WELFARE CONTRATTUALE /
La contrattazione sociale territoriale in Italia
Secondo il rapporto dell’Osservatorio Sociale di Cisl, la contrattazione di prossimità riguarderebbe circa 20 milioni di italiani
28 luglio 2017

Negli ultimi anni, a causa delle mutate condizione economiche e sociali, le forme di contrattazione sociale territoriale – cioè quegli accordi realizzati su base locale da istituzioni, sindacati e associazioni per trovare risposte a problematiche di varia natura – hanno assunto una notevole rilevanza nel nostro Paese. Con lo scopo di mappare la diffusione del fenomeno, la Cisl nel 2010 ha fondato l’Osservatorio Sociale, un organismo che si occupa di raccogliere e analizzare i contratti stipulati.

Lo scorso maggio, l’Osservatorio ha pubblicato il suo ultimo rapporto relativo ai dati ricavati nel 2016, dal titolo “Promuovere il welfare per lo sviluppo inclusivo”, A cura di Rosangela Lodigiani, Egidio Riva e Massimiliano Colombi. In questo approfondimento vi vogliamo presentare le principali tendenze della contrattazione di prossimità in Italia.


La contrattazione sociale territoriale in Italia

I dati in possesso dell’Osservatorio si riferiscono al periodo che va dal 2011 al 2016. In questo lasso di tempo, l’archivio della Cisl ha registrato 5.200 accordi stipulati su base territoriale: questi contratti hanno interessato 18 contesti regionali, con la Lombardia nettamente protagonista. Se ci si concentra esclusivamente sul livello comunale e intercomunale, si può osservare che i singoli Comuni interessati dalla contrattazione locale nel 2016 sono stati 1.173 (vale a dire circa il 15% del totale), per una popolazione complessiva di 19,2 milioni di persone (poco meno di un terzo dei residenti in Italia) (figura 1).


Figura 1. Comuni coperti da contrattazione di livello comunale o intercomunale, 2016

Fonte: Rapporto Osservatorio Sociale Cisl 2017


Questi dati evidenziano come la complementarità della contrattazione di prossimità rispetto alle funzioni e agli interventi propri del sistema nazionale di protezione sembra definirsi in modo sempre più chiaro. Come è possibile vedere dalla tabella sottostante (tabella 1), infatti, nel 2015 e nel 2016 questi strumenti hanno conosciuto una forte espansione, in particolare in Emilia-Romagna e Lombardia.


Tabella 1: Accordi territoriali per Regione e anno di sottoscrizione
Fonte: Rapporto Osservatorio Sociale Cisl 2017


Focalizzandosi sui contenuti degli accordi, la contrattazione sociale sembra essere primariamente incentrata sui gruppi di popolazione e sulle aree di rischio che risultano, ad oggi, meno protette dal sistema nazionale di protezione sociale. Secondo il rapporto, questi interventi sono stati realizzati principalmente per introdurre politiche socio-assistenziali (soprattutto nelle aree con elevati tassi di povertà ed esclusione sociale), servizi socio-educativi, azioni di supporto alla genitorialità e all’istruzione, servizi di housing. I principali beneficiari sono stati invece: le famiglie, gli anziani (soprattutto se non autosufficienti), i disabili e gli adulti in difficoltà (tabella 2).


Tabella 2: Accordi per principali categorie di beneficiari
Fonte: Rapporto Osservatorio Sociale Cisl 2017


Le principali evidenze emerse dal rapporto

Secondo gli autori del rapporto, in base ai dati raccolti negli ultimi anni è possibile individuare alcuni tratti distintivi riguardanti il fenomeno in questione.

  • La dimensione strategica. La contrattazione territoriale opera in una logica integrativa rispetto al sistema di welfare nazionale, in direzione di una sua ricalibratura “funzionale” e “distributiva”, aiutando a ripensare quali rischi e bisogni sociali privilegiare e verso quali categorie sociali dirottare interventi e risorse. Ciò è evidente, in particolare, negli interventi di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale.
  • La dimensione territoriale. Questo particolare tipo di contrattazione ha conosciuto un notevole sviluppo mostrando un radicamento capillare. Allo stesso tempo però, pur interessando una significativa quota di popolazione, la diffusione del fenomeno sembra essere ancora “a macchia di leopardo”.
  • La dimensione negoziale. In questo campo si riscontra la decisa prevalenza di processi di contrattazione che coinvolgono in modo bilaterale i rappresentanti del sindacato (che si presentano al tavolo della contrattazione per lo più in modo unitario) e i referenti dei governi locali. Ancora limitata, invece, l’incidenza di accordi che coinvolgono le associazioni datoriali e le organizzazioni di Terzo Settore.

Secondo l’analisi dell’Osservatorio Cisl, la contrattazione sociale di prossimità sta diventando un soggetto protagonista del welfare plurale in molti contesti territoriali. Nonostante la crisi e le criticità finanziare che hanno gravato sugli enti locali negli ultimi anni, queste forme negoziali hanno rivestito un ruolo importante in ottica di secondo welfare: basti pensare al carattere composito della rappresentanza che siede al tavolo della negoziazione e alla pluralità dei processi in cui essa si sostanzia.


Favorire lo sviluppo della contrattazione di prossimità

Secondo gli autori, per il futuro sarà decisiva la promozione di una cultura aperta alla partecipazione tra quella pluralità di soggetti che sono a pieno titolo stakeholder del territorio: enti locali, corpi intermedi, parti sociali, imprese, cittadini, etc. Solo quando si adotteranno delle strategie finalizzate a una reale condivisione dei risultati nel lungo periodo si potrà parlare di un welfare territoriale con una valenza generativa di innovazione sociale.

L’azione del sindacato deve quindi essere ricalibrata in modo da potersi adattare ai vari contesti territoