IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA /
L'esperienza del Canton Ticino nella formazione e nell'inclusione lavorativa dei rifugiati
In Svizzera uno dei punti di forza del percorso di integrazione di rifugiati e ammessi provvisoriamente è rappresentato da due progetti pilota finanziati a livello confederale. Ecco come funzionano.
08 gennaio 2020

Continuano i nostri approfondimenti sul sistema di accoglienza in Sivizzera e Canton Ticino; qui e qui potete leggere i primi due articoli pubblicati su questo argomento nell'ambito del progetto MINPLUSIn Svizzera e in Cantone Ticino uno dei punti di forza del percorso di integrazione di rifugiati e ammessi provvisoriamente è rappresentato da due progetti pilota finanziati a livello confederale dalla Segreteria di Stato per la Migrazione: i “Pre-tirocini di integrazione” e l'“Apprendimento precoce della Lingua”. Luca Bergamasco e Paolo Moroni ne hanno parlato con Furio Bednarz, Capo dell’Ufficio della Formazione Continua e dell’Innovazione della Divisione della Formazione Professionale del Cantone Ticino, e Roberta Cecchi, coordinatrice della sperimentazione del progetto Pre-tirocini di integrazione. 

Due progetti pilota per favorire l’integrazione

Con l’entrata in vigore della Legge sugli stranieri e l’integrazione (LStrl), il 1° gennaio 2019, viene distribuito, a coloro che si trovano in Svizzera in qualità di rifugiati riconosciuti o ammessi provvisoriamente, un opuscolo in diverse lingue che esordisce con le seguenti parole:

Benvenuti in Svizzera! Avete ottenuto asilo politico in Svizzera oppure siete stati ammessi provvisoriamente. Il vostro statuto è soggetto a norme speciali. Questo opuscolo contiene tutte le informazioni in merito. Dal momento che vivrete per molto tempo in Svizzera, siete tenuti a orientarvi e integrarvi il più rapidamente possibile in questo Paese. Ciò significa anche informarsi circa i propri diritti e doveri e impegnarsi a cercare lavoro e a seguire una formazione.

In Svizzera e in Cantone Ticino uno dei punti di forza del percorso di integrazione di rifugiati e ammessi provvisoriamente è rappresentato da due progetti pilota finanziati a livello confederale dalla Segreteria di Stato per la Migrazione: i “Pre-tirocini di integrazione” e “Apprendimento precoce della Lingua”.

Luca Bergamasco e Paolo Moroni ne hanno parlato con Furio Bednarz, Capo dell’Ufficio della Formazione Continua e dell’Innovazione della Divisione della Formazione Professionale del Cantone Ticino, e Roberta Cecchi, coordinatrice della sperimentazione del progetto Pretirocini d’integrazione. Il progetto “Apprendimento precoce della lingua” è invece gestito dalla Croce Rossa Svizzera su mandato del DSS (Dipartimento Sanità e socialità).


Il mercato del lavoro svizzero e il referendum del 2014

Furio Bednarz, partendo dall’analisi dei dati riferiti all’inserimento nel mondo del lavoro dei rifugiati a 10 anni dal loro ingresso sul territorio svizzero, spiega come la Confederazione sia arrivata a destinare un investimento di circa 54 milioni di franchi a iniziative per l’integrazione socio-lavorativa di rifugiati e ammessi provvisoriamente, infatti:

Il dato più preoccupante era quello riferito al tasso di occupazione che nel 2014 non arrivava al 30% del totale, questo stato di cose aveva come esito la cronicizzazione dell’aiuto sociale rivolto a queste persone e il fatto che si trovassero a soggiornare in Svizzera senza essere inseriti nel tessuto socio-economico, con le conseguenze di disadattamento sociale e i pericoli di caduta in circuiti di illegalità o addirittura di radicalizzazione che la mancata integrazione poteva comportare. 

