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In difesa della programmazione sociale: corretta, necessaria e partecipata
Di fronte alla crisi del welfare state la programmazione delle social policies può rappresentare un asso nella manica per le amministrazioni pubbliche
13 aprile 2014

Crisi del welfare e programmazione sociale

Il welfare state sta vivendo una crisi che rischia di far venir meno le premesse su cui poggiava la sua architettura complessiva. L’aumento della domanda dei servizi ha comportato una crescita della loro importanza, unita all’impossibilità di espansione degli interventi: le risorse sono scarse e la Grande Recessione non può che acuire questa carenza. Le politiche finalizzate a garantire tutela e uguaglianza manifestano un po’ ovunque un deficit. I decisori pubblici si trovano a vivere una situazione assai nota: più bisogni, più domande, meno risorse, meno interventi.

Occorre un metodo per cercare di continuare a “realizzare” i diritti sociali e per garantire a tutti i cittadini un livello di vita dignitoso: la programmazione sociale, sotto questo profilo, costituisce un validissimo aiuto per chi deve mettere in campo le risposte pubbliche alle situazioni di disagio e sofferenza. Basta elencare le parole-chiave che la contraddistinguono: razionalità, organizzazione, analisi, coordinamento, strategie; e poi valori, scelte, obiettivi, decisione, risultati, valutazione; e ancora: integrazione, partecipazione, condivisione, benessere, comunità.

Il sistema di welfare non può fare a meno della programmazione, perché seguendo questo metodo è possibile individuare il “luogo” dove si vuole arrivare e il “percorso” per raggiungerlo. Nel caso delle politiche sociali, “luogo” e “percorso” corrispondono, in definitiva, ad una società equa e ad un processo logico, efficace ed efficiente per provare a realizzarla.


Perché la programmazione è (ancora) necessaria

Le difficoltà che incontrano le politiche di welfare, tuttavia, fanno sentire i loro effetti anche sulla programmazione. La crisi economica acuisce problemi già evidenti e genera gravi situazioni di disoccupazione, disagio, povertà e deprivazione. Inoltre, precise scelte politiche, sostenute a livello europeo e nazionale, hanno come conseguenza tagli e disinvestimenti nel settore, il mantenimento di evidenti squilibri e disparità e la mancata rimozione di inefficienze e sprechi. In più, le criticità aumentano anche a fronte della debolezza strutturale del welfare italiano, dovuta al particolarismo clientelare, alla categorialità e alla frammentazione delle politiche, alla centralità dei trasferimenti monetari (pur non adeguati e per nulla equi) in costanza di un mancato intervento universalistico di contrasto alla povertà, al sottosviluppo dei servizi materiali, alla disuguaglianza tra Nord e Sud del Paese, alla tradizionale “sussidiarietà passiva”, che scarica sulle famiglie responsabilità e compiti crescenti senza provvedere ad adeguati sostegni.

Chi pianifica le politiche sociali rischia di rimanere disoccupato? È corretto pensare che, nelle difficoltà attuali, con scarse risorse economiche a disposizione, in un momento in cui le istituzioni non godono certo di grande consenso, “non ci sia nulla da programmare” e questo metodo sia ormai vecchio e superato? In questa sede ci sentiamo di ribadire la necessità della programmazione per mettere in campo o consolidare servizi e interventi quanto mai urgenti. E questo per due motivi principali:

(a) in primo luogo, con la programmazione è possibile allocare in maniera adeguata le risorse economiche a disposizione: oggi questa funzione è ancora più importante di ieri proprio perché siamo di fronte alla crisi, che ha acuito il disagio sociale. In momenti di scarsità di risorse, infatti, occorre più che mai una valutazione attenta dei bisogni sociali, un uso più accorto e corretto dei (pochi) finanziamenti disponibili e un impiego “sensato” dei contributi tecnici ed amministrativi disponibili;

