Riscoprire la cultura del lavoro
Per il mercato del lavoro italiano il 2015 potrebbe davvero essere l’anno di svolta. Grazie alla ripresa economica, le imprese dovrebbero tornare ad assumere. E il Jobs act le incentiverà a offrire occupazione stabile, disciplinata dal nuovo contratto a tutele crescenti. Secondo gli esperti, entro la fine dell’anno questo tipo di contratto sarà adottato per circa la metà delle nuove assunzioni. Non si tratterà solo di un cambiamento di regole: gradualmente si affermerà una nuova logica di rapporti fra imprese, lavoratori e Stato: più simile a quella degli altri Paesi europei, più efficace e inclusiva. È una grande scommessa.
 
Nuova Partita IVA, quali risvolti sul mercato del lavoro?
Il nostro ordinamento prevede una serie di deroghe alla normativa fiscale ordinaria volte a sostenere chi esercita attività di impresa, arti e professioni prestando la propria opera attraverso una Partita IVA. In questo ambito uno dei regimi cui è stato fatto maggiormente ricorso sino alla fine del 2014 è il cosiddetto regime contribuenti minimi, che è stato tuttavia abrogato dalla Legge di Stabilità 2015 e sostituito dal 1° gennaio dal cosiddetto regime forfettario. Luca Maddeo, Dottore Commercialista e Revisore Legale dei Conti, ci spiega quali conseguenze potrebbe determinare questo cambiamento sul mercato del lavoro italiano.
 
Nuovi contratti e protezione universale: ecco i lati buoni del Jobs act
In meno di un anno, il Jobs act è passato dal libro dei desideri alla Gazzetta Ufficiale. Il cammino è stato difficile e turbolento: aver tagliato il traguardo è un indubbio segnale positivo. Verso l’Europa, i mercati finanziari e gli investitori stranieri. Ma soprattutto verso l’interno. Il nostro mercato del lavoro può ora diventare più efficiente e più equo. Come tutti i grandi cambiamenti, il Jobs act ha suscitato incertezza e qualche timore nell’opinione pubblica e dure critiche da parte sindacale. È perciò utile richiamare alcuni elementi di fatto di questa riforma e interrogarsi sui suoi probabili effetti.
 
Dire addio al posto fisso non basta. La flessibilità all’epoca di LinkedIn
Ritornare agli anni del boom, a un’organizzazione industriale centrata sulla figura del capofamiglia maschio che assicurava il reddito a tutta la famiglia, rimaneva nella stessa fabbrica fino alla pensione e maturava il diritto a entrare nel circolo anziani dell’azienda, equivale a sfogliare un vecchio album di famiglia. In questo contesto occorre predisporsi a considerare il lavoro come qualcosa che muta con una velocità incredibile e, di conseguenza, chi si pone il compito di tutelarlo deve tenersi costantemente aggiornato.
 
Aumentare la capacità d’intermediazione dei servizi pubblici per l’impiego
In Italia la capacità dei centri per l’impiego pubblici di trovare lavoro ai disoccupati è insignificante: gli occupati che hanno trovato lavoro attraverso i Cpi rappresentano il 2,6% della platea dei disoccupati registrati. Quali sono le cause di una tale situazione? Quali riforme potrebbero aumentare in modo significativo la capacità dei servizi pubblici d’intermediare la domanda e l’offerta di lavoro e ridurre i tempi di collocamento dei beneficiari dei sussidi di disoccupazione?
 
Il semaforo ideologico
Il Senato ha approvato in Commissione il disegno di legge delega noto come Jobs act. Se il dibattito si è scatenato quasi esclusivamente sull'articolo 18, per chi è interessato alle buone riforme invece la domanda da porre è molto semplice: il Jobs act affronta in modo serio i problemi concreti dell’economia e della società italiana di oggi? E fornisce risposte promettenti?
 
Un fondo UE contro la disoccupazione giovanile
Negli ultimi mesi Peter Hartz, l’ex dirigente della Volkswagen che ispirò le riforme del mercato del lavoro tedesche adottate fra il 2003 e il 2005, ha espresso valutazioni critiche circa il miracolo occupazionale della Germania e si è detto addirittura «indignato» di come l’Unione europea (non) stia reagendo al dramma della disoccupazione giovanile. Ora Hartz sta avanzando una proposta molto interessante per affrontare il problema: l’istituzione di una sorta di servizio «comune» per l’impiego, volto a promuovere la mobilità transfrontaliera dei giovani.
 
Aumentare l’occupazione femminile non basta. Bisogna migliorarne le condizioni
I numeri sono noti: se il paese riuscisse a centrare gli obiettivi di Lisbona con un’occupazione femminile al 60%, il Pil aumenterebbe di 7 punti percentuali. Se ciò è certamente corretto, resta però necessario interrogarsi sulla “qualità” di quell’occupazione femminile che si vuole aumentare. Non basta creare lavoro dunque ma occorre offrire pari opportunità nella scelta dei percorsi lavorativi e uguaglianza nella retribuzione tra uomini e donne, nonché un costante impegno sul fronte culturale nella decostruzione dei ruoli tradizionali di genere.
 
