IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA /
Come abbiamo imparato ad accogliere: l'esperienza del Canavese
Il territorio offre un esempio delle buone pratiche da cui prendere spunto per ripensare le politiche sull'accoglienza
09 ottobre 2019

Non sappiamo ancora se con la nuova stagione politica che si è aperta durante l’estate, ci sarà occasione per rivedere drasticamente le politiche dell’accoglienza del Governo Conte I, se così sarà bisognerà ripartire dalle buone pratiche sperimentate a livello locale. In questo senso quanto accaduto negli ultimi anni nel Canavese, soprattutto grazie al Consorzio dei servizi socio-assistenziali IN.RE.TE che ha avuto un ruolo di primo piano per la gestione dell'accoglienza straordinaria dei migranti, potrebbe tornare molto utile. 


L'accoglienza dei richiedenti asilo negli ultimi anni

Cos’è successo prima del Decreto Sicurezza, dei tagli alla prima accoglienza e prima ancora della diminuzione degli sbarchi seguiti agli accordi con la Libia? Cos’è successo negli anni della cosiddetta “emergenza”? Riavvolgiamo il nastro.

Dalle coste del Sud i migranti, passando per i centri di identificazione e hub regionali, sono stati indirizzati nei vari territori del nostro Paese. L’aumento degli sbarchi è avvenuto nel 2014 e il picco si è verificato nel 2016 con 181 mila persone giunte sulle nostre coste. Ciò significa che in quegli anni le persone giunte per mare (ma non solo) si sono riversate nel nostro sistema di prima accoglienza e in parte nella seconda accoglienza. Per certi si può dire che negli ultimi anni il sistema di accoglienza italiano stava andando definendosi, inizialmente questo sistema ha assunto i tratti della straordinarietà e della risposta emergenziale, poi è andato strutturandosi e consolidandosi pur con differenze importanti tra i vari territori e infine ed è stato di recente oggetto di una revisione importante.

Come abbiamo già scritto in altri articoli del nostro Focus, è il sistema dei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), istituiti nel 2015, che ha assorbito negli anni recenti la maggioranza delle presenze inserite nel sistema di accoglienza. Lo SPRAR invece (oggi diventato SIPROIMI) gestito dagli enti locali che aderiscono al sistema volontariamente, pur avendo costituito un modello di accoglienza integrata, ha riguardato una quota ridotta di migranti.

A livello locale le prefetture hanno assunto un ruolo di primo piano nella gestione dell’accoglienza straordinaria indirizzando le persone verso i vari centri. Ed è così i migranti giunti in Italia, provenienti in gran parte dall’Africa subsahariana e dall’Asia e per lo più giovani uomini, sono stati inseriti nella filiera dell’accoglienza e tra gli altri territori sono giunti anche nel Canavese.


Un'accoglienza Straordinaria

La storia che si rischia di cancellare riguarda appunto come - grazie alla mobilitazione di comuni, servizi sociali, società civile e prefetture - si sia riuscita a trasformare l’emergenza in buone pratiche, i CAS da grandi contenitori in forme di accoglienza diffusa e progetti di inclusione. È questa l’esperienza del Consorzio IN.RE.TE: il consorzio dei servizi sociali nato nel 2000 per decisione di 57 Comuni del Canavese che hanno così consolidato una gestione associata dei servizi in un territorio vasto ed eterogeneo caratterizzato dalla presenza di zone di pianura, collinari e comunità montane.

Il Canavese è stato storicamente luogo di accoglienza. I primi CAS sorti sul territorio sono stati centri di medie dimensioni gestiti da più organizzazioni: alcune già attive nel Canavese, altre non radicate sul territorio, con competenze e sensibilità differenti rispetto al tema dell’accoglienza e dell’inclusione.

Quando l’accoglienza si traduce nella concentrazione di persone di varia provenienza in medio grandi strutture, senza un’adeguata conoscenza da parte della popolazione locale e senza un diretto coinvolgimento nella gestione dell’accoglienza degli enti locali emergono diverse criticità: ad esempio un alto livello di conflittualità interna alle strutture, la preoccupazione e sospetto da parte della popolazione locale.

Di fronte a questa situazione, l’iniziativa da un lato dei rappresentanti politici dei Comuni in sinergia con il Consorzio IN.RE.TE, dall’altro l’attenzione ai territori della Prefettura di Torino, ha portato alla sottoscrizione di un Protocollo d’Intesa tra quest’ultima e il Consorzio IN.RE.TE e alla pubblicazione del bando per la gestione dell’accoglienza nel Luglio 2017. A questo bando hanno partecipato alcune organizzazioni coinvolte nella gestione dei CAS già presenti sul territorio ma altre si sono autoescluse, troppo distanti forse dai nuovi standard di accoglienza stabiliti dal bando.

