FINANZA SOCIALE /
La via italiana per l'innovazione sociale: l'esperienza di Programma 2121
Inserimento lavorativo dei detenuti, riqualificazione urbana, coinvolgimento della filiera edilizia: sono solo alcuni degli obiettivi del progetto che sta prendendo il via in Lombardia coinvolgendo attori pubblici e privati
21 novembre 2018

Lo scorso 26 settembre presso il carcere di San Vittore è stato siglato da parte del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede il protocollo d’intesa che dà vita al Programma 2121, un progetto di inclusione lavorativa per soggetti detenuti presso i penitenziari della Regione Lombardia. Il progetto, che prende il nome dall’articolo dell’ordinamento penitenziario regolante la possibilità dei detenuti di svolgere attività lavorative all’esterno (art. 21) e dall’arco temporale di riferimento (2018-2021), presenta un’importante novità. Si tratta, infatti, del primo caso di collaborazione di una simile portata tra organi pubblici e aziende private. Attraverso il ruolo di promozione del progetto da parte di Lendlease, sviluppatore australiano attivo in Italia con due importanti progetti di riqualificazione urbana sul territorio milanese (MIND, ovvero il sito di Expo 2015, e Milano Santa Giulia) il Programma 2121 diventa infatti un vero e proprio strumento di innovazione sociale al servizio della città.

Con la firma del protocollo d’intesa del Programma 2121 si delinea più chiaramente l’approccio italiano all’innovazione sociale e il ruolo della finanza al suo interno. Quest’ultimo, a differenza del più citato approccio anglosassone, pone l’accento sull’identificazione di soluzioni imprenditoriali che siano in grado di coinvolgere diversi stakeholder, sia pubblici che privati.

Mentre l’approccio anglosassone, forte del supporto del governo e della potenza finanziaria della City, tende ad applicare con grande capacità innovativa soluzioni basate su architetture finanziarie complesse – non sempre snelle o agili – la via italiana invece non è dipendente dalla finanza a tutti i costi. Questo anche perché non ne esisterebbero le condizioni, date le peculiarità della finanza italiana. Al contrario, soluzioni come Programma 2121 dimostrano che i Social Impact Bond (SIB) non sono che uno degli approcci possibili per il contrasto alla recidiva carceraria e non per forza il più efficace nel contesto nazionale italiano. Una valida alternativa può derivare invece da disegni fondati su un approccio alla sostenibilità economica intrinseca al progetto stesso e basata sullo sfruttamento dei vantaggi derivanti dall’interazione dei diversi attori in gioco.


Misurare l'inclusione sociale: il tema della recidiva carceraria

Tra i principali problemi legati all’esclusione sociale vi è sicuramente il sovraffollamento delle carceri italiane, esacerbato dal problema della recidiva carceraria. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, il 68% degli individui che vengono rilasciati al termine della pena commettono nuovi reati che li riporteranno in carcere. Questo dato racconta prima di tutto una storia di emarginazione: lo stigma associato alla pena carceraria è spesso tale da rendere il rientro nella società produttiva pressoché impossibile, soprattutto per coloro che al carcere sono arrivati attraverso episodi di povertà e disagio pregressi. In secondo luogo, il saldo del debito pecuniario nei confronti dello Stato accumulato nel corso della detenzione, impone un meccanismo di prelievo forzoso della retribuzione che spesso induce gli ex-detenuti a scegliere nuovamente la via del crimine, come sottolinea l’Ispettore Vincenzo Lo Cascio, funzionario del Ministero della Giustizia. Il risultato è che due ex-detenuti su tre commettono nuovi crimini, intasando tribunali e prigioni, e causando un danno economico allo Stato di notevoli proporzioni.

Il contrasto alla recidiva carceraria ha assunto negli ultimi anni diverse forme e, sebbene sia complicato restituire statistiche univoche, stime del Ministero della Giustizia mostrano che le misure alternative ridurre la recidiva dal 68% fino al 19%. Non sorprende perciò che la lotta alla recidiva carceraria sia stato oggetto del primo Social Impact Bond (quello del penitenziario di Peterborough nel Regno Unito), uno strumento di finanza ad impatto sociale che diverse volte è stato citato sulle pagine di Secondo Welfare. Attraverso i Social Impact Bond, l’amministrazione pubblica è in grado di commissionare al privato il raggiungimento di determinati obiettivi sociali – in questo caso, la riduzione della recidiva carceraria. Questo sistema, definito in gergo pay-by-result, sancisce che il pagamento dell’amministrazione pubblica avviene solo in caso di successo dell’iniziativa privata. Questo equivale ad una rivoluzione: il pubblico si trova ad acquistare non tanto servizi, ma i risultati certi di tali servizi.