(b) in secondo luogo, nell’assistenza sociale i diritti sono in gran parte “condizionati”: non basta affermare la loro esistenza perché questi vengano effettivamente garantiti. Occorrono, cioè, le condizioni necessarie affinché la loro concretizzazione avvenga anche nella pratica, e questo può accadere anche attraverso l’uso (corretto) del metodo della programmazione, che permette il superamento della difficoltà nella concreta realizzazione degli interventi. Del resto, il sistema di welfare (specchio della società contemporanea) è caratterizzato da un’elevata complessità, un numero ingente di attori protagonisti, la presenza di esigenze ed interessi diversificati: un mondo complicato e molto articolato, che, se lasciato all’autoregolamentazione (cioè a se stesso o alle “leggi di mercato”) e in assenza di una (corretta) programmazione che indichi la via e le modalità per seguirla, rischia non solo di lasciare immutate le condizioni di vita dei più deboli, ma addirittura di acuire le disuguaglianze sociali ed aumentare il divario tra chi ha di più e chi ha di meno.


La partecipazione di tutti gli attori del welfare

La programmazione, però, non può più caratterizzarsi come un sistema chiuso ai diversi attori che, ormai, fanno parte a pieno titolo del welfare mix: imprese private che operano nel settore dei servizi sociali, Terzo Settore, soggetti “comunitari” e società civile organizzata più o meno formalmente, famiglie e reti parentali, singoli cittadini. La partecipazione di questi soggetti è un’esigenza imprescindibile e strategica perché la programmazione possa realmente incidere sulla realtà che intende migliorare.

Gli attori esterni al settore pubblico devono essere tenuti in dovuto conto durante ogni fase della programmazione:
- nella fase preliminare, quando possono contribuire a determinare l’input di partenza ed essere coinvolti nell’analisi/diagnosi della realtà su cui si intende intervenire, in quella che viene chiamata analisi “partecipata”;
- nella fase delle decisioni, quando il loro apporto può servire utilmente a scegliere le priorità di intervento e a individuare gli obiettivi specifici;
- nella fase organizzativa, cioè nella stesura concreta del programma e nell’individuazione delle risorse umane ed economiche;
- nella fase attuativa, visto che i soggetti esterni al settore pubblico costituiscono ormai un riferimento decisivo per la gestione degli interventi e dei servizi sociali.


Per mantenere in vita i diritti sociali

I diritti sociali sono una conquista del mondo moderno. Hanno trovato espressione e concretezza nell’organizzazione dei sistemi di welfare; garantito a milioni di persone un’esistenza più dignitosa, più protetta e più civile (nel nostro Paese, in modo disorganico e disomogeneo); permesso ad interi strati sociali di uscire dalla povertà e dalla deprivazione. Oggi, questi diritti sono sotto attacco della crisi economica che morde la vita di chi già si trovava in condizioni di disagio ed anche di chi (ed è questa la vera novità - negativa - del tempo presente) si considerava al riparo da situazioni problematiche.

Di fronte a ciò, organizzare risposte che aiutino gli individui a fronteggiare le difficoltà (vecchie e nuove) della vita diventa un’esigenza ancor più evidente. Il paradosso dell’aumento dei bisogni e dei rischi che si accompagna alla carenza delle risorse (economiche e non solo) può essere spezzato anche e soprattutto consentendo a chi deve predisporre servizi e interventi sociali di farlo in maniera puntuale, efficace, efficiente ed equa.

Sotto questo profilo, il metodo della programmazione costituisce un asso nella manica per le pubbliche amministrazioni: se ben applicato, favorisce una scelta centrata delle priorità da seguire, un’analisi corretta della domanda sociale, una definizione intelligente degli obiettivi da perseguire, un’allocazione attenta delle risorse economiche, un’attuazione effettiva di quanto predisposto e una verifica coerente di ciò che si è messo in campo. Un metodo per mantenere in vita i diritti sociali, o quantomeno per provarci. 


Riferimenti

Ugo Carlone (2014) Introduzione alla programmazione sociale. Come, cosa, perché, Perugia, Morlacchi

 

 

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