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Welfare "in uscita" e servizi aziendali di outplacement: il caso di Airbnb
A causa del Coronavirus la multinazionale ha licenziato circa 1.900 dipendenti. La società ha scelto però di garantire ai suoi ex collaboratori la copertura sanitaria e una serie di misure per reinserirsi nel mercato del lavoro.
30 giugno 2020

Nel corso delle ultime settimane la notizia che Airbnb ha licenziato circa 1.900 dipendenti (pari al 25% della forza lavoro dell’azienda) a causa delle conseguenze del Coronavirus e del lockdown ha fatto il giro del mondo. In pochi hanno però parlato delle misure che il colosso di internet ha scelto di realizzare per supportare i propri ex collaboratori, soprattutto sul piano del reinserimento lavorativo.


Il welfare “in uscita” di Airbnb

Come è possibile leggere dalla ormai famosa lettera (che trovate qui) che Brian Chesky - co-fondatore e CEO di Airbnb - ha reso pubblica agli inizi di marzo 2020, il colosso del turismo e della sharing economy ha infatti realizzato quello che si potrebbe definire come un progetto di welfare “in uscita”, cioè destinato a coloro che hanno perso il proprio posto di lavoro all’interno dell’azienda.

In particolare, le misure ideate da Airbnb per suoi ex dipendenti (sia delle sedi statunitensi sia di quelle extra-USA) hanno riguardato: la liquidazione, la cessione di azioni della società, l’assistenza sanitaria e il sostegno al reinserimento lavorativo (o outplacement). In tema di Trattamento di Fine Rapporto, i dipendenti licenziati avranno diritto a 14 settimane di stipendio base, più una settimana supplementare per ogni anno presso Airbnb. Per quanto riguarda invece l’equity, cioè la condivisione gratuita di azioni con i collaboratori, la società ha scelto di cambiare le regole per far in modo che anche le persone assunte da poche settimane possano divenire azionisti al momento del licenziamento.

In tema di assistenza sanitaria, l’azienda ha scelto di garantire la totale copertura della polizza assicurativa per i 12 mesi successivi al termine del rapporto lavorativo; inoltre, attraverso un accordo con la società KonTerra, Airbnb assicura anche una serie di attività per il supporto psicologico.

Infine, si è voluto dar vita ad un complesso sistema di outplacement, cioè un insieme di misure finalizzate alla ricollocazione del lavoratore nel mercato del lavoro. A questo riguardo sono stati pensati quattro piani:

  • Alumni Talent Directory, che prevede il lancio di una piattaforma web aperta al pubblico (che trovate a questo link) per aiutare coloro che lasciano Airbnb a trovare nuovi lavori. Attraverso questo strumento gli ex dipendenti possono condividere curriculum e portfolio con altre imprese in cerca di personale;
  • Alumni Placement Team, che farà si che per il resto del 2020 il “Recruiting Team” (cioè i reclutatori) di Airbnb forniranno supporto attivo ai dipendenti che lasciano per aiutarli a trovare la loro prossima occupazione;
  • un percorso di formazione dalla durata di quattro mesi: il servizio sarà offerto da RiseSmart, una società specializzata in servizi di transizione professionale e di collocamento;
  • la cessione a titolo gratuito dei personal computer di proprietà di Airbnb.


Alcune riflessioni a partire dall’esperienza di Airbnb

Anche se caratterizzata da una forte dose di innovazione, l’esperienza di Airbnb deve comunque essere contestualizzata. La decisione della società di prevedere, per esempio, un prolungamento della polizza sanitaria per i propri collaboratori (anche delle sedi al di fuori del Nord America) che stanno per essere licenziati è connessa al fatto che negli Stati Uniti vi è un sistema di protezione sociale molto diverso. L’assistenza sanitaria statunitense è infatti principalmente su base assicurativa e quindi connessa alla posizione lavorativa, dato che l’azienda paga le ingenti spese per la copertura delle polizze. In Italia invece il sistema sanitario è di stampo universalistico e, sebbene richieda la compartecipazione alla spesa attraverso il sistema del Ticket, garantisce a tutti l’accesso alle cure.

È inoltre chiaro che la scelta del colosso della sharing economy sia fortemente dettata da ragioni reputazionali; in questa direzione è naturale che questa progettualità sia vista da molti esclusivamente come una strategia per non “macchiare” l’immagine tendenzialmente positiva della multinazionale di internet.

Allo stesso tempo però ci teniamo a sottolineare come l’impostazione scelta da Airbnb sia innovativa e degna di attenzione. La società ha infatti deciso di strutturare un percorso ad hoc - integrativo rispetto a quelli previsti dai diversi Stati in cui l’azienda è inserita - per quei lavoratori che hanno perso il lavoro a causa delle sfavorevoli congiunture economiche legate alla pandemia di Covid-19. Inoltre, ciò che è più importante, Airbnb ha ideato un progetto (interamente aziendale) di outplacement volto a favorire la riqualificazione e la ricollocazione in differenti contesti delle persone in cerca di un nuovo lavoro.

Ovviamente sono poche le società che, ad oggi, hanno i mezzi e le risorse per costruire un impianto simile: si pensi, per esempio, alla piattaforma di incontro tra domanda e offerta oppure al finanziamento dei corsi di formazione. Nonostante ciò, quella di Airbnb è sicuramente annoverabile tra le best practice di quello che potrebbe essere definito come un vero e proprio welfare “in uscita”.

 


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