PRIMO WELFARE / Lavoro
All'Italia mancano i laureati che non escono dalle università
Il nostro Paese non possiede un robusto canale tecnico-professionale terziario. Come colmare il gap creato con gli altri Paesi UE?
09 giugno 2015

Le statistiche dell'Eurostat ci condannano, ancora una volta, quasi all'ultimo posto per la quota di adulti laureati tra i Paesi europei: solo il 23,9% dei 30-34enni ha conseguito, nel 2014, un titolo di studio terziario, a fronte del 37,8% della media dei 28 paesi dell'Unione (figura 1). 

Più in generale, il livello d'istruzione complessivo della popolazione italiana dei 30-34enni è molto più basso della media dei paesi dell'Unione non tanto per il tasso di conseguimento del diploma di scuola secondaria, che è superiore a quello europeo, quanto per la quota elevatissima di chi ha conseguito al massimo la licenza media (28,6%), a fronte di un valore medio europeo inferiore di oltre 11 punti percentuali (17,1%).

Occorre precisare a questo proposito che il livello d'istruzione delle donne italiane è molto più elevato di quello degli uomini: quasi il 30% delle prime ha conseguito una laurea (29,1%), a fronte del 18,8% dei maschi, e le donne che non hanno completato neppure la scuola dell'obbligo sono poco meno di un quarto (24,6%), mentre gli uomini sono quasi un terzo (32,6%).


Figura1. Popolazione (30-34 anni) per titolo di studio nella media dell'Unione europea e in Italia – Anno 2014 (composizione percentuale)

Fonte: Eurostat
 

Molteplici sono le cause della bassa percentuale di laureati e probabilmente quella più significativa è legata alla bassa domanda di personale altamente qualificato da parte delle imprese italiane, che sono in maggioranza piccole e poco innovative, soprattutto perché sono gestite da manager che solo nel 25% dei casi hanno conseguito la laurea (55,7% nella media europea)1: a parità di settore produttivo e di ampiezza dell'azienda, un imprenditore laureato assume il triplo di laureati rispetto a uno non laureato2. Un'altra causa, segnalata recentemente dal Governatore della Banca d'Italia, è il modesto differenziale retributivo tra diplomati e laureati, che spesso non rende conveniente intraprendere lunghi e costosi percorsi di studio universitari.

Ma la ragione che pesa maggiormente nel gap di capitale umano altamente qualificato è legata ai diversi livelli della laurea. Infatti, per l'istituto statistico europeo, i "laureati" sono quelli che hanno conseguito un titolo di studio terziario di livello 5 (laurea) o 6 (dottorato) della classificazione internazionale ISCED 1997 (International Standard Classification of Education). Il livello 5 è, a sua volta, diviso tra istruzione terziaria universitaria (5A) e istruzione terziaria non universitaria (5B)3 che prevede programmi che consentono di acquisire elevate competenze tecniche, immediatamente spendibili nel mercato del lavoro.

Come si può osservare nel grafico successivo (figura 2), che prende in considerazione tutti quelli che si sono laureati nel 2012 in Germania e in Italia – due Paesi che hanno una struttura economica molto simile per l'elevata presenza del settore manifatturiero che utilizza in prevalenza operai – nella Repubblica federale, che conta quasi 83 milioni di abitanti, si registrano 554 mila laureati, mentre nel nostro Paese, con quasi 60 milioni di abitanti, si osservano 383 mila persone che hanno conseguito un titolo di istruzione terziaria (171 mila in meno). Occorre precisare che questi valori si riferiscono solo a quelli che si sono laureati nel 20124 e non a tutta la popolazione laureata (in Italia, per esempio, sono oltre 5 milioni), ma il dato è comunque un indicatore utile per analizzare i flussi annuali delle persone che si laureano ed è più affidabile perché di fonte amministrativa.

