PRIMO WELFARE / Inclusione sociale
Banlieues d’Italia: ecco dove l’integrazione è più difficile
Goffredo Buccini, Corriere della Sera, 30 marzo 2015
30 marzo 2015

La Fondazione Leone Moressa torna ad analizzare la precarietà sociale nelle città italiane, osservando la marginalizzazione degli stranieri e, di conseguenza, il rischio banlieue. Rischio al quale il nostro paese non è immune, come dimostrano i fatti avvenuti recentemente a Milano e Roma. Mettendo in relazione la condizione socio economica della popolazione straniera con i tassi di criminalità e con la presenza o meno di investimenti pubblici per l’integrazione, lo studio valuta quanto nelle nostre città sia alto il rischio di marginalizzazione e, di conseguenza, di disagio e devianza. Complessivamente sono stati analizzati 9 indicatori, da cui si è ottenuto un indice di “precarietà sociale”, utile a definire una classifica delle città più a rischio.

La classifica delinea picchi di mancata integrazione al centro-nord e nelle cittadine medio piccole. «Il dato strutturale dell’Irpef ovviamente pesa molto, col suo delta tra nord e sud, tremila a Bologna, mille e rotti a Reggio Calabria», premette Mario Abis, partner di Renzo Piano nel gruppo G124 inventato dal grande architetto per «rammendare» le periferie italiane. «L’elemento ovvio è che l’immigrato al Sud si integra non perché sta meglio ma perché i meridionali stanno peggio, è povero fra i poveri. In un’economia marginale lo sfruttamento diventa poi la sua integrazione, come a Castel Volturno, dove gli stranieri sono trattati come schiavi nelle piantagioni razziste» spiega il sociologo Domenico de Masi. Il secondo dato di rilievo è che anche regioni come l’Emilia Romagna, abituate all’integrazione di fronte alla pressione esterna dell’immigrazione, si scoprono più chiuse. Il terzo dato è che le città più “smart”, come Trento e Trieste, hanno molta precarietà sociale.

Il governo sta lavorando a una delibera-cornice per i piani strategici delle nostre dodici città metropolitane: «Se questa precarietà sociale non la inseriamo nei modelli strategici, la vediamo solo quando c’è già. Noi dobbiamo prevedere, prevenire». Come? «La risposta sta nell’ultima colonna della ricerca: con la spesa», sbotta De Masi. «Scuola, educazione, spesa pubblica per l’integrazione», dice Abis. A questo scopo, sarebbero disponibili anche finanziamenti europei, che però bisogna intercettare, per evitare in Italia quanto già accaduto in altre nazioni, dove la mancata integrazione delle minoranze ha generato e sta generando conflitti sociali anche di grande portata.
 

Banlieue d’Italia: ecco dove l’integrazione è più difficile
Goffredo Buccini, Corriere della Sera, 30 marzo 2015

 

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