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Sharing Mobility Made in Italy
Cosa sappiamo di questo fenomeno che sta cambiando il nostro modo di muoverci e di vivere? Ecco cosa c'è nel Primo Rapporto Nazionale sul tema
30 novembre 2016

La mobilità condivisa in Italia è in costante evoluzione. Negli ultimi anni l’utilizzo di piattaforme on-line basate sulla condivisione degli spostamenti e dei relativi costi si sono moltiplicate e questo ha portato il fenomeno della sharing mobility ad assumere sempre più rilevanza in ambito economico, sociale e ambientale.

Nel tentativo di realizzare una riflessione organica sul tema della mobilità condivisa in Italia, l’Osservatorio Nazionale della sharing mobility – in collaborazione con il Ministero della Salute e la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – ha realizzato il Primo Rapporto Nazionale sulla sharing mobility.

Di seguito abbiamo scelto di riportare i punti salienti del Rapporto, delineando le domande principali a cui lo studio ha cercato di rispondere.


Che cosa si intende per sharing mobility?

La sharing mobility consiste in una generale trasformazione del comportamento degli individui che tendono progressivamente a privilegiare l’accesso temporaneo ai servizi di mobilità piuttosto che utilizzare il proprio mezzo di trasporto e, su questa base, aderire a nuovi stili di vita che prediligono l’efficienza, la sostenibilità e la condivisione.

I servizi di trasporto che fanno parte di questo nuovo fenomeno della mobilità condivisa sono molti: carsharing, bikesharing, scootersharing, ridesharing e carpooling, servizi di shuttles e microtransit. Si tratta di nuove forme di trasporto che utilizzano le tecnologie digitali per facilitare la condivisione di veicoli e di tragitti, realizzare servizi flessibili e originali e agevolare l’interattività e la collaborazione tra gli utenti.


Come è regolamentata la sharing mobility in Italia?

In Italia, la sharing mobility viene introdotta per la prima volta nell’ordinamento giuridico nazionale con il Decreto del Ministro dell’Ambiente del 27 marzo 1998, dove appaiono per la prima volta i termini di “servizi di uso collettivo ottimale delle autovetture” e “forme di multiproprietà delle autovetture destinate ad essere utilizzate da più persone”. Per tutti gli anni 2000, le prime forme di mobilità condivisa sono state promosse e finanziate attraverso l’intervento pubblico, con l’obiettivo di scoraggiare l’uso dell’auto privata e limitare l’inquinamento atmosferico nelle città.

Con la diffusione delle tecnologie digitali e l’ingresso nel mercato di operatori privati il quadro è cambiato radicalmente. La sharing mobility è divenuta sempre di più una valida alternativa ai normali sistemi di spostamento: l’abbattimento dei costi del trasposto, la riduzione della dipendenza dall’automobile e una nuova sensibilità ambientale stanno portando ad una diffusione sempre maggiore dei nuovi sistemi di mobilità condivisa.


Qual è la mappa attuale dei servizi di sharing mobility in Italia?

Grazie ad una survey realizzata dall’Osservatorio Nazionale della sharing mobility, il Rapporto delinea il quadro dei servizi di mobilità condivisa attualmente disponibili in Italia. Con un questionario rivolto ad operatori e Amministrazioni locali, l’Osservatorio si è occupato di realizzare una mappatura dei servizi italiani di mobilità condivisa, aggiornata al 31/12/2015. Attraverso un survey tra città ed aree territoriali omogenee si è andati alla ricerca dei punti di forza e di debolezza del sistema della sharing mobility italiana.

Bikesharing
In totale, sul territorio nazionale sono a disposizione 13.700 biciclette condivise. La flotta italiana delle biciclette in sharing si distribuisce:

per il 4% nei comuni la cui popolazione è inferiore ai 10.000 abitanti (55 comuni serviti con 683 veicoli condivisi),
per il 20% nei comuni tra 10.000 e 60.000 (87 comuni serviti con 2645 veicoli condivisi),
per il 29% nei comuni tra i 60.000 e i 250.000 (42 comuni serviti con 3862 veicoli condivisi),
per il 47% nei Comuni sopra i 250.000 abitanti (8 comuni serviti con 6319 veicoli condivisi).

