PRIMO WELFARE / Lavoro
La flessibilità non basta: verso uno Smart Working 2.0
Secondo l'Osservatorio del Politecnico di Milano il fenomeno del lavoro agile continua a crescere, andando verso un modello più maturo e stabile. In un solo anno gli smart worker sono cresciuti del 20%. Dati molto significativi dalle PA.
05 novembre 2019

Il 30 ottobre scorso sono stati presentati i risultati della ottava edizione della ricerca realizzata dall’Osservatorio dello Smart Working del Politecnico di Milano in collaborazione con Doxa. Durante il convegno sono stati approfonditi una serie di temi legati all’evoluzione del fenomeno dello smart working a livello nazionale e proposte alcune testimonianze di diversi protagonisti appartenenti alla Pubblica Amminstrazione, al mondo delle PMI e a quello delle grandi imprese. I risultati sono stati poi discussi con i partecipanti attraverso due tavole rotonde e durante la giornata sono stati assegnati anche gli Smart Working Award, dedicati alle migliori iniziative che hanno implementato o avviato progetti di lavoro agile.


Uno sguardo al fenomeno smart working in Italia

Fiorella Crespi, Direttrice dell’Osservatorio Smart Working, Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Smart Working, e Alessandra Gangai, Ricercatrice dell’Osservatorio Smart Working hanno aperto il convegno presentando i risultati della ricerca. Gli aggiornamenti dicono che ad oggi gli smart worker sono stimabili in 570mila, il 20% in più rispetto all’anno precedente. Nel 2018 infatti erano 480mila i lavoratori agili, pari al 12,6% del totale degli occupati, già in aumento di quasi il doppio rispetto al 2016 in cui se ne registravano 250mila, mentre nel 2013 se ne contavano 150mila. Se nell’ultimo anno l’aumento non è stato così significativo come nei precedenti, i numeri rimangono importanti se considerati in un arco di tempo più ampio: tra il 2013 e il 2019 il numero degli smart worker è infatti quasi quadruplicato.

Il dato più interessante della ricerca riporta un significativo aumento in termini di diffusione dei progetti strutturati nella PA, che raddoppia rispetto all’anno scorso, passando dall’8% al 16% così come le iniziative informali passano dall’1% al 7%. Nel rapporto si sottolinea la positività di questi dati ricordando al contempo che i progetti di smart working risultano ancora limitati coinvolgendo solo il 12% del personale organizzativo. Per le grandi imprese l’aumento di progetti strutturati non è cosi significativo, solo un più 2%. Invece una buona spinta arriva dalle PMI che hanno visto una crescita di progetti di smart working strutturati del 4%, il che significa una vera e propria accelerazione su questo fronte rispetto agli anni precedenti.


Figura 1. Diffusione di progetti strutturati di smart working nelle grandi imprese italiane, nelle PMI e nella PA (%)

Fonte: elaborazione a partire dai Rapporti annuali dell’Osservatorio Smart Working


In definitiva la ricerca si interroga se ci sia un “effetto saturazione” o un “calo” rispetto al fenomeno dello smart working. Quello che suggeriscono i dati, secondo Mariano Corso, è che ci sia piuttosto un’evoluzione nelle performance impattanti e che all’aumentare della confidenza con cui le varie organizzazioni trattano il fenomeno si passi da uno smart working 1.0, in grado di raccoglie i primi benefici del fenomeno, ad uno smart working 2.0, più maturo e stabile.


Figura 2. Elementi per uno Smart Working 2.0
Fonte: slide presentate da Mariano Corso


In particolare sostiene Corso, se nel primo smart working il beneficio per l’azienda era quello di trasformare dei lavoratori dipendenti - abituati a lavorare unicamente per competenze all’interno di rigidi schemi di orario e di luogo - in lavoratori professionisti, in grado di lavorare per obiettivi, con lo smart working 2.0 si promuove un più alto tasso di engagement del lavoratore. Ovvero si riesce a coinvolgerlo non soltanto nel “come” realizzare un lavoro ma anche nel “cosa” bisogna fare e “perché” farlo.

