TERZO SETTORE /
Birra Messina: un caso di community buyout che può far scuola
Alcune suggestioni sulla storia della cooperativa di ex dipendenti che ha riportato in Sicilia la storica birra messinese, trattando con Heineken senza la paura di annacquarsi
26 giugno 2019

Nel sorso di una birra possono esserci molte cose. E se si tratta della Birra Messina gli stimoli non mancano, e non sono solo quelli strettamente gustativi (ottimi, peraltro). Dentro ci sono infatti anche tante suggestioni che riguardano l’economia, il lavoro, la comunità. Proviamo quindi a metterle brevemente in ordine, rimandando eventuali approfondimenti a prossime pubblicazioni. In fondo è ormai Estate e sentiamo di poterci prendere un momento di consapevole superficialità.


La storia di Birra Messina, in breve

Nel 1923 la famiglia Presti-Faranda apre nel centro di Messina un birrificio che diverrà noto per la produzione della “Birra Messina”. Il marchio vede crescere il proprio mercato, soprattutto nelle regioni del Sud, ma negli anni Ottana a causa della concorrenza sempre più forte viene venduto a Dreher - parte del gruppo Heineken - che sposta progressivamente la produzione in Puglia. A Messina resta nei fatti uno stabilimento dedito al solo imbottigliamento. Nel 2007 famiglia Faranda ri-acquista la fabbrica da Heineken e cerca di rilanciare la produzione birraia sotto altri nomi, ma senza fortuna. La nuova società entra in crisi e nel 2011: lo stabilimento chiude i battenti, lasciando senza lavoro 40 persone.

Come ben racconta Sabrina Quartieri su Il Messaggero, 15 ex-dipendenti scelgono però di resistere e rischiare tutto, o quasi. Investono i loro Tfr, aprono mutui sulle proprie case, cercano altri investitori disposti a scommettere sul rilancio dell’impresa. E così dopo non pochi sforzi danno vita alla “Cooperative Birrificio Messina”, che grazie al loro know how comincia una nuova produzione di birre artigianali, come la "Birra dello Stretto" e la "Doc 15".

Pochi mesi fa il colpo di scena. La stessa Heineken, che 13 anni fa aveva scelto di “smobilitare” dalla Sicilia, firma una partnership con la cooperativa per riportare Birra Messina nella “sua” isola. L'accordo prevede la produzione di una birra speciale, la “Birra Messina Cristalli di Sale”, e la distribuzione di questa e altre birre artigianali realizzate dalla cooperativa attraverso la rete distributiva di Heineken in Italia. Un piccolo investimento per il gruppo olandese, ma che per il Birrificio Messina significa il raddoppio potenziale della produzione e l’opportunità di crescere ancora. Una bella storia, su cui ci è parso interessante fare qualche riflessione.


Un esempio di community buyout  

La prima suggestione riguarda le modalità attraverso cui riparte l’economia di territorio. Birra Messina è infatti un esempio particolare di impresa recuperata a seguito di una crisi. Un buyout in termini tecnici, che però ha visto protagonisti non solo i lavoratori - workers buyout - ma anche la comunità locale, in particolare grazie a una fondazione comunitaria - la Fondazione di Comunità Messina - che ha svolto un ruolo importante per catalizzare ulteriori risorse provenienti sia dalla cittadinanza che da altri enti finanziari e filantropici. Si tratta insomma di un “community buyoutche potrebbe fare scuola anche in altri settori, e che segna una tendenza che da qualche tempo riguarda anche altri Paesi europei, dove si assiste alla rinascita di esercizi commerciali di prossimità che funzionano come presidi comunitari.

Nel Regno Unito, ad esempio, grazie alla disponibilità di risorse (donative e finanziarie), le comunità locali scelgono di riaprire attività (negozi, ristoranti, fabbriche) che riacquistano la loro funzione originaria ma che hanno anche un intento “più spinto”: essere luogo di aggregazione sociale. È il caso dei 28 Community Pub - guarda un po’, ancora birra - che grazie a un programma promosso dalla Plunkett Foundation sono stati (ri)aperti in molte contee inglesi. Oltre ai benefici economici e occupazionali per gli ecosistemi sociali in cui si collocano, questi luoghi offrono varie attività e servizi focalizzati sulla comunità e si sono dimostrati importanti per ridurre la solitudine e l'isolamento sociale.

Forse anche nel nostro Paese si potrebbe cercare di sistematizzare l’esperienza messinese. Potrebbe farsene carico la Strategia nazionale per le aree interne o le diverse policy che si occupano di rigenerazione delle aree urbane periferiche. Un ruolo importante potrebbe inoltre essere svolto dai fondi mutualistici cooperativi che attraverso una loro società di sistema - Compagnia Finanziaria Industriale - svolgono un ruolo importante per finanziare e accompagnare i worker buyout. In generale si potrebbe prendere spunto anche dalle sperimentazioni sostenute in questi anni da molte fondazioni (di origine bancaria in particolare) e, se servisse, come detto si potrebbe guardare pure oltre confine.


La birra "dal basso" e il modello industriale globale

La seconda suggestione riguarda la birra e tutto il movimento sociale e la filiera produttiva che si sono creati intorno a questa bevanda nel nostro Paese (e non solo). Secondo un recentissimo studio di Coldiretti la birra artigianale italiana ha registrato un balzo del 33% dell’export con punte ancor più significative in Paesi grandi produttori e consumatori come Olanda e Germania e Irlanda.

Un’evoluzione interessante per un settore nato dal basso in una fase storica caratterizzata da grandi concentrazioni internazionali della produzione e dal ridimensionamento dei vecchi campioni nazionali.

Proprio nel momento in cui si assiste al predominio del modello industriale su scala globale ecco una risposta che mette assieme, seppur con diverse gradazioni, il “piccolo è bello” e il “buono, pulito e giusto”, considerando la presenza non marginale di birrifici che hanno anche una connotazione sociale.


Scalare, “col diavolo” o con la rete

È un movimento che ora si trova ad affrontare, come molte innovazioni sociali, la fase delicata della crescita (scaling) e che rappresenta la nostra terza e ultima suggestione. Anche in questo senso Birra Messina rappresenta un esempio interessante da analizzare. Ha infatti accettato una partnership commerciale con Heineken che riguarda la distribuzione e infatti, guarda caso, la si trova dappertutto a un prezzo giusto (cioè accessibile ma non low cost).
 
Una specie di “patto col diavolo” verrebbe da dire, ovvero con un soggetto portatore di un modello di sviluppo per molti versi antitetico, ma forse siglato da una posizione di forza legata non solo alla qualità del proprio prodotto ma anche alla sua storia recente. Forse qualche anno fa Heineken avrebbe semplicemente incorporato questa impresa anche allo scopo di dotarsi di un brand artigianale e di un’aura locale. Invece Birra Messina ha un proprio retrogusto in termini di significato e di consapevolezza così spiccato da potersi giocare la partnership senza correre il rischio di risultare annacquata.
 
Naturalmente questa non è la sola strategia di crescita possibile: esiste sempre il classico meccanismo di creare rete tra i produttori locali, come nel caso del neonato Consorzio per la promozione e la tutela della birra artigianale italiana. Ma questa è un’altra storia che, come dicevamo, avremo forse modo di approfondire. Il nostro sorso è terminato.

 

 


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