POVERTÀ E INCLUSIONE /
Come la politica si è accorta dei poveri
Nel suo ultimo libro Cristiano Gori offre una “ricostruzione esplicativa” dell'atteggiamento che la politica italiana ha assunto nell'ultimo decennio per contrastare la povertà.
05 ottobre 2020

Su "La Lettura" del Corriere della Sera, Maurizio Ferrera recensisce l'ultimo libro di Cristiano Gori, docente dell'Università di Trento che da sempre si occupa di politiche sociali, contrasto alla povertà e assistenza agli anziani non autosufficienti. Nel suo libro Gori, che nel 2013 ha dato vita all’Alleanza contro la Povertà in Italia, di cui è stato coordinatore scientifico sino al 2019, offre una “ricostruzione esplicativa” dell'atteggiamento assunto dalla politica italiana contro la povertà negli ultimi anni. Una lettura che offre spunti di riflessione e giudizi sulle policies messe in campo dal Pubblico per affrontare una piaga che in poco più di 10 anni ha quasi triplicato gli indigenti che vivono nel nostro Paese.


Nell’ultimo decennio la povertà ha rotto gli argini
. Fra il 2007 e il 2018 il numero di persone bisognose è passata da 1,8 a 5 milioni. Si è formato un esercito di working poor, di persone relativamente giovani che, pur lavorando, non riescono ad arrivare alla fine del mese. E per la prima volta dagli anni 50 il tasso di povertà minorile ha superato quello degli anziani.

Una piaga di queste proporzioni non poteva restare inosservata. E infatti a partire dal governo Letta è iniziato un tortuoso percorso, sfociato nell’istituzione del Reddito di Inclusione (REI) da parte del governo Gentiloni, nel 2017. Ai poveri è stato riconosciuto un diritto soggettivo ad ottenere un trasferimento in denaro e a ricevere servizi. Insieme alla riforma degli ammortizzatori sociali introdotta dal governo Renzi, il REI ha riempito un vuoto che rendeva il welfare italiano privo di una rete di sicurezza. Nel 2019, in fretta e furia, il governo Lega e Movimento Cinque Stelle ha però rimpiazzato il REI con il Reddito di Cittadinanza (RdC) cambiando le regole e rompendo inspiegabilmente con il percorso sin li seguito.
Come si è arrivati allo spartiacque del REI? Il nesso fra la pressione dei problemi e le decisioni politiche non è mai automatico. Quali attori e quali idee hanno fatto da intermediari tra la forte impennata della povertà e la risposta del governo? E perché il cambio di rotta della coalizione giallo-verde?

È a queste domande che risponde il libro di Cristiano Gori (Combattere la povertà, Laterza). Non si tratta di una cronaca degli avvenimenti né di una analisi puntuale delle varie misure e dei loro effetti. È piuttosto (il lettore perdoni il linguaggio un po’ tecnico) la “ricostruzione esplicativa” della politica italiana contro la povertà nell’ultimo decennio, effettuata da un protagonista diretto di quella stagione. Gori non è infatti soltanto un apprezzato studioso di welfare, è stato il principale architetto delle riforme, in particolare del REI. Ha partecipato attivamente sia alla loro progettazione sia alla loro presa in carico da parte dei decisori politici. Entrambi questi ruoli sono stati svolti in seno all’Alleanza contro la Povertà, che Gori stesso ha “inventato” e di cui è stato coordinatore scientifico fino al 2019.

Nata su iniziativa di Caritas e Acli, l’Alleanza si è costituita nel 2013 con un accordo sottoscritto da 15 associazioni (fra cui CGIL, CISL e UIL) che sono diventate 39 nel 2019. Questo soggetto è riuscito ad affermarsi come interlocutore privilegiato dei vari governi, inaugurando una nuova modalità di policy making, basata sulla vera e propria co-produzione delle riforme. Gli esperti dell’Alleanza hanno messo a disposizione conoscenze tecniche; le associazioni promotrici hanno mobilitato i propri network nel sociale, attivando il necessario sostegno politico. Un’esperienza davvero innovativa anche sul piano europeo, la quale dimostra che i corpi intermedi non necessariamente promuovono istanze corporative.

