PRIVATI / Aziende
Istat, il 53% delle imprese ha adottato almeno una misura per il sostegno della genitorialità e della conciliazione vita-lavoro
Secondo i dati del Censimento permanente delle imprese, oltre la metà delle aziende italiane con almeno tre addetti ha avviato politiche per migliorare il benessere lavorativo
03 marzo 2020

Recentemente l’Istat ha reso noti i dati ricavati attraverso il Censimento permanente delle imprese, uno strumento di rilevazione che si propone di fornire un quadro puntuale della situazione delle aziende italiane sul fronte economico e non solo. Tra le dinamiche considerate dall’Istituto Nazionale di Statistica ce ne sono alcune che - sul piano teorico - ci sembrano molto interessanti per capire il livello di diffusione di pratiche legate al welfare aziendale e alla responsabilità sociale d’impresa.


Politiche di sostegno alla genitorialità e alla conciliazione vita-lavoro

In particolare, il Censimento - realizzato attraverso un’indagine campionaria - si è proposto di individuare quante realtà produttive del nostro Paese applicassero azioni volontarie per il benessere dei propri collaboratori. Ciò che emerge è che circa il 53,4% delle nostre aziende con almeno tre dipendenti (1.033.737) ha adottato almeno una misura per il sostegno alla genitorialità e alla conciliazione vita-lavoro.

Ma di che tipo di prestazioni stiamo parlando? Nello specifico, analizzando i dati Istat si può osservare che il 20,5% delle imprese ha attivato forme di comunicazione interna per informare i lavoratori sui diritti legati alla genitorialità e previsti dall’attuale normativa. Per quanto riguarda i permessi e i congedi parentali e familiari, il 25,5% delle realtà prevede interventi extra rispetto a quelli previsti dalla normativa in caso di nascita di un figlio; inoltre, il 22,5% predispone permessi specifici nel caso dell’inserimento di figli al nido o alla scuola dell'infanzia. Sono l’8,6% le imprese che scelgono invece di estendere volontariamente la durata del congedo parentale e il 15,6% quelle che lo fanno in caso di gravi motivi (di salute, familiari, ecc).

La presenza di un asilo nido aziendale a condizioni gratuite o agevolate riguarda solo l’1,7% delle aziende; una percentuale più elevata - il 7,8% - garantisce invece sostegni economici a integrazione della normale retribuzione a favore dei lavoratori e dei loro familiari.

Le ultime misure considerate dalla rilevazione riguardano infine l’ambito della gestione del tempo. A tal riguardo si registra che circa il 47,3% delle realtà imprenditoriali del nostro Paese ha attivato interventi per rendere maggiormente flessibile l’orario di lavoro (in entrata e/o in uscita, per quanto riguarda le pause, ecc). Sono il 10,3% le aziende che hanno invece introdotto lo smart working e il 3,7% quelle che prevedono il telelavoro (tabella 1).

Tabella 1. Misure aziendali per il sostegno della genitorialità e della conciliazione vita-lavoro
Fonte. Istat, Censimento permanente delle imprese (2020)


Alcune considerazioni

Tenendo presente il quadro proposto dalla rilevazione Istat, ci sembra interessante sottolineare come la percentuale delle imprese che investe nel campo del sostegno alla genitorialità e alle politiche di armonizzazione dei tempi di vita e di lavoro sia piuttosto elevata. Stupisce inoltre che - sempre secondo i dati resi noti - non sembrano esserci particolari differenze tra le imprese sia per quanto riguarda il contesto geografico, sia in merito al settore di appartenenza. Alcune difformità, comunque minime, ci sono se si considera invece il numero di addetti: le percentuali tendono infatti a salire leggermente all’aumentare dei dipendenti.

Ciò appare in generale in controtendenza con quanto si osserva invece dai dati riguardanti la diffusione delle azioni di welfare aziendale. Come evidenziano le principali survey in merito - ad esempio quella realizzata dall’Ocsel di Cisl, quella promosso da Cgil e Fondazione Di Vittorio e quella di Confindustria - tale fenomeno sembra risentire molto dei fattori sopra menzionati. In questo senso, le politiche di welfare aziendale tendono infatti a essere più presenti nelle imprese medio-grandi, in quelle del Nord e in quelle di alcuni specifici settori (come il comparto industriale e quello dei servizi).

Questo probabilmente dipende da due ragioni. In primo luogo esistono differenze concrete tra le misure considerate dall’Istat e quelle di welfare aziendale tout court (per maggiori informazioni in merito si rimanda a questo approfondimento); inoltre non si deve dimenticare che i dati pubblicati dall’Istat si riferiscono comunque a stime che l’Istituto di Statistica realizza analizzando un campione rappresentativo di imprese: non sono da escludere quindi a priori alcuni (piccoli) errori di natura statistica.

Anche a fronte di queste considerazioni, data la generale scarsità di dati e informazioni sul tema, è importante sottolineare che l’intervento dell’Istat in questo campo è particolarmente importante e può rappresentare un passo cruciale per una maggiore comprensione del fenomeno. Solamente avendo a disposizione una mole elevata di dati “ufficiali” sarà infatti possibile fare chiarezza e approfondire molte questioni che riguardano il welfare aziendale e la sua diffusione. Auspichiamo quindi che tali rilevazioni possano proseguire e, nel prossimo futuro, possano interessare anche altri interventi promossi dalle imprese italiane.


Riferimenti

Istat, Censimento permanente delle imprese (2020)

 


Quarto Rapporto sul secondo welfare

Welfare aziendale e contrattazione: sfide e opportunità per le parti sociali

Il mercato del welfare aziendale: l’intermediazione e il ruolo dei provider

Contrattazione di secondo livello e welfare: le evidenze del Rapporto Ocsel 2019

Welfare aziendale: la necessità di garantire la finalità sociale

Manovra 2020: la normativa sul welfare aziendale resta invariata