Come già accennato, tuttavia, simili misure assumono forme diverse all’interno di contesti nazionali diversi. I SIB, che negli ultimi anni hanno dominato il dibattito sull’impact investing e, conseguentemente, sull’innovazione sociale, sono rimasti fino al momento uno strumento peculiare del mondo anglosassone. Il motivo di questa tendenza va ricercato nella tradizione politica di quel contesto politico e legislativo. I Social Impact Bond, infatti, sono il prodotto di un approccio centralizzato del settore pubblico, dove il governo centrale ha un controllo capillare delle amministrazioni locali. Tale condizione, unita al dinamismo e alla propensione innovativa di una finanza costretta dalle responsabilità della crisi del 2008 a cercare redenzione nell’impact investing, ha dato grande spinta ad approcci finance-based che in Italia faticano a decollare a causa dell’assenza del contesto abilitante.

Le circostanze italiane, governate dall’impossibilità dell’amministrazione centrale di imporre soluzioni a quelle locali, da una burocrazia contabile pesante, e dall’assenza di una finanza altrettanto ricca e dinamica di quella inglese, hanno generato soluzioni alternative. Soluzioni alternative che vanno oltre gli strumenti di assistenza impiegati per il SIB di Peterborough, e si basano sull’inserimento lavorativo nell’impresa. Tra gli esempi di simili iniziative in Italia spicca il caso di Invictor Led, una società di ricerca in ambito tecnico-scientifico divenuta produttrice di strumenti di illuminazione a LED, che impiega principalmente lavoratori detenuti e produce all’interno del penitenziario di Opera a Milano. Il business model di Invictor Led, ora ampliato al settore dell’efficientamento energetico, si sta rivelando vincente, spiega il Direttore Generale Luigi Lucchetti, commentando i dati sulla produttività – del 25% superiori alla media del settore.


Programma 2121: come fare innovazione sociale sul territorio italiano

Ma Invictor Led non è che uno degli esempi di strumenti di lotta alla recidiva carceraria applicati in Italia. Sebbene il modello italiano di innovazione sociale sia caratterizzato da un approccio che abbiamo definito imprenditoriale, le aziende private non sono l’unico attore di questo panorama. La pubblica amministrazione sta negli ultimi anni mostrando grandi capacità di navigare tempi difficili per il welfare sociale, e farsi innovatore all’interno di contesti complessi. Un esempio in tal senso è quello del Comune di Milano, che gestisce una efficace rete di centri per l’impiego che hanno nel tempo significativamente contribuito al problema della recidiva carceraria attraverso lo strumento dell’inserimento lavorativo. Altrettanto attiva in questa direzione è l’amministrazione capitolina, che da tempo impiega detenuti per lavori di utilità pubblica, ad esempio con i lavori di manutenzione delle strade portati avanti dai partecipanti al progetto “Mi Riscatto per Roma”.

Grande attenzione e apertura al tema dell’innovazione sociale sta arrivando anche da parte delle Regioni a statuto autonomo del Nord Italia. In particolare, la Regione Valle d’Aosta, come partner del progetto AlpSIB, e la Provicia Autonoma di Trento, attraverso la sua Agenzia per il Lavoro, stanno attivamente esplorando il tema della finanza d’impatto a supporto di politiche volte a favorire l’inclusione sociale di categorie svantaggiate come anziani, NEETs e disoccupati. Questo dimostra che l’approccio italiano, forse mediaticamente meno altisonante, sa essere efficace, ambizioso e coinvolgere al tempo stesso una pluralità di attori, tra cui è importante non dimenticare il terzo settore e il movimento cooperativo. Consorzio Insieme, soggetto attivo nel Nord Italia che raccoglie numerose realtà tra cui Coopera, Secoop e Il Nucleo, è un esempio virtuoso di approccio all’innovazione sociale in grado di basarsi non su modelli finanziari complessi, bensì su soluzioni di mercato competitive. Queste ultime si basano su un approccio professionalizzante e molto spesso passano attraverso il reintegro a pieno titolo nel mondo del lavoro.