Carsharing
I servizi di carsharing in Italia sono attivi soprattutto nei Comuni medio-grandi (da 60.000 a 250.000 abitanti) e grandi (sopra i 250.000 abitanti). Tutte le 12 città italiane con popolazione maggiore di 250.000 abitanti dispongono di almeno un servizio di carsharing, mentre le città medio-grandi sono interessate per il 17% del totale. I capoluoghi provincia in cui è presente almeno un servizio di carsharing sono 30 sui 110 totali.

In Italia, al luglio del 2016, sono censiti 5.764 veicoli condivisi. La consistenza del parco dei veicoli in condivisione mette in rilievo il ritardo nella diffusione del carsharing del Meridione italiano: il 56% dei veicoli condivisi è concentrata al Nord, il 39% al Centro, mentre al Sud è presente solo il 5% della flotta italiana in carsharing.

Carpooling
Il carpooling ha visto negli ultimi anni un incremento notevole, grazie alla diffusione di numerose piattaforme web che consentono a chi cerca e/o offre un passaggio di incontrarsi e definire al meglio i dettagli organizzativi del viaggio. In Italia esistono diversi tipi di sistemi di carpooling che si differenziano principalmente per il tipo di distanza percorsa, l’ambito territoriale di riferimento (urbano e extraurbano), per la tipologia di prenotazione del servizio e per tipologia di utente (privato, gruppi di privati, azienda).

L’operatore che domina il mercato italiano ed europeo ad oggi è il servizio extraurbano di BlaBlaCar con più di 20.000.000 di utenti nel mondo. L’operatore italiano che dispone del maggior numero di iscritti è Jojob, piattaforma che agevola gli spostamenti casa-lavoro dei dipendenti di aziende limitrofe.


Quali sono le iniziative prioritarie, a livello normativo, regolamentare e contrattuale, per facilitare uno sviluppo equilibrato della sharing mobility in Italia?

Nell’ultimo capitolo del Rapporto sono individuati i cinque passi essenziali che, secondo l’Osservatorio Nazionale sulla sharing mobility, potrebbero consentire la diffusione delle nuove forme di mobilità in Italia:

1. Condividiamo nuove regole
La diffusione di nuove tecnologie che innovano profondamente i modelli di produzione e di consumo preesistenti ha bisogno comunque di regole. Poche, considerando la rapidità delle trasformazioni che interessano il settore, ma efficaci per favorire una crescita a vantaggio di tutti.

2. Le politiche urbane contano
Le politiche locali sono determinanti per lo sviluppo della mobilità condivisa così come i servizi di mobilità condivisa sono fondamentali per la sostenibilità del sistema dei trasporti e per la qualità della vita di una città. La mobilità condivisa in ambito urbano si sviluppa efficacemente dove sono presenti politiche, misure e strumenti per promuovere lo sviluppo della mobilità sostenibile.

3. Ti assicuro che funziona
I servizi di sharing mobility richiedono polizze e modalità assicurative adatte al nuovo paradigma. Anche per beneficiare del nuovo passo dei tempi il settore assicurativo è chiamato a rispondere dinamicamente alle nuove domande del mercato e a sviluppare al più presto nuovi prodotti su misura per la sharing mobility.

4. Chi condivide paga meno
Tutte le forme di mobilità condivisa tendono a ridurre gli impatti negativi delle forme di trasposto tradizionali sull’ambiente. La transizione green del modello di mobilità del paese va incentivata: nuovi incentivi possono essere sostenuti da una pressione fiscale maggiore sulle forme di trasporto privato più inquinanti.

5. Investiamo nel futuro
La sharing mobility si è diffusa in Italia a partire dai primi anni 2000 grazie all’intervento pubblico nel quadro delle misure dedicate alla riduzione dell’inquinamento atmosferico. Solo recentemente le aziende private sono entrate nel settore della mobilità sostenibile modificandolo radicalmente. La collaborazione fra pubblico e privato è il punto di forza della sharing mobility italiana e il contributo pubblico agli investimenti nella mobilità condivisa continua ad essere necessario.


Riferimenti

Il Primo Rapporto sulla sharing mobility in Italia

Sito dell’Osservatorio Nazionale della sharing mobility

Fondazione dello Sviluppo Sostenibile

 


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