (equity, debito e/o garanzie) e mettendo a disposizione competenze gestionali per la strutturazione e l’avviamento dei progetti (secondo un modello di venture capital, ma senza scopo di lucro). Vediamo meglio cosa si intende per investimenti diretti e cosa per investimenti indiretti.

Investimenti diretti

Per quanto riguarda gli investimenti diretti pare si intenda dare priorità ad interventi dotati delle seguenti caratteristiche:

  • essere in grado di rispondere a bisogni sociali diffusi, specialmente se non soddisfatti dal settore pubblico o for profit;
  • essere ad alto impatto occupazionale;
  • essere a sostegno di iniziative imprenditoriali in grado di raggiungere la piena sostenibilità economico-finanziaria entro un periodo non superiore ai 5 anni.

A questa linea di azione diretta la Fondazione probabilmente dedicherà una quota prevalente delle proprie risorse, intervenendo come investitore paziente (ossia con un rendimento a dieci anni che preveda un ritorno non superiore all’uno per cento) e con un ruolo attivo nella strutturazione dei progetti imprenditoriali.

Investimenti indiretti

Per i suoi investimenti indiretti la Fondazione individuerà uno o più soggetti intermediari con i quali collaborare al fine di:

  • costituire un fondo di fondi per l’investimento sociale (sul modello del Fondo per l’abitare di CDP e/o del Fondo di fondi Venture Capital di FII/CDP);
  • partecipare in alcuni fondi di investimento qualificati (ad esempio realizzati in base al regolamento EuSEF);
  • intervenire (anche in forma di garanzia) in altri strumenti di finanza sociale – quali ad esempio le obbligazioni sociali (social bond) – mirati in particolare al consolidamento e alla crescita di organizzazioni esistenti o alla nascita di nuove imprese innovative nel settore sociale.

A questa linea di azione indiretta dedicherà una quota, ancora da stabilire anche in base alle disponibilità effettive, favorendo i progetti in cui tale investimento possa fungere da leva per attrarre ulteriori investitori istituzionali o privati. 

Come già più sopra riportato, la Fondazione Italia Sociale sarà aperta alla partecipazione di soggetti pubblici e privati, con l’idea che le risorse finanziarie volte assicurarne l’attività operativa siano in prevalenza di natura privata. In questo senso appare cruciale, assieme ai primi risultati, la leadership che sarà in grado di esercitare colui che sarà chiamato a presiedere la fondazione.


Una prima valutazione e qualche suggerimento

Se si dovesse esprimere una qualche preliminare valutazione sull’iniziativa, bisognerebbe iniziare a dire che la forma assunta nel testo approvato al Senato sembra poter rassicurare rispetto ad alcune obiezioni che erano emerse in passato quando si iniziava a parlare di “IRI del Sociale”.

Ad avviso di chi scrive la fonte principale di rassicurazione riguarda la formulazione più precisa del modello operativo, nello specifico la possibilità – invero riportata come secondaria – di investimenti indiretti. Questa ipotesi, ancorchè sostenuta verosimilmente da una quota minore di risorse rispetto alla linea d’azione rappresentata da investimenti diretti, raffigura la più interessante delle caratteristiche che – al momento e sulla carta – la nuova Fondazione Italia Sociale avrà: come documentano alcune esperienze di cui ci si è occupati anche recentemente (si vedano i fondi filantropici di Banca Esperia), nel Paese esistono realtà disponibili a lavorare ad un allineamento di interessi privati e interessi sociali (comuni), dunque in grado di dare corpo a quella che è di fatto un’esperienza di finanza sociale.

Il successo di Fondazione Italia Sociale, pertanto il successo di tutto quel mondo che può essere rappresentato in termini di iniziative a sostegno di uno dei pilastri del secondo welfare, risiederà nella decisione di riconoscere come predominante la linea degli investimenti indiretti. Una simile prospettiva infatti sembra essere quella che meglio interpreta le esigenze e le specifiche caratteristiche dell’attuale Terzo Settore italiano: un mondo fatto di un numero significativo di piccoli soggetti, operanti prevalentemente a livello locale e sulla base di logiche relazionali (infatti a proposito dei servizi e dei beni che essi producono si parla sempre più spesso di experience goods e relational goods), che necessitano innanzitutto la costruzione – e poi il mantenimento – di un ecosistema utile alla loro crescita. Ovviamente l’ecosistema di cui i soggetti del Terzo Settore hanno bisogno è un ambiente che sia in grado di considerare diverse dimensioni delle attività da questi svolte. Quella finanziaria è una di esse.

Il contributo che Fondazione Italia Sociale potrà dare in termini di sostegno finanziario al Terzo Settore dipenderà in larga parte dalla capacità che essa avrà di sostenere, accompagnare e magari disegnare iniziative sì orientate al dispiegamento di forze finanziarie nel sociale, ma soprattutto atte a dar forma a un ambiente nel quale termini come scalabilità e replicabilità assumano una posizione centrale dal punto di vista strategico, diventando al tempo stesso possibilità reali dal punto di vista operativo. Si tratta appunto di costruire un ecosistema favorevole alla diffusione e allo sviluppo delle pratiche e sperimentazioni più promettenti.

 


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