La flessibilità quindi non basta secondo la ricerca svolta dall’Osservatorio. Da una parte perché i dati dicono che c’è effettivamente bisogno di concedere ancora più flessibilità ai lavoratori perpetuando la cultura dello smart working e, dall’altra, perché l’obiettivo del lavoro agile non è solo quello di puntare ad una maggiore flessibilità del lavoratore ma piuttosto a un suo pieno coinvolgimento. Questo può avvenire, ha sottolineato Mariano Corso, attraverso la sollecitazione del pensiero critico predisponendo il lavoratore all’innovazione e al cambiamento.


L’importanza degli spazi nei processi di smart working

Durante la giornata è apparso particolarmente interessante il tema legato alla riconcettualizzazione degli spazi che, di fatto, spiega Alessandra Gangai, è uno degli elementi portanti che definiscono come è “strutturato” un progetto di smart working. Infatti il layout fisico e la funzione dei luoghi di lavoro vanno interpretati come elementi endogeni del cambiamento verso lo smart working.

A tal proposito i dati del Rapporto ci dicono che, su un campione di 34 imprese, il 74% sottolinea l’importanza di ridefinire gli spazi di lavoro per soddisfare esigenze professionali e personali ma anche per favorire socializzazione e creatività. Mentre, per il 41%, è importante che il luogo di lavoro comprenda servizi di work-life balance come possono essere il nido aziendale, la palestra, il servizio take away o la lavanderia.

Con riferimento al luogo scelto per svolgere il lavoro in modalità smart, un secondo campione di 144 grandi imprese ha indicato nel 98% dei casi la propria abitazione come luogo in cui viene svolto maggiormente il lavoro da remoto, nell’87% altre sedi dell’organizzazione, nel 65% gli spazi di coworking. Vi è poi un 60% che indica i luoghi pubblici e, infine, un 56% che dichiara che il lavoro da remoto venga svolto principalmente presso la sede dei clienti o fornitori esterni. Permane comunque un certo timore da parte delle aziende nel concedere ai lavoratori l’utilizzo di altri spazi oltre le sedi aziendali a causa dell’utilizzo di dati riservati. Non a caso il 60% delle organizzazioni impone comunque dei vincoli nella scelta degli spazi ai propri dipendenti.

 
Le prospettive di sviluppo dello smart working

Guardando alle prospettive di sviluppo, spunti interessanti sono stati forniti dall’intervento di Alessandro Adamo - Direttore DEGW e Partner Lombardini22 oltre che consulente nella progettazione integrata degli ambienti di lavoro. Adamo sostiene che dalle loro analisi l’occupazione delle postazioni di lavoro all’interno delle organizzazioni si aggiri attorno al 40%, un dato che sottende una significativa evoluzione nell’utilizzo degli spazi tradizionali. Innovazione, experience e brand sono le caratteristiche più importanti degli spazi secondo Adamo. È necessario creare spazi che siano luoghi di contaminazione, incubatori di idee in grado di attirare lavoratori con interessi diversi. Un ulteriore tendenza e sfida è quella di offrire degli spazi dinamici che siano in grado di far vivere delle esperienze che vadano oltre la mera dimensione lavorativa. Infine oggi il tema del brand è sempre più strategico: i luoghi, compresi gli uffici, devono essere riconoscibili e altamente identificabili, alla stregua di un grande marchio.

Lorenzo Maresca, Country Manager di Sedus Stoll, oltre a concordare con Adamo riguardo all’importanza del brand anche per gli uffici e al fatto che gli spazi debbano essere in grado di trasmettere i valori aziendali, si è soffermato infine sul valore che gli spazi assumono come volano per l’accelerazione del cambiamento. Nello specifico possono stimolare la creatività, facilitare forme di collaborazione sia formale che informale, favorire l’apprendimento attraverso la condivisone di conoscenze e competenze.

 


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