Bednarz prosegue così:

Un’altra considerazione, alla base delle scelte che hanno portato all’attivazione di questi progetti di inclusione, era riferita al mercato del lavoro svizzero, che date le sue caratteristiche intrinseche, rivestiva una scarsa ricettività per figure non qualificate e con scarsa specializzazione. Questa peculiarità aveva spinto i rifugiati e gli ammessi provvisori verso posizioni precarie, innescando una spirale di assistenza senza via di uscita. Infatti, in un sistema di welfare come quello svizzero in cui sono garantiti livelli minimi vitali anche ai residenti con diritti incompleti come i profughi, la dipendenza dall’aiuto pubblico era diventata una regola. La situazione era aggravata dal fatto che oltre il 70% di queste persone si trovavano in età lavorativa e dunque potenzialmente impiegabili.

Il responsabile dell’Ufficio della Formazione Continua conclude:

A spingere il governo svizzero verso percorsi di qualificazione professionale dei rifugiati sono stati anche gli esiti del referendum del 2014 sulla rinegoziazione degli accordi di libera circolazione delle persone con l’UE.

Dai primi anni Duemila importanti contingenti di lavoratori specializzati e tecnici provenienti dai paesi confinanti in particolare da Germania, Francia e Italia avevano sostenuto una situazione congiunturale con alti tassi di sviluppo che vedeva la Svizzera in controtendenza con il resto dell’Europa. In seguito agli esiti del referendum, il governo decise di fare fronte al mancato contributo di manodopera straniera, sviluppando i potenziali interni al paese e investendo sulla loro qualificazione. Tra i soggetti considerati, oltre ai lavoratori autoctoni con basso livello di qualificazione, le donne, gli ultracinquantenni, erano stati presi in considerazione anche i rifugiati e gli ammessi provvisoriamente.

Si immaginò dunque di finanziare in modo consistente percorsi di qualificazione di quest’ultima categoria, passando da una cifra forfettaria di circa 6.000 franchi che la SEM versava ai Cantoni a 18.000 franchi una tantum. Furono dunque progettati, in esito alla definizione della cosiddetta “Agenda integrazione”, percorsi che prevedessero un intervento pubblico che arrivasse a garantire ai rifugiati il sostegno dello Stato per un periodo massimo di sette anni, a partire dal loro arrivo in Svizzera.


Apprendimento precoce della lingua e pre-tirocini di integrazione

Sono stati dunque attivati i due progetti pilota con l’obiettivo di fornire una qualifica di base che permettesse l’ingresso nel mondo del lavoro di rifugiati e ammessi provvisori con un minimo di qualificazione. Nel primo, denominato “Apprendimento precoce della lingua italiana” affidato alla Croce Rossa, vengono inseriti richiedenti asilo e ammessi provvisori durante la permanenza nei Centri di accoglienza della CRSS.

Si tratta di corsi intensivi di lingua italiana della durata media di un anno che mirano a fornire competenze linguistiche di base. Vengono realizzati con metodologie innovative e permettono al rifugiato di approcciarsi senza difficoltà alla seconda fase del progetto, il “Pre-tirocinio di integrazione”. Furio Bednarz spiega che quest’ultimo progetto, gestito direttamente dall’Ufficio della Formazione Continua e dell’Innovazione, prevede una durata annuale e si svolge in parallelo al calendario scolastico. Si tratta infatti di una prima sperimentazione del percorso di alternanza previsto dalla Divisione della Formazione professionale e si articola attraverso un’esperienza lavorativa per alcuni giorni alla settimana affiancata alla frequenza scolastica. Il successivo periodo da realizzarsi attraverso un apprendistato vero e proprio avrà la durata di tre anni. Al termine dei cinque anni si presuppone che la persona raggiunga gli obiettivi previsti dall’Agenda e che possa essere integrato nella società svizzera.

I pretirocini di integrazione rappresentano una delle iniziative più interessanti di questo progetto. Il responsabile dell’Ufficio cantonale della Formazione Continua chiarisce che:

I rifugiati, benché volessero emanciparsi attraverso un lavoro, erano impossibilitati a farlo concretamente in quanto privi delle due caratteristiche indispensabili per affrontare il mercato del lavoro: le competenze linguistiche e una qualificazione professionale.