Si è scelto, ispirandosi anche all’esperienza della micro-accoglienza diffusa della Val Susa, che la nuova accoglienza dovesse avere queste caratteristiche: un numero massimo di ospiti per struttura (6 ospiti per alloggi, 30 ospiti per strutture comunitarie), una distribuzione sul territorio in proporzione al numero di residenti, l’investimento in percorsi di inclusione per un’accoglienza che riuscisse ad andare ben oltre alla mera distribuzione di vitto e alloggio, ma si ponesse l’obiettivo di accompagnare le persone all’autonomia.

Ed è così che è nata la più ampia esperienza di accoglienza diffusa nella Città Metropolitana di Torino in cui l’ente pubblico ha un ruolo di regia e controllo, mentre 7 organizzazioni del terzo settore sono coinvolte in qualità di soggetti gestori. Oggi i comuni interessati sono 16, i posti autorizzati sono 330, in incremento rispetto al momento dell’avvio (quando i comuni interessati erano 10 e i posti 282). I migranti attualmente sono ospitati presso 3 strutture e 48 alloggi (non più di un alloggio per condominio se non autorizzati dall’assemblea condominiale).

Ci sono poi altri numeri che parlano della realtà dell’accoglienza straordinaria nel Canavese: intorno alle 250 persone hanno frequentato corsi di italiano svolti all’interno dei CAS e all’incirca lo stesso numero di persone si è iscritto ai CPIA del territorio per la frequenza dei corsi di italiano; sono 8 i corsi di formazione professionale (dal corso di informatica all’addetto alla manutenzione delle aree verdi) che hanno visto l’iscrizione di persone ospitate nei centri, 110 i tirocini attivati per lo più nell’agricoltura e nell’allevamento 49 i contratti di lavoro.


L’esperienza dei CAS nel Canavese è la storia di un processo di apprendimento

Alla prima fase di avvio del progetto con la definizione del protocollo, il bando e la valutazione delle candidature, è seguita una seconda fase di consolidamento delle attività di monitoraggio: con la costituzione di un tavolo tecnico che ha visto la la partecipazione degli enti gestori, del Consorzio, degli enti del territorio e il coinvolgimento della società civile. Parallelamente si è costituito un tavolo di rappresentanza politica, composto da amministratori locali, con finalità di monitoraggio complessivo del sistema di accoglienza territoriale e quale luogo di confronto in merito alle scelte da compiere nel rispetto degli impegni assunti con la sottoscrizione del Protocollo.  La terza fase è invece consistita nel trasferimento degli ospiti dai CAS al nuovo sistema di accoglienza diffusa gestito dal Consorzio. Oggi l’accoglienza straordinaria nel Canavese è gestita interamente dal Consorzio IN.RE.TE.

Si è trattato dunque di trasformare in modo netto il sistema nel quale i migranti erano già inseriti, cambiando le regole e l’approccio. Il monitoraggio è stato fatto in modo minuzioso: 84 tra sopralluoghi e visite nelle strutture, 28 schede di monitoraggio distribuite agli enti gestori, una raccolta dei dati quadrimestrale, e colloqui periodici di restituzione del monitoraggio con i referenti dei 7 enti gestori. L’accompagnamento da parte del Consorzio è consistito anche in un’opera di informazione sui servizi presenti sul territorio e su aspetti tecnici relativi ad esempio alle ASL o all’attivazione dei tirocini.

Questo nuovo sistema ha favorito la crescita degli enti gestori che hanno avuto evidenza del fatto che un’accoglienza di qualità ha ricadute positive nel rapporto tra operatori e ospiti e con la società circostante, e hanno sviluppato un approccio al tema dell’accoglienza che è anche responsabilità civile e presidio di un diritto. L’operatrice dell’equipe di monitoraggio, Jessica Ariano (Cooperativa O.R.S.O.), fa notare come esempio di azione mirata all’inclusione che:

Mentre all’inizio le offerte di percorsi di tirocinio, erano limitate e promosse prevalentemente con risorse dell’ente ospitante, nel tempo  gli enti gestori hanno implementato e sostenuto con proprie risorse tale attività, al fine di ampliare le possibilità di inclusione lavorativa degli ospiti accolti nelle proprie strutture, in continuità con i percorsi formativi e autonomizzanti proposti nel corso dell’accoglienza. Tale risultato evidenzia il cammino virtuoso prodotto nel tempo dal confronto costante tra i diversi enti gestori e lo scambio di buone prassi e di apprendimento delle possibili strategie di sostegno ai beneficiari”.