Se si analizzano questi dati per livello del titolo di studio conseguito, il numero delle persone con il diploma terziario universitario è abbastanza simile nei due Paesi, tenendo conto della diversa dimensione della popolazione (rispettivamente 378 mila in Germania e 369 mila in Italia), un po' meno lo è quello dei dottori di ricerca (27 mila in Germania e 11 mila in Italia). Ma la grande differenza tra i due Paesi è determinata dalla sostanziale assenza in Italia di giovani che hanno conseguito il diploma terziario non universitario (poco meno di 3 mila, pari allo 0,7% del totale dei laureati) a fronte di 149 mila in Germania (pari al 26,9%). Se anche in Italia fosse rilasciato annualmente lo stesso numero di diplomi terziari non universitari, il volume complessivo dei laureati (5A, 5B e 6) sarebbe sostanzialmente simile a quello della Germania.


Figura 2. Laureati nel 2012 per titolo di studio (ISCED97 5 e 6) in Germania e in Italia (valori assoluti in migliaia)

Fonte: Eurostat


Questa evidenza non riguarda solo la Germania, ma la grande maggioranza dei Paesi europei: nella media dei 28 paesi dell'Unione europea, il 16,5% dei laureati nel 2012 ha conseguito il diploma terziario non universitario, con valori molto più elevati della media in Belgio (42,6%), in Spagna (27,4%), in Germania (26,9%), mentre il Regno Unito è allineato alla media dell'Unione (16,5%) (figura 3). Valori più bassi di quello del nostro Paese (0,7%) si registrano solo in Polonia (0,6%), Portogallo (0,1%) e Finlandia (0%). Insomma, in Italia manca un robusto canale tecnico-professionale terziario che contribuisca, per una quota importante, alla formazione dei "laureati".

Figura 3 – Persone che hanno conseguito nel 2012 il diploma terziario non universitario (ISCED97 5B) in alcuni paesi dell'Unione europea e nella media a 28 paesi (incidenza percentuale sul totale dei laureati)


Fonte: Eurostat


Analizzando la percentuale degli adulti laureati di 30-35 anni rispetto alla popolazione della stessa età nel 20135, che costituisce l'indicatore della strategia di Europa 2020 più volte citato dalla stampa, si può ancora una volta osservare l'anomalia italiana: nel nostro Paese la quota che ha conseguito un titolo d'istruzione terziario universitario o un dottorato (22,4%) è inferiore alla media europea (27,9%) di quasi 6 punti percentuali, ma è superiore a quella che si osserva in Austria (21,2%), in Grecia (22%) ed è molto simile a quella della Germania (23,4%) (figura 4).

La causa maggiore che impedisce all'Italia di avvicinarsi alla quota complessiva di laureati della Germania è l'insignificante quota di 30-34enni che ha conseguito un diploma terziario non universitario (0,2%, pari circa 7 mila unità), a fronte di valori ben superiori che si registrano nella media dell'Unione (8,7%, quasi 3 milioni di unità), in Germania (9,5%, oltre 470 mila), in Francia (16,4%, 645 mila) e nel Regno Unito (16,5%, quasi 710 mila). Anche in Polonia la quota di diplomati non universitari è pari a zero, ma con una elevatissima percentuale di diplomati universitari (40,5%).

Inoltre, il nostro Governo sembra rassegnato al gap di capitale umano altamente qualificato rispetto al resto dell'Europa, dal momento che ha fissato come obiettivo nazionale per il 2020 una quota di laureati pari al 26%, a fronte del target europeo che è del 40% e a quello ancora superiore di altri grandi paesi come la Germania (42%), la Francia (50%) e la Spagna (44%). Il Regno Unito supererà la quota del 50% ben prima della scadenza europea.

Figura 4. adulti di età compresa tra i 30 e i 34 anni in possesso di un titolo d'istruzione terziario per tipologia (ISCED 5A, 5B e 6) in alcuni paesi dell'Unione europea e nella media a 28 paesi – Anno 2013 (valori percentuali)

Fonte: Eurostat


In poche parole, il deficit di adulti con un titolo d'istruzione terziario in Italia rispetto al resto dell'Unione non è determinato prevalentemente dal basso numero dei laureati universitari, che sono sostanzialmente in linea con quelli della Germania, anche se inferiori alla media europea, ma dall'assenza di diplomati terziari non universitari, come ha sottolineato anche l'ANVUR: la mancanza del livello non universitario "costituisce una delle lacune più gravi del sistema formativo Italiano"6 (la seconda causa del basso tasso di laurea è la dispersione universitaria7).