Bisogna tenere presente che il progetto si rivolge in via prioritaria a persone tra i 18 e i 30 anni, e che il sistema svizzero prevede che l’acceso al mondo del lavoro da parte dei giovani sia mediato da un percorso di tirocinio ovvero un periodo di apprendistato di durata variabile a seconda della qualifica da raggiungere. Le precondizioni che permettono di stipulare un contratto di tirocinio, che alterna attività lavorativa e scolastica, sono quelle riferite alla comprensione della lingua, una cultura di base concernente le regole di cittadinanza oltre che a minime conoscenze scolastiche di base. Competenze, queste ultime, che spesso i giovani rifugiati non possedevano.

Un percorso d’integrazione pluriennale

L’ ipotesi di un percorso di integrazione della durata di cinque anni è considerata comunque la più ottimistica. Infatti l’Agenda tiene conto delle eventuali difficoltà che potrebbero insorgere, ad esempio in considerazione del retroterra culturale delle persone che seguono il percorso, e definisce un orizzonte temporale massimo di sette anni.

In riferimento ad una delle criticità a cui è andato incontro il progetto in questa prima fase, Bednarz rivela che quest’ultima:

È legata all’utilizzo di metodologie tradizionali nella fase preliminare di orientamento professionale, infatti si utilizza un triage orientativo studiato per l’utenza autoctona che si dimostra inadeguato e che dà origine ad un bilancio di competenze illusorio. Inoltre, i colloqui orientativi avvengono in genere in un momento in cui la persona non ha ancora acquisito competenze linguistiche sufficienti e spesso non tengono conto del differente approccio al lavoro nelle culture di origine e alla difficoltà, da parte dell’utente, di far emergere propensioni e desideri, se non all’occultamento degli stessi. Un orientamento che porti a indirizzare queste persone verso percorsi professionali che risultano inadeguati determina difficoltà di tenuta e perfino defezioni.

Il secondo nodo critico è rappresentato dalla difficoltà di far comprendere alle persone l’utilità e la necessità di alternare il momento del lavoro con quello dell’apprendimento scolastico:

Il giovane straniero arriva spesso in Svizzera con l’obiettivo di acquisire una posizione lavorativa e con l’inserimento in azienda già durante il pretirocinio ritiene di avere raggiunto il suo scopo, non comprendendo la necessità dell’accostamento tra lavoro e lezioni teoriche. Questo problema è stato in parte superato utilizzando un approccio peer to peer, in particolare attraverso le testimonianze di giovani che attraverso la qualificazione professionale abbiano raggiunto una posizione nella società ospite.
 

Laboratori specializzati e alternanza scuola-lavoro

Abbiamo poi parlato con Roberta Cecchi che per conto dell’Ufficio della Formazione Continua e dell’Innovazione coordina le fasi operative del progetto “Pre-tirocinio di integrazione”. La coordinatrice ci dice che la partecipazione al percorso di pre-tirocinio, rivolto a ragazze e i ragazzi dai 18 ai 30 anni, prevede nella prima parte dell’anno, in genere fino al mese di gennaio, due giorni settimanali di frequenza scolastica presso un Centro di Formazione professionale, mentre per i rimanenti tre giorni, ha luogo l’inserimento presso il laboratorio di un Organizzazione del Mondo del Lavoro (OML) dove viene simulata un’esperienza professionale.

Si tratta di laboratori specializzati messi a disposizione dalle organizzazioni datoriali che si occupano della formazione degli apprendisti di un determinato settore. Le OML in Ticino dispongono di un’offerta molto vasta di laboratori che coprono quasi tutti i settori produttivi e dei servizi.

Dopo questo primo periodo di sperimentazione in un contesto protetto, durante il quale i giovani hanno la possibilità di conoscere meglio la professione scelta e le dinamiche del mondo del lavoro, l’esperienza continua nella seconda parte dell’anno, per cinque o sei mesi presso una delle aziende formative del territorio:

Questo periodo di prova è utile sia ai giovani che all’azienda che è in grado di valutare le possibilità di una continuazione dell’esperienza negli anni successivi attraverso un vero contratto di apprendistato.

A questo proposito è necessario ricordare che la cultura dell’alternanza tra scuola e lavoro è una realtà consolidata nel sistema di istruzione e formazione svizzero e affonda le sue radici nel passato. Infatti dopo la scuola dell’obbligo due giovani su tre scelgono di intraprendere una formazione professionale di base che per la maggior parte si svolge in modalità duale e si conclude con il conseguimento di un attestato federale di capacità (AFC) o un certificato federale di formazione pratica (CFP). 