Ispirato da esperienze italiane, Programma 2121 lega il tema dell’inserimento lavorativo dei detenuti alla riqualificazione urbana, ed in particolare alla filiera edilizia, attraverso il coinvolgimento delle aziende che parteciperanno ai progetti di conversione delle aree Milano Santa Giulia e MIND (Arexpo). L’idea di dare vita ad una simile soluzione è nata durante la fase di studio del contesto all’interno del quale si posiziona il sito di MIND. Posizionato a ridosso della stazione ferroviaria di Rho Fiera Milano, il sito si trova infatti nelle immediate vicinanze del carcere di Bollate. Quest’ultimo è un penitenziario “virtuoso” e tendenzialmente lontano dagli episodi di cronaca legati al sovraffollamento carcerario, ma se ignorato inevitabilmente rischia di compromettere la riuscita del progetto di riqualificazione dell’area. L’approccio a questo potenziale rischio è stato diametralmente opposto: anziché nasconderlo sotto ad un metaforico tappeto, il carcere è stato portato all’interno di MIND, dove al tempo dell’Expo 2015 già venivano impiegati i detenuti per servizi di mobilità e sicurezza. In questo modo si è scelto di valorizzare le due realtà solo teoricamente contrapposte – quella di un penitenziario con le storie di disagio sociale raccolte al suo interno, e quello di un distretto dell’innovazione avanguardistico che fa dell’inclusione sociale una caratteristica piuttosto che una zavorra.

Obiettivi del Programma sono infatti la creazione di opportunità di inclusione sociale dei detenuti del carcere di Bollate (ma in seguito al pilot iniziale si allargherà il bacino di utenza a tutto il sistema penitenziario lombardo), la formazione di lavoratori qualificati nel settore edilizio, e le ricadute positive sulla collettività collegate alla riduzione della recidiva carceraria. Il progetto, che vede uniti diversi soggetti pubblici e privati sotto la promozione del Ministero della Giustizia e di Lendlease - il Provveditorato Regionale all’Amministrazione Penitenziaria, il Comune e la Città Metropolitana di Milano, la Regione Lombardia, l’Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro, Arexpo, Milano Santa Giulia, Fondazione Fits!, Fondazione Triulza e PlusValue Advisory Ltd -, ha preso il via nel mese di ottobre con la selezione di 10 soggetti e procederà per i prossimi 3 anni con l’intento di coinvolgere il maggior numero possibile di detenuti.

Quella che comincerà con l’ingresso dei detenuti in azienda nel mese di novembre non è che la fase iniziale del progetto, alla quale seguirà uno scale-up significativo a partire dal 2021. Sarà infatti fondamentale far fruttare il coinvolgimento del Governo e lo sforzo filantropico di Lendlease e delle altre imprese che hanno preso parte a Programma 2121 per il conseguimento di alcuni standard che ne garantiscano la sostenibilità di lungo periodo. Tra questi vi è la creazione di incentivi fiscali chiari e di ampia portata per le imprese aderenti, ed il puntuale monitoraggio di questi e dell’impatto sociale generato (la recidiva carceraria in primis) per consentire di valutare il rendimento – non solo sociale ma anche economico – del progetto. Questo permetterà di testare Programma 2121 sul terreno del pay-by-result, e così creare gli incentivi per il coinvolgimento di investitori venture capital e private equity che vogliano accompagnare le aziende partecipanti. La creazione di un mercato dell’innovazione sociale come quello qui delineato non può tuttavia prescindere da una forte attenzione alla qualità del servizio offerto. Solo attraverso il continuo rafforzamento dei meccanismi di accompagnamento in azienda dei detenuti, semplificandone il processo e creando nelle aziende un ambiente facilitante, iniziative come Programma 2121 sapranno affermare l’approccio italiano all’innovazione sociale come modello vincente perché sostenibile e scalabile.


Riferimenti

Il testo del protocollo di intesa di Programma 2121

 


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