Come Gori non manca di sottolineare, fornendo una proposta “chiavi in mano”, l’Alleanza contro la Povertà ha però svolto un ruolo di supplenza rispetto alle strutture ministeriali. In questo caso è andata bene così. Ma un grande Paese europeo non può permettersi di governare senza capacità progettuali e cabine di regia per la formazione e la valutazione delle politiche pubbliche. Dice l’autore: “relazionandosi con la Presidenza del Consiglio si aveva l’impressione di avere a che fare con due mondi separati. Da una parte, i suoi oltre 4 mila dipendenti. Dall’altra, un ristretto numero (variabile nel tempo ma sempre più vicino alle dita di una mano che di due) di tecnici, sovraccarichi di lavoro… legittimati esclusivamente dalla copertura politica del premier di turno e con il sostegno di qualche funzionario di buona volontà”. Come da tempo osserva Sabino Cassese, l’insufficiente "qualità istituzionale degli apparati" resta una delle principali cause dell’arretratezza italiana. Non è solo questione di scarse competenze, non all’altezza delle responsabilità, ma anche di assoluta supremazia che le conoscenze in materia di diritto e di legislazione esercitano su quelle concernenti il merito delle policies.

L’arrivo del governo giallo-verde ha aperto una nuova fase. Il collegamento con l’Allenza è stato improvvisamente reciso. Gori dedica a questo passaggio politico una parte importante del suo libro. Per i Cinque Stelle la lotta alla povertà era stata un cavallo di battaglia sin dall’inizio. Ci si poteva certo aspettare qualche cambiamento, magari un nuovo nome per il REI, in modo da intestarsi i successi della misura. Invece i Cinque Stelle sono praticamente ripartiti da zero, sprecando tutta l’esperienza maturata. L’incremento delle risorse avrebbe potuto estendere il raggio di copertura del REI, consentendogli di raggiungere tutti i nuclei bisognosi. Il RdC intercetta invece soltanto la metà delle famiglie in povertà assoluta, e i beneficiari che hanno occupazione grazie ai navigator sono meno del 10% (ad essere generosi) di quei beneficiari – circa un milione – “inseribili” nel mercato del lavoro.

Gori spiega bene come la riforma dei Cinque Stelle sia stata un esempio emblematico di policy making populista. Il Movimento si era sempre identificato come difensore del popolo contro le élite corrotte. Quando sono arrivati al governo, i pentastellati hanno rifiutato ogni confronto con i supposti esponenti della casta e ogni interlocutore della società civile (come l’Alleanza), in nome di una sedicente superiorità morale e del pregiudizio secondo cui “il vero nemico del popolo è tutto ciò che sta nel mezzo” fra popolo e leader. Perciò il provvedimento sul RdC è stato elaborato da una cerchia ristretta e presentato in Parlamento come decreto d’urgenza. In realtà, guardando il calendario, si capisce che la fretta era dovuta all’imminenza delle elezioni europee: si voleva raggiungere il maggior numero di persone nel minor tempo possibile.

Gori dà a Cesare quel che è di Cesare: riconosce la “passione” dei Cinque Stelle e il loro successo nell’incrementare le risorse. Ne critica però la diffidenza verso la ragione tecnica e il pragmatismo, necessari per governare in maniera efficace. In realtà, il Movimento è stato sin troppo scaltro – aggiungo io – nell’uso di un’altra ragione, quella della massimizzazione del consenso, costi quello che costi. Il policy making populista ha resuscitato la pratica infausta del clientelismo assistenziale di massa, che aveva imperato nella prima Repubblica, coi risultati che sappiamo in termini di inefficacia e di debito.

Nell’Appendice, Gori ripercorre le tappe della crisi Covid e delle misure emergenziali introdotte dal governo Conte II. Al RdC è stata affiancato un nuovo tassello per colmare i buchi verso il basso: il Reddito di emergenza (REM). L’idea ara buona, ma è stata disegnata e realizzata male. Nei mesi tragici della pandemia c’è stata la tirannia del tempo: la prova del nove avverrà nei prossimi mesi, quando si potrà e dovrà avviare un riordino complessivo. L’Alleanza contro la Povertà ha passato la staffetta ad un altro soggetto, formato da una coalizione (che include lo stesso Gori) tra Il Forum Diversità e Diseguaglianze e l’Associazione per lo sviluppo sostenibile. I Cinque Stelle sono ancora al governo. C’è da augurarsi che abbiano mantenuto la passione, ma anche rivalutato i meriti della ragione tecnica. La quale non è “nemica del popolo”, ma crede che i peggiori nemici dei cittadini, quando si governa, siano la faciloneria e l’improvvisazione.

 

Questo articolo è stato pubblicato su "La Lettura" del Corriere della Sera del 20 settembre 2020 col titolo "Emergenza povertà: la retromarcia populista"; è qui riprodotto previo consenso dell'autore.

 

 


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