PRIVATI / Fondi integrativi
Dobbiamo diventare fabbri delle nostre pensioni, ma servono competenze adeguate
Nelle scuole è partita la riforma per l'insegnamento dell'educazione civica e, con adeguata formazione dei docenti, si potrebbe fare qualche passo avanti sull'educazione finanziaria. Ma il tema della previdenza resta assente.
22 ottobre 2020

Se le vicende strettamente legate alla pandemia non catalizzassero, necessariamente e dolorosamente, l'attenzione dell'opinione pubblica anche per quanto riguarda il mondo della scuola, non sarebbe passato sostanzialmente sotto silenzio l’avvio della riforma dell'insegnamento dell'Educazione civica, nelle scuole d'ogni ordine e grado, disposta dalla Legge 92/2019, a far tempo dall'anno scolastico 2020/2021, appena iniziato. Questo insegnamento, riprendendo e ampliando i contenuti fissati dalla lungimirante normativa del 1958, se appare indispensabile, giacché intende assicurare a tutti i cittadini un’alfabetizzazione circa la struttura dello Stato e delle Istituzioni dell'Unione, risulta, tuttavia, ormai insufficiente, giacché non considera talune altre nozioni basiche, la cui conoscenza non può mancare nel bagaglio minimo della persona/cittadino. 

È il caso, soprattutto, dei rudimenti del comparto finanziario, con cui ciascuno, a prescindere all'attività svolta, deve necessariamente misurarsi nel corso della vita, vuoi nella sfera privata, vuoi, anche, nella sfera dei rapporti pubblici. In quest’ottica, un'attenzione particolare meriterebbe anche l'educazione previdenziale, posto che, ormai da decenni, il sostegno economico di base dell'età anziana, stante l’ineludibile mannaia delle valutazioni di sostenibilità dei sistemi pensionistici, ha cessato d'essere una questione demandata allo Stato, in via pressoché esclusiva, per divenire una realtà, in cui le scelte del singolo giocano un ruolo crescentemente centrale. 

Ciò posto, se sembra ragionevole richiedere che nell'insegnamento dell'Educazione civica quanto prima siano introdotte nozioni basiche di economia finanziaria (opportunamente formando al riguardo la classe docente, le cui carenze conoscitive in argomento, allo stato, sono generalmente abissali), certamente più complesso appare il tema dell'alfabetizzazione previdenziale. Non mi sembra ragionevole ipotizzare di appesantire l’insegnamento dell’Educazione civica anche con le complesse tematiche pensionistiche (salvo, tutt’al più, per le ultime classi delle scuole superiori), ma è, peraltro, cruciale fornire ai cittadini nozioni al riguardo. Sul punto è fondamentale l’apporto volontaristico messo in campo dagli operatori del comparto, per “fare cultura” in via permanente, ma va detto con chiarezza che è innanzitutto lo Stato che deve assolvere alla sua parte. 

Auto consentendomi una digressione, tratta dalle ormai fitte nebbie liceali, mi piace ricordare un delizioso scritto del 1948 di Benedetto Croce – l’Autore lo definisce “un ghiribizzo” – "Pagina sconosciuta degli ultimi mesi della vita di Hegel", recante una carrellata, di mirabile semplicità e chiarezza, sul sistema filosofico idealistico. Nella conclusione, si sostiene – in chiave critica, rispetto allo Hegel - che il possesso di un pensiero vale solo in quanto prepara a nuova vita e nuovo pensiero. L'affermazione di Don Benedetto, frutto più di assennatezza che di raffinati ragionamenti filosofici, ben si attaglia alla materia pensionistica. Il detenere la puntuale conoscenza dell’ammontare dell’assegno di base futuro è il presupposto per far sì che io possa ragionare e comprendere la necessità di diventare il fabbro della mia pensione, cercando di ottimizzare le risorse economiche a disposizione, così da riuscire a giustapporre a quella pubblica una complementare, mirando a conseguire, con la somma delle due, un accettabile tasso di sostituzione, rispetto al reddito di lavoro, quando esso verrà a cessare.

Il ruolo dello Stato, dunque, è di fornire ai cittadini, lavoratori attivi, la base ragionativa, una rappresentazione puntuale e puntualmente aggiornata delle proprie prospettive pensionistiche

Soltanto nel 2016, con ben ventun anni di ritardo rispetto alle previsioni della Legge 335/1995, l’INPS distribuì quella che, nel gergo degli addetti ai lavori, è chiamata “la busta arancione”: era infatti di questo colore l’involucro della missiva che, sin dagli anni ’50, i cittadini svedesi ricevevano ogni anno con la rappresentazione della propria posizione previdenziale. Dal 2019 la comunicazione individuale è stata ritenuta superata dall’attivazione del simulatore on lineLa mia pensione futura”, rinvenibile sul sito web dell’INPS, ma sono pochissimi coloro che sono a conoscenza di questo strumento. Occorre, quindi, un massiccio impegno pubblico volto a informare i cittadini dell’opportunità conoscitiva messa loro a disposizione.

Nei riguardi di soggetti consapevoli diventano certamente ben più efficaci la miriade di iniziative (incontri tecnici, conferenze, articoli di stampa e così via) che, da anni, gli operatori privati della previdenza complementare e, più in generale del welfare, non si stancano di portare avanti. Si tratta di iniziative socialmente commendevoli, sempre apprezzate da ASSOPREVIDENZA – che ho l’onore di presiedere – la quale vi contribuisce con il massimo impegno. L’Associazione, infatti, pur operando in via esclusiva quale centro tecnico nazionale di previdenza e assistenza complementari, muove da un (unico) assunto ideologico: la ferma convinzione che un moderno assetto di welfare del Paese non possa prescindere dalla capillare diffusione di coperture pensionistiche e assistenziali di secondo pilastro.  

 


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