 

L'accoglienza che rende il territorio protagonista

Lavorare in modo trasparente di fronte all’attore pubblico e alla società civile favorisce infatti la qualità dell’accoglienza come sottolinea Maria Grazia Binda, Responsabile dell’Area Inclusione e Reti territoriali del Consorzio IN.RE.TE:

Il fatto di essere in una dimensione di confronto e di evidenza in cui la società civile vede cosa si fa stimola anche i soggetti del terzo settore e i privati coinvolti nella gestione a investire di più nella qualità, c’è un vantaggio sia per i destinatari che per la società civile, da cui gli enti gestori ricevono un feedback diverso, non sei chiuso in un castello che nessuno vede, il soggetto pubblico ti supervisiona, ti accompagna e ti sostiene, molti hanno scoperto che i risultati sono migliori rispetto al modello precedente e tutti hanno raggiunto una consapevolezza del loro lavoro e operato anche in termini di tutela di un diritto, anche chi è nato  occasionalmente, ha maturato un senso di responsabilità civile rispetto al tema”.

Nel caso canavesano, va ricordato che gli enti gestori non si sono presentati al bando come ATS, ma hanno lavorato separatamente con beneficiari diversi. ll Consorzio ha pertanto svolto un ruolo di coordinamento puntuale e continuativo tra i diversi enti gestori, che ha generato una collaborazione proficua ed uno scambio di esperienze e buone prassi nonché la capacità di riconoscersi in modo corale nell’organizzazione di un importante evento  in occasione della Giornata del Rifugiato del 21 Giugno 2019. all’insegna della testimonianza e dello scambio delle attività laboratoriali condotte dai singoli soggetti gestori.

È interessante inoltre notare come il coinvolgimento dei territori nella gestione dell’accoglienza straordinaria sembra aver spinto alcuni Comuni a chiedere l’adesione al programma SPRAR (oggi SIPROIMI), il sistema di accoglienza secondaria. È a livello locale che i due sistemi ufficialmente separati e disconnessi (accoglienza straordinaria e seconda accoglienza) si sono contaminati in modo virtuoso. La gestione dei CAS ha - come abbiamo visto - ricalcato le caratteristiche dello SPRAR, e lo SPRAR ha visto crescere le adesioni perché gli enti locali imparavano dall’esperienza dei CAS gestiti con il loro intervento che un’accoglienza di qualità può avere ricadute positive sul territorio anziché costituire un problema: si pensi ad esempio ai comuni meno popolati e interessati da fenomeni di emigrazione delle nuove generazioni.


Quale futuro per l'accoglienza?

I CAS in particolare sono colpiti duramente dai tagli (come già scritto in questo articolo), inoltre l’aumento dei dinieghi, la cancellazione del permesso per protezione umanitaria, l’esclusione dal SIPROIMI di alcune categorie, sono tutti elementi che contribuiscono a rendere più cupi gli scenari futuri, se queste politiche non verranno riviste.

Senza risorse adeguate e senza più l’obiettivo di cominciare fino dalla prima accoglienza un percorso di integrazione per chi ha fatto domanda di asilo nel nostro Paese, il Consorzio IN.RE.TE non è più disposto a gestire l’accoglienza straordinaria. Le parole di Mariagrazia Binda, intervistata prima dei recenti cambiamenti dello scenario politico, chiariscono questo punto:

Siamo in un tempo di sospensione, siamo in attesa di avere indicazioni dalla Prefettura, il protocollo è stato infatti rinnovato a dicembre del 2018 e prorogato fino al dicembre del 2019, è stato dunque prorogato l’affidamento agli enti gestori alle stesse condizioni, però tutti sappiamo che la situazione si modificherà, in questa situazione alle nuove condizioni il Consorzio non sarà disponibile a rinnovare il protocollo perché l’accoglienza straordinaria non sarà più finalizzata all’inclusione ma alla mera sussistenza, e  si prospetta uno scenario che farà arretrare il percorso virtuoso costruito nel tempo con probabili rischi di conflittualità, questa è una posizione già oggetto di riflessione e condivisione anche con l’assemblea consortile  abbiamo coltivato e curato l’accoglienza come una bella pianta nel corso del 2017 e del 2018 e poi è arrivata la tempesta

In questo territorio, come in altre parti di Italia, i nuovi bandi per l’accoglienza straordinaria rappresentano il rischio di un ritorno al passato ovvero all’accoglienza come mero business. I potenziali gestori si troveranno di fronte a un dilemma: cogliere l’occasione economica ma svilire il percorso di qualità intrapreso? Lasciare spazio a soggetti diversi più disposti a fare economie di scala e a limitarsi a offrire vitto e alloggio? Disertare i bandi come sta avvenendo in diverse parti di Italia? La speranza è che presto si verifichi una revisione delle politiche sulle migrazioni del Governo Conte I e che si colga l’occasione, partendo dalle buone pratiche di accoglienza diffusa, per consolidare l’intero sistema dell’accoglienza.