WELFARE CONTRATTUALE /
Se il ‘’secondo welfare” si mangia la sanità pubblica
Tommaso Nutarelli, Il diario del lavoro, 10 marzo 2017
10 marzo 2017

La crescita impetuosa di pratiche di welfare nelle dinamiche contrattuali, anche come strumento di moderazione salariale, costituisce un fatto legato alla particolare crisi economica, e al regime di agevolazione fiscale introdotto con la legge di bilancio per il 2016. Una crescita che merita un monitoraggio costante. Perché il secondo welfare, e nello specifico quello contrattuale, è una sorta di Giano bifronte che può, da una parte, essere foriero di benefici per i lavoratori, ma dall’altra innescare un rapporto perverso con quello pubblico, aggravando le disparità sociali.

Il rischio maggiore è quello che corre il Servizio Sanitario Nazionale, in seguito al forte sviluppo dei fondi sanitari: a oggi se ne contano 305, a quali aderiscono circa 9 milioni di persone, delle quali 7 milioni sono lavoratori dipendenti. Il successo dei fondi deriva principalmente da due fattori: da una parte l’insoddisfazione dell’utenza nei confronti delle prestazioni del SSN, sia mediche sia soprattutto per le lunge liste d’attesa, e dall’altra la vasta gamma di servizi offerti dai fondi, come ad esempio le cure odontoiatriche.

Il punto è capire in che modo i fondi sanitari si relazionano al SSN. Se le prestazioni comprese in questi fondi svolgono una funzione complementare e di supporto all’offerta pubblica, possiamo naturalmente riscontrare dei benefici, poiché vorrebbe dire mettere al servizio del cittadino un pacchetto di cure molto più ampio, meno standardizzato e più aderente ai bisogni del singolo, capace di superare le lungaggini burocratiche. Se invece dovessimo imboccare la strada di una sovrapposizione tra pubblico e privato, se non addirittura di una sostituzione del primo con il secondo, cosa che peraltro già sta avvenendo, allora la possibilità di un cortocircuito potrebbe essere concreta.


Se il ‘’secondo welfare” si mangia la sanità pubblica

Tommaso Nutarelli, Il diario del lavoro, 10 marzo 2017