Nella maggioranza degli altri Paesi questi corsi sono molto diffusi per una forte domanda di profili tecnici di elevata specializzazione e anche perché costituiscono, spesso, il salvagente contro gli abbandoni dei corsi universitari dei giovani che scoprono di non essere portati per studi prevalentemente teorici. In Italia i pochi studenti di corsi terziari non universitari sono quelli iscritti alle accademie artistiche e ai conservatori di musica, che hanno modesti sbocchi occupazionali, mentre si dovrebbe promuovere maggiormente l'iscrizione ai nuovi istituti tecnici superiori (ITS) che hanno le caratteristiche più simili a quelli più diffusi nel resto dell'Europa.

Gli ITS, ai quali si accede dopo aver superato l'esame di Stato, sono scuole superiori di alta specializzazione, istituite come fondazioni, che devono essere costituite per legge da istituti tecnici e professionali, università, enti formativi, aziende ed enti locali: offrono corsi di due anni in 6 aree altamente tecnologiche e innovative, dall'efficienza energetica alle tecnologie dell'informazione8. La forte domanda di queste figure professionali è dimostrata dal fatto che i diplomati ITS trovano subito lavoro (il 65%)9, anche per la presenza delle imprese nella definizione dei contenuti dei corsi e per gli stage di 800 ore che sono svolti, a conclusione del percorso formativo, nelle aziende interessate alle specifiche competenze degli studenti. Il limite, invece, di questi istituti è nella loro scarsa diffusione e soprattutto nel modesto numero degli studenti che li frequentano e dei diplomati (gli ITS sono 74 e sono stati frequentati complessivamente, dal 2010 al 2014, da circa 6 mila studenti, concentrati per l'81% dei casi nel Centro-Nord e dal restante 19% nel Mezzogiorno; i diplomati sono poco meno di 1.300)10.

In ogni caso, già sapere in quale modo si può ridurre efficacemente il deficit di capitale umano altamente qualificato con il resto dell'Europa è un passo avanti: non occorre aumentare più di tanto l'offerta di corsi universitari – è più utile rafforzare l'orientamento in ingresso e il tutoraggio in favore delle matricole per contenere il fenomeno dell'abbandono, incoraggiare i giovani a scegliere le discipline tecnico-scientifiche che offrono maggiori e migliori sbocchi professionali e occupazionali e incentivare la domanda da parte delle imprese di personale con titolo terziario – ma bisogna soprattutto investire maggiormente nella formazione post-diploma non universitaria, promuovere con obiettivi più ambiziosi le filiere degli ITS, moltiplicare di molte volte la loro offerta formativa, soprattutto nel Mezzogiorno. È bene tenere conto che queste scuole superiori consentono d'integrare stabilmente risorse pubbliche e private delle imprese e possono essere finanziate dalle Regioni con le risorse del fondo sociale europeo, in modo da rispettare il vincolo di legge che prevede la possibilità d'istituire nuovi ITS, senza oneri aggiuntivi per lo Stato11.

Anche prevedendo un incremento contenuto del numero medio annuale dei laureati universitari e dei dottori di ricerca12 e ponendo come obiettivo delle policy sull'istruzione l'aumento, in cinque anni, a circa 75 mila dei diplomati dagli istituti tecnici superiori e dagli altri corsi terziari non universitari (in Spagna, con un numero inferiore di abitanti, sono quasi 110 mila l'anno), potremmo approssimarci alla percentuale europea, incidendo soprattutto sulla quota dei laureati di 30-34 anni d'età, da cui dipende la possibilità di elevare in modo significativo il livello d'istruzione della popolazione italiana nel corso dei prossimi anni. È un obiettivo ragionevole?