L’esperienza in alternanza ha notevoli vantaggi anche in riferimento alla formazione dei rifugiati, un’esperienza esclusivamente “scolastica” potrebbe essere infatti difficilmente accettabile da parte di soggetti adulti che da tempo abbiano abbandonato gli studi; nello stesso tempo una formazione di tipo laboratoriale facilita non solo l’apprendimento di competenze tecniche, ma favorisce anche lo sviluppo di conoscenze linguistiche apprese on the job e riferite al settore professionale di riferimento.

Bisogna comunque sottolineare che non tutti i giovani che frequentano la prima parte del percorso annuale di pretirocinio sono poi in grado di accedere alla sperimentazione pratica presso un’azienda formativa, e tanto meno risultano in grado di affrontare, l’anno successivo, un contatto di apprendistato.
 

Il rapporto con le imprese

Per quanto riguarda le qualificazioni che offre il sistema formativo ticinese, l’Ufficio della Formazione Continua ha definito accordi con OML nei settori della meccanica di produzione e metal costruzione, della logistica, della ristorazione, del settore sanitario e dell’agricoltura. Roberta Cecchi sottolinea che:

La ricerca di aziende disponibili a partecipare al progetto non è stata semplice, ma comunque favorita da una cultura dell’alternanza ben radicata all’interno del mondo produttivo ticinese. Si è invece dimostrato più impegnativo il lavoro di raccordo e coordinamento tra i vari attori in gioco nella sperimentazione, dunque le OML, le aziende ospiti e i formatori aziendali, i Centri di Formazione, le Organizzazioni che si occupano a vari livelli dell’accoglienza e della gestione dei rifugiati e ammessi provvisoriamente, come la CRSS e Soccorso Operaio Svizzero.

Ma Roberta Cecchi si dice certa che con il secondo anno della fase sperimentale il coordinamento, tra tutti gli attori in gioco, godrà di maggiore organizzazione.

Le criticità maggiori, in riferimento ai settori individuati per la sperimentazione, sono state quelle riferite all’agricoltura e sono principalmente legate a due ordini di fattori. Il primo dovuto alla stagionalità del lavoro che impedisce alle aziende, in genere formate da un titolare e qualche dipendenti, di seguire adeguatamente i pretirocinanti nei periodi di punta del lavoro, il secondo per la scarsa attrattività che il lavoro in agricoltura ha tra rifugiati, che spesso provengono da aree dove le coltivazioni sono di sussistenza e il lavoro agricolo poco gratificante.

Comunque, nonostante le difficoltà connaturate ad un progetto sperimentale di questa complessità, il percorso si è rivelato un successo, se si pensa che tra le 40 persone ammesse nel 2018/2019 ben 36 lo hanno portato a termine. Sono state inoltre molto positive le esperienze riferite agli altri settori professionali: ristorazione, sanitario, logistica e meccanica di produzione, che hanno portato all’inserimento in apprendistato di un buon numero di ragazze e ragazzi. Una delle innovazioni che ha permesso di raggiungere questi risultati è stata sicuramente quella riferita all’introduzione di un coach, ovvero di una persona di riferimento, anello di congiunzione tra i ragazzi, i datori di lavoro e gli altri attori a vario titolo coinvolti nel progetto.

I pre-tirocini di integrazione saranno finanziati dalla Segreteria di Stato per le Migrazioni fino al 2022 come progetto pilota e secondo la nostra interlocutrice, nonostante le importanti sfide.

I pre-tirocini rappresentano un tentativo riuscito di innescare un circolo virtuoso che sostenga rifugiati e ammessi provvisori nel faticoso percorso verso il recupero della fiducia in sé stessi e nelle loro potenzialità; sono inoltre la dimostrazione tangibile che grazie allo sforzo collettivo di tutti i soggetti coinvolti esiste la concreta possibilità di inserire queste persone, con dignità pari a quella dei cittadini autoctoni e a pieno titolo, nel paese dove hanno scelto di vivere.

 


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