Le buone regole per favorire le assunzioni
Si fa sempre più acceso il dibattito sulla riforma del lavoro, in particolare sull’articolo 18. In attesa di valutazioni circostanziate della riforma Fornero, il governo può però fare molte altre cose in tema di relazioni contrattuali, in primis la semplificazione del codice del lavoro e la sperimentazione di nuove forme di assunzione a tempo indeterminato ispirate alle pratiche virtuose di altri Paesi e rispettose delle norme protettive previste dalla Ue.
 
Sul lavoro non serve promettere la luna
Ora che Matteo Renzi siede nella stanza dei bottoni, il tempo degli annunci a effetto e dei richiami a Obama è definitivamente scaduto. Cosa c'è nel famoso Jobs Act? Che cosa si propone di fare il nuovo governo in tema di lavoro? A questo punto l'opinione pubblica ha il diritto di sapere: di leggere e valutare proposte concrete, con tanto di costi, tempi, obiettivi misurabili. Nell'impaziente attesa, è opportuno fermare qualche paletto sulle cose minime da fare.
 
La dittatura dei mandarini
In attesa di sapere cosa conterrà il famoso Jobs Act, in materia di occupazione imperversano le brutte abitudini: leggine, rinvii, catene interminabili di provvedimenti attuativi. Pochi giorni fa, ad esempio, è entrato in vigore un decreto ministeriale che definisce gli stanziamenti per gli sgravi contributivi «sperimentali» introdotti per il 2010. Più di tre anni fa. Nell’era della globalizzazione i mandarini della burocrazia costruiscono ancora labirinti di norme che ingabbiano lavoratori e imprese.
 
Italia: sei milioni senza lavoro
Pochi giorni fa l’Eurostat ha pubblicato nuovi dati relativi alla situazione occupazionale nei 28 Paesi dell’Unione. In base a queste rilevazioni il tasso di disoccupazione nel nostro Paese supererebbe di un punto abbondante la media UE, e già questo basterebbe per non stare tranquilli, ma i dati che fanno veramente tremare i polsi sono quelli relativi alla fascia di popolazione che, pur desiderando di lavorare, non possiede né è in cerca di un impiego.
 
Il welfare sprecato dalla burocrazia e il lavoro che non c'è
Dal 2008 a oggi risultano oltre due milioni e mezzo i lavoratori in forte difficoltà occupazionale nel nostro Paese. Molte di queste persone (e dunque le loro famiglie) non ricevono alcuna forma di aiuto. Le stime non sono facili, ma si situano nell’ordine di alcune centinaia di migliaia: la copertura dei nostri ammortizzatori sociali è fra le più basse in Europa. Come possiamo uscire da questa emergenza economica e sociale? Nell'immediato si potrebbero realizzare tante piccole cose concrete, ma per cambiare davvero serve una strategia che guardi lontano.
 
Una nuova agenda D
Alti tassi di inattività, bassa fertilità, povertà fra i minori ai massimi della classifica europea: questo circolo vizioso affligge da almeno due decenni il nostro Paese. Si tratta di una vera e propria trappola dalla quale è urgente uscire per imboccare il cammino di una crescita non solo women-friendly, favorevole alle donne, ma anche capace di valorizzare e far leva su competenze e talenti oggi trascurati e discriminati. In Italia, infatti, non è ancora stata vinta la battaglia della persuasione sul Fattore D (il lavoro femminile e il suo potenziale di crescita) nei confronti dell’opinione pubblica e di tutti i policy maker, compresi quelli più distratti e lontani dal tema. Cosa è possibile fare in questo senso?
 
Flessibilità nei contratti, ma garanzia ai giovani
Sappiamo che l’Italia dà il meglio di sé in prossimità di importanti scadenze: Expo 2015 è senz’altro una di queste. Si tratta di un evento che ci esporrà alla ribalta internazionale e che può diventare un vero e proprio volano di crescita. E’ dunque urgente creare le condizioni per sfruttare questa opportunità, soprattutto sul fronte dell’occupazione: la scadenza può essere occasione per affrontare congiuntamente tutte le sfide che contraddistinguono il nostro mercato del lavoro.
 
Lezione tedesca sull'apprendistato
Nella sua intervista al Corriere della Sera Ursula Von Der Leyen, ministro del Lavoro tedesco, ha chiarito la posizione della Germani sul tema dell'occupazione giovanile: la via maestra deve essere l'apprendistato, fiancheggiato da efficaci servizi per l'impiego. Tuttavia, contrariamente ai Paesi germanici e scandinavi, l'Italia non ha una consolidata tradizione formativa e il nostro sistema educativo è debolissimo per quel che riguarda i percorsi misti scuola-azienda. Quali misure occorrerà dunque sviluppare per avvicinarci al modello tedesco?
 

 
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