Note al testo:

1 Nel 2014, il 29,2% dei manager italiani aveva conseguito al massimo la licenza media, il 45,8% il diploma e il 25% la laurea; nella media europea le quote sono rispettivamente pari al 9,7%, 34,2% e 55,7%. Eurostat [lfsa_egised].
2 Cfr. Daniele Federici e Francesco Ferrante, Il contributo del capitale umano imprenditoriale alla riqualificazione delle imprese, AlmaLaurea Working Papers, 2014.
3 In Italia i corsi di studio classificati come terziari non universitari (ISCED 5B) sono le accademie artistiche, i conservatori musicali, le scuole superiori per interprete e traduttore e i nuovi istituti tecnici superiori (ITS).
4 È l'ultimo anno per il quale è disponibile questo dettaglio del livello ISCED. Nella media dei paesi EU-28, più un terzo dei giovani si è laureato nel 2012 tra 20 e 24 anni (37%), il 23,3% tra 25 e 29 anni e il restante 17% in altre fasce d'età. In Italia ci si laurea più tardi, dal momento che la quota dei 20-24enni è pari al 31,9% e quella dei 25-29enni al 34,6%.
5 Si utilizzano i dati del 2013 (Eurostat: HATLEVEL) perché dal 2014 cambia la classificazione dei titoli di studio (ISCED 2011) e non si utilizza più la distinzione tra istruzione terziaria universitaria 5 e non universitaria (5B) di ISCED 1997 (l'istruzione terziaria comprende, nella nuova classificazione, i titoli di studio dei livelli da 5 a 8). Nella più recente classificazione non c'è una corrispondenza tra il precedente livello 5B e il nuovo livello "5. Short-cycle tertiary education".
6 Secondo l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR), il mancato raggiungimento nel nostro paese degli obiettivi di Europa 2020 è determinato, innanzitutto, dal fatto che "in Italia l'istruzione terziaria è pressoché interamente concentrata nel segmento classificato ISCED 5a e ISCED 6, ovvero in corsi a prevalente contenuto teorico e in corsi post laurea, mentre è pressoché assente il segmento ISCED 5b, ovvero quello dei corsi a carattere professionale". ANVUR, Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013, 2014, p. 2.
7 La seconda causa del ritardo nella quota di laureati è rappresentata dall'alto il tasso di abbandono e dall'elevata incidenza di studenti con studi irregolari: a 9 anni dalla prima immatricolazione, solo il 55,1% degli studenti ha conseguito il titolo, il 38,3% ha abbandonato e il 6,6% è ancora iscritto. Il tasso di completamento dell'istruzione terziaria universitaria in Germania è pari al 75%. Ivi, pp. 14 e 15.
1) Efficienza energetica; 2) Mobilità sostenibile; 3) Nuove tecnologie della vita; 4) Nuove tecnologie del made in Italy; 5) Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali – Turismo; 6) Tecnologie dell'informazione e della comunicazione.
9. Censis, Osservatorio sugli Its e sulla costituzione di poli tecnico-professionali, 2015: Diplomati ITS: l'82% è soddisfatto dell'esperienza compiuta, il 55% ha trovato lavoro, il 49% lavora in un'azienda che fa parte della rete di relazioni della Fondazione Its e il 43,3% lavora nella stessa azienda in cui è stato effettuato lo stage. Secondo il MIUR, il 64,7% dei 1.214 diplomati nei 68 corsi censiti nel 2014 ha trovato un lavoro.
10 Fonte:
MIUR-Indire
11 Art. 14 (Istituti tecnici superiori) del D.L. 12 settembre 2013 n.104, convertito in legge 8 novembre 2013, n. 128.
12 Anche se negli ultimi anni si osserva una riduzione in Italia del numero dei laureati e dei dottori di ricerca, la percentuale di giovani 30-34enni con il titolo di studio terziario aumenta dal 19,2% del 2008 al 23,9% del 2014, a causa, prevalentemente, della riduzione della popolazione della stessa età (da 4,4 milioni del 2008 a 3,6 milioni del 2014). Fonte: Eurostat [lfsa_pop].


Questo articolo è stato pubblicato sul magazine Strade
, a cui va il nostro ringraziamento per la possibilità di pubblicarlo in versione integrale.


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Carmine granato | 18.06.2015
Sono notizie note da tempo, ma chi dovrebbe provvedere a cambiare le cose non lo fa. Anche perché toccare vecchi privilegi provoca perdita di consensi politici. E intanto la decadenza dell'Italia continua.
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