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Le sfide del XXI secolo hanno messo sotto pressione i sistemi di welfare nazionali, incapaci di rispondere con efficacia a fenomeni come la policrisi, ovvero l’intersezione tra crisi economiche, demografiche, sanitarie e ambientali (Lawrence et al., 2024). La pandemia di Covid-19 ha rappresentato un punto di svolta, evidenziando le debolezze strutturali della protezione sociale su base nazionale. La difficoltà di coordinare risposte sanitarie e sussidi di emergenza tra Stati ha reso evidente la necessità di un welfare più integrato e adattabile a un mondo interdipendente.

La soluzione non può essere né una centralizzazione forzata, che rischierebbe di creare un sistema rigido e inefficiente, né un laissez-faire che lascia milioni di persone prive di tutele. Tra questi due estremi si afferma il modello del secondo welfare (Ferrera, 2008; Maino, 2023), una strategia che integra attori pubblici e privati in reti di protezione sociale complementari al welfare statale.

Dalla crisi del welfare a un modello transnazionale di protezione sociale

Il secondo welfare si distingue dal modello tradizionale in quanto non dipende esclusivamente dalla spesa pubblica, ma mobilita risorse e competenze di imprese, fondazioni, sindacati e organizzazioni non profit. Questa rete flessibile e adattabile consente di rispondere ai bisogni emergenti e di raggiungere categorie sociali che il welfare statale spesso fatica a supportare. Tuttavia, perché questa strategia sia efficace su scala più ampia, è essenziale un virtuous nesting, ovvero un’integrazione strutturata tra secondo welfare e welfare pubblico, in modo che le iniziative private e locali non sostituiscano l’intervento statale, ma lo rafforzino e lo completino (Maino e Ferrera, 2021).

Il passo successivo è portare questa logica oltre i confini nazionali, sviluppando un welfare transnazionale su base regionale. Invece di un unico sistema globale, si sta affermando un modello basato su macro-regioni interconnesse, in cui Stati limitrofi coordinano politiche di protezione sociale condivise. L’integrazione regionale sostituisce l’idea di un welfare puramente nazionale, favorendo la creazione di schemi cooperativi capaci di garantire continuità dei diritti sociali ai cittadini in mobilità.

A differenza del secondo welfare nazionale, che si sviluppa all’interno di un quadro istituzionale consolidato, il welfare transnazionale non dispone ancora di una regolamentazione uniforme. È un fenomeno in divenire, che nasce dalla necessità e si basa su accordi regionali e cooperazione volontaria tra Stati. Questa assenza di un’architettura normativa chiara ne rende più complessa l’implementazione, ma al tempo stesso permette soluzioni più flessibili e adattabili alle diverse realtà territoriali.

Un welfare senza confini: l’integrazione di macro-regioni

La trasformazione del welfare segue un principio di differenziazione e adattamento, evitando sia la costruzione di un’unica struttura sovranazionale, che potrebbe risultare inefficace e burocratica, sia la frammentazione di modelli scollegati. L’obiettivo è coordinare reti regionali di protezione sociale, garantendo continuità ai diritti sociali oltre i confini nazionali.

L’Unione Europea rappresenta il laboratorio più avanzato di questa evoluzione. Uno dei suoi strumenti più efficaci è la portabilità delle pensioni, che consente ai lavoratori di trasferire i loro diritti previdenziali tra Stati membri, evitando la dispersione dei contributi e garantendo continuità economica (EC, 2022). Un esempio concreto è il caso del Portogallo, dove migliaia di pensionati italiani percepiscono la pensione maturata in Italia grazie agli accordi UE, beneficiando di un costo della vita inferiore e di agevolazioni fiscali. Un altro esempio è l’area di Copenhagen-Malmö, dove il coordinamento tra Danimarca e Svezia consente ai lavoratori di accedere senza barriere ai servizi sanitari e sociali su entrambi i lati del Ponte di Øresund, creando de facto un sistema di welfare transfrontaliero.

Oltre l’UE, altri accordi regionali dimostrano la fattibilità di un welfare oltre i confini nazionali. Nell’area metropolitana di Ginevra, gli accordi tra Svizzera e UE garantiscono ai lavoratori pendolari l’accesso ai servizi sanitari su entrambi i lati del confine, riducendo gli ostacoli burocratici e assicurando la continuità delle cure. Anche al di fuori dell’Europa, la cooperazione tra Stati UE e Marocco ha portato alla creazione di schemi di protezione sociale e prestazione dei servizi sanitari nei paesi di origine e destinazione (EC, 2010).

Nei Paesi in via di sviluppo, l’innovazione tecnologica sta accelerando l’integrazione del welfare regionale (Yörük and Gençer, 2022). In Kenya e Uganda, il programma mHealth utilizza la tecnologia mobile per fornire servizi sanitari alle popolazioni rurali prive di accesso a ospedali, riducendo le barriere geografiche e amministrative (Yeates, 2010). Queste soluzioni digitali non solo migliorano l’accesso alle cure, ma offrono un modello replicabile per il welfare transnazionale nei contesti con infrastrutture deboli.

Innovazione sociale e welfare digitale: oltre il modello statale

L’insufficienza di risorse pubbliche e la crescente domanda di protezione sociale hanno spinto governi e comunità a sperimentare modelli di welfare alternativi, basati su innovazione sociale e collaborazione tra attori pubblici e privati. Questi modelli non solo suppliscono alle carenze del welfare statale, ma introducono nuove forme di protezione più flessibili e sostenibili.

Un esempio significativo è il Banco Palmas in Brasile, un sistema di moneta complementare che permette alle comunità locali di autofinanziare programmi sociali senza dipendere dai bilanci pubblici, favorendo la creazione di circuiti economici solidali (Lietaer, 2001; Mandache, 2020; Riggirozzi and Ryan, 2022). In Europa, circuiti monetari locali come il Sardex in Italia e il Bristol Pound nel Regno Unito rafforzano le economie territoriali, garantendo liquidità e facilitando l’accesso al credito per piccole imprese e lavoratori autonomi, spesso esclusi dal sistema bancario tradizionale (Douthwaite, 1996; Barinaga, 2024).

Le imprese stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nel welfare transnazionale. Un caso emblematico è la BMW, che investe i fondi pensionistici dei suoi lavoratori in aziende della propria filiera produttiva in Italia, creando un meccanismo di protezione previdenziale che rafforza la stabilità occupazionale su scala internazionale. Questo modello dimostra che il welfare non deve essere visto solo come un costo, ma può diventare un asset strategico per la competitività economica e la sostenibilità sociale (Scalise e Hemerijck, 2022).

Parallelamente, il welfare digitale sta rivoluzionando la gestione della protezione sociale, migliorandone l’efficienza e l’accessibilità. L’Estonia ha sviluppato uno dei sistemi più avanzati di gestione digitale delle prestazioni sociali, utilizzando l’intelligenza artificiale per verificare l’idoneità dei beneficiari, ridurre frodi e accelerare l’erogazione dei sussidi (Holden, 2018). In Kenya, il mobile banking di M-Pesa ha trasformato la distribuzione dei sussidi sociali, permettendo ai cittadini di ricevere pagamenti direttamente sui loro telefoni senza necessità di un conto bancario, eliminando intermediari e riducendo la burocrazia (Yeates, 2010).

L’uso della blockchain per la gestione delle identità digitali e la verifica dei contributi previdenziali è un altro fronte di sviluppo. Questa tecnologia decentralizzata può garantire una tracciabilità sicura dei dati previdenziali, facilitando la portabilità dei diritti sociali per i lavoratori migranti e assicurando che anche chi opera nel settore informale possa accumulare contributi pensionistici riconosciuti a livello internazionale. L’integrazione della blockchain nel welfare potrebbe rappresentare una svolta nella protezione dei lavoratori più vulnerabili, riducendo le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sociali.

La sfida: equilibrio tra autonomia e coordinamento

L’ostacolo principale al welfare transnazionale è la frammentazione normativa. Sistemi giuridici diversi, livelli di protezione sociale non uniformi e l’assenza di un quadro regolativo condiviso rendono complesso il coordinamento tra Stati. Mentre le economie avanzate tendono a convergere verso modelli integrati, i paesi in via di sviluppo spesso faticano ad adattarsi, rischiando di rimanere esclusi da queste reti di protezione.

Un modo per ridurre le disuguaglianze senza compromettere l’autonomia nazionale è rafforzare il principio di sussidiarietà, garantendo che le decisioni vengano prese al livello più vicino possibile ai cittadini, adattandosi alle specificità territoriali. Un esempio è il Nordic Council, che coordina politiche sociali tra Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia e Islanda, senza imporre standard rigidi, ma favorendo la compatibilità tra i diversi sistemi di welfare (Ferrera, 2008). Questo modello dimostra che l’armonizzazione del welfare può avvenire attraverso la cooperazione e la condivisione di best practices, anziché tramite imposizioni centralizzate.

Anche la fiscalità transnazionale potrebbe svolgere un ruolo chiave nella costruzione di un welfare globale sostenibile. L’introduzione di una Tobin Tax, ovvero una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali, rappresenta un’opzione concreta per finanziare un fondo internazionale di sicurezza sociale, destinato a ridurre le disuguaglianze e a stabilizzare i sistemi di protezione nei paesi più vulnerabili (OECD, 2023). Questa misura consentirebbe di redistribuire parte della ricchezza generata dai mercati finanziari, trasformando la globalizzazione economica in una risorsa per la sicurezza sociale anziché in un fattore di precarizzazione.

I welfare come infrastruttura globale

Il welfare transnazionale sta dunque emergendo come una rete flessibile e interconnessa, capace di collegare diversi sistemi regionali senza la necessità di una struttura centralizzata (Esping-Andersen, 1994). Questo modello non impone un’uniformità forzata, ma promuove meccanismi di interoperabilità tra gli Stati, garantendo continuità nei diritti sociali e adattabilità alle specificità locali. Seguendo la logica del secondo welfare, il futuro vedrà una collaborazione sempre più stretta tra Stati, imprese e comunità, finalizzata a costruire modelli di protezione sociale resilienti e capaci di affrontare le sfide globali.

L’obiettivo non è solo garantire innovazione e sostenibilità economica, ma anche creare un sistema che metta al centro il principio di giustizia sociale (Nussbaum, 1999; Holden, 2018; Sen, 1995, 1999). Come sottolineava Rawls (1958, 1971), un sistema equo è quello che protegge i più vulnerabili e assicura che i benefici della cooperazione siano distribuiti in modo da favorire i meno avvantaggiati. Se il welfare transnazionale saprà rispettare questo principio, potrà evolversi in un’infrastruttura fondamentale per la stabilità economica e sociale del XXI secolo.

In questo senso, il modello kantiano della “pace perpetua” (Kant, 1795), basato su interdipendenze regolamentate tra Stati, trova una nuova applicazione nella costruzione di un sistema di welfare globale: un’integrazione non imposta dall’alto, ma costruita attraverso accordi volontari e cooperazione pragmatica.

 

Riferimenti bibliografici

Foto di copertina: Red John, Unsplash.com