PRIMO WELFARE / pensioni
Come sta il sistema previdenziale italiano?
Il Rapporto annuale di Itinerari Previdenziali evidenzia il costante squilibrio contabile in tema pensionistico, che potrebbe peggiorare alla luce delle nuove misure previste dal Governo
06 marzo 2019

Recentemente è stato pubblicato il Rapporto “Bilancio del sistema previdenziale italiano”, curato dal Comitato Tecnico Scientifico e dagli esperti del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali. Il documento, giunto alla sua sesta edizione, rappresenta un importante strumento in grado di fornire una visione d’insieme del complesso sistema previdenziale del nostro Paese.

Sulla base dei dati dei bilanci consuntivi forniti dagli Enti di Previdenza, il Rapporto illustra gli andamenti della spesa pensionistica, delle entrate contributive e dei saldi delle differenti gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico obbligatorio italiano, cioè il cosiddetto "primo pilastro". Ce ne parla in questo approfondimento Valentino Santoni.


L’andamento del sistema previdenziale italiano

Nel 2017 la spesa totale destinata alle pensioni delle gestioni pubbliche e privatizzate del sistema obbligatorio italiano è ammontata a 220,8 miliardi di euro, in aumento di 2,3 miliardi rispetto al 2016, pari all’1%. Stando ai dati del Rapporto, la spesa previdenziale ha avuto nel 2017 una leggera accelerazione rispetto al precedente triennio (2014-2016) in cui la crescita media risultava pari allo 0,6%.

Sempre nel 2017, le entrate derivanti dai contributi versati sono state pari a 199,8 miliardi di euro, in aumento sull’anno precedente di 3,3 miliardi (+1,7%). Nonostante ciò, il saldo tra entrate contributive e uscite per prestazioni previdenziali è risultato negativo per 21 miliardi di euro. Sommando il disavanzo e la componente assistenziale, il finanziamento della spesa non coperto da contribuzione, quindi a carico della fiscalità generale, è stato di circa 56,6 miliardi di euro. Si evidenzia quindi uno squilibrio contabile persistente nelle gestioni previdenziali.

In merito al rapporto tra spesa pensionistica e entrate contributive (figura 1), il documento del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali individua un peggioramento dei saldi fino al 1995. In seguito, con gli effetti della Legge Dini, si sono avuti per oltre un decennio andamenti gradualmente convergenti di entrate e uscite, fino ad arrivare a un quasi pareggio dei conti previdenziali nel 2008. L’avvento e il perdurare della crisi hanno avuto effetti evidenti, determinando una brusca frenata delle entrate e il conseguente nuovo peggioramento dei saldi.


Figura 1 - Rapporto tra spesa pensionistica e entrate contributive
Fonte: Rapporto “Bilancio del sistema previdenziale italiano”


Come mostra la figura 2, nel corso degli ultimi 30 anni, la spesa per le pensioni è cresciuta in rapporto al PIL di circa quattro punti percentuali, passando dal 10,8% del 1989 al 14,8% nel 2017.

Dalla figura appare evidente come dal 1989 al 1997, la crescita media del PIL (+1,4%) sia stata molto al di sotto degli aumenti della spesa pensionistica, cresciuta nello stesso periodo ad un tasso medio annuo del 4,5%. Dal 1998 al 2007, dopo la completa attuazione della Riforma Dini e di altri interventi orientati soprattutto all’innalzamento dell’età pensionabile, si è registrato un sensibile contenimento della dinamica della spesa pensionistica, con una crescita media annua pari all’1,7%, prossima alla crescita media del PIL (+1,6%) nello stesso periodo. Il procedere di pari passo della spesa per pensioni e del prodotto lordo ha così determinato per oltre un decennio, fino al 2007, una sostanziale stabilità del rapporto.

Dal 2008, con lo scoppio della crisi economica, il valore del rapporto ha ricominciato di nuovo a crescere. Le ragioni non sono da ricerca dal riaccendersi della dinamica della spesa per pensioni, ridotta anzi ulteriormente dall’1,7% medio annuo allo 0,8%, bensì dal forte calo del PIL, che dal 2008 al 2012 ha perso in termini reali quasi un punto e mezzo percentuale all’anno.

Nell’ultimo quadriennio, infine, con la spesa per pensioni che ha ridotto ancora il tasso di crescita allo 0,5% annuo e un’ancora timida ripresa dell’economia che ha visto il PIL aumentare dello 0,9% in media annua, il rapporto ha mostrato una leggera tendenza a ridursi, pur restando ad un livello di quasi due punti percentuali più elevato di quello registrato prima della crisi economica.


Figura 2 - La spesa pensionistica in relazione al PIL
Fonte: Rapporto “Bilancio del sistema previdenziale italiano”


I pensionati italiani: quanti sono?

Stando al Rapporto, in conseguenza delle riforme previdenziali che hanno innalzato gradualmente i requisiti anagrafici e contributivi, il numero dei pensionati totali in Italia è calato negli ultimi anni. In particolare, tra il 2008 e il 2017 i pensionati che usufruiscono di un qualsivoglia trattamento (quindi non solo quello di vecchiaia) sono diminuiti di 737.703 unità, con una variazione percentuale negativa del -4,4%. Nel 2017 il numero totale è pari a 16.041.852 (figura 3): si tratta di 22.656 soggetti in meno rispetto al 2016 (una variazione percentuale del -0,14%).


Figura 3 - Numero di pensionati e genere

Fonte: Rapporto “Bilancio del sistema previdenziale italiano”


Nonostante questa diminuzione, tra il 2016 e il 2017 il numero di prestazioni pensionistiche è leggermente cresciuto, arrivando a 22.994.698 (figura 4). Di queste, il 77% sono erogate nella tipologia IVS (Invalidità, Vecchiaia e Superstiti), il 19% sono pensioni assistenziali e il 15% circa sono invece prestazioni di invalidità civile; le pensioni e gli assegni sociali sono circa il 4% del totale, le prestazioni indennitarie dell’INAIL sono circa il 3% mentre le pensioni dirette e indirette di guerra circa l’1%.

Perché questa discrepanza tra numero di prestazioni totali e numero di pensionati? Il fatto è che nel reddito pensionistico spesso si cumulano, in capo ad uno stesso individuo, più importi. Questo vale per il 34% dei pensionati che, oltre all’importo relativo al trattamento per anzianità o vecchiaia, ha diritto ad altri interventi, come pensioni supplementari, indennità di accompagnamento, pensioni di reversibilità, ecc.


Figura 4 - Prestazioni pensionistiche e relativo importo annuo per tipologia di pensione
Fonte: Rapporto “Bilancio del sistema previdenziale italiano”


Cresce il peso delle pensioni su spesa per il welfare e PIL

Nella sua parte finale il rapporto cerca di allargare lo sguardo e inquadrare la  condizione della spesa pubblica per il welfare in Italia. Secondo il lavoro di Itinerari Previdenziali, la spesa per prestazioni sociali nel 2017 ammontava a 453,8 miliardi di euro. L’aumento rispetto al 2016 è stato lieve, pari allo 0,4%, ma molto forte se di allunga il periodo di riferimento: addirittura del 6% se confrontato con il 2012. Ad oggi, sul totale della spesa pubblica complessiva, comprensiva degli interessi sul debito pubblico, la spesa per prestazioni di welfare incide per il 54% (il 58% al netto degli interessi).

Se da un lato si considerano le effettive entrate contributive e fiscali e, dall’altro, si tiene conto anche dei costi di funzionamento degli enti che gestiscono il welfare a livello centrale e locale, la spesa sociale vale all’incirca il 30% del PIL del nostro Paese. In questo senso, il Rapporto sottolinea come la maggior parte di queste risorse - quasi il 60% - siano destinate al sistema pensionistico. Ciò comporta forti limitazioni per tutte le altre aree di intervento sociale, dalla sanità al sostegno alla disabilità, dal supporto alla famiglia e alla genitorialità alle politiche di housing, dall’inclusione sociale alla formazione e al supporto per la disoccupazione.


Prospettive future: occhio ai costi

Inoltre, in base a quanto affermato dal Rapporto, per il prossimo futuro resta ancora da valutare l’impatto degli interventi sul sistema pensionistico inseriti nella Legge di Bilancio per il 2019 e nei successivi decreti (introduzione quota 100 e reddito di cittadinanza, blocco dell’indicizzazione dell’anzianità contributiva, flessibilizzazione in uscita per precoci e donne, mantenimento di APE sociale e lavori gravosi).

Questi provvedimenti, verosimilmente, potrebbero in prima battuta interrompere la riduzione del numero delle pensioni e condurre verso un ulteriore peggioramento del rapporto attivi/pensionati. Di conseguenza, stima il Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, si avrebbe un aumento della spesa assistenziale di oltre 8 miliardi (considerando anche l’introduzione del reddito di cittadinanza), a cui non si accompagnano peraltro incentivi a favore di lavoro e produttività. Tale prospettiva è giudicata “pericolosa” dal Rapporto per due ragioni: la prima riguarda la mancanza di un’efficiente macchina organizzativa e di controllo in grado di coordinare tutto il sistema, mentre la seconda è invece legata a quello che si sta configurando come un vero e proprio rallentamento per l’economia del Paese.


Riferimenti

Il rapporto “Bilancio del sistema previdenziale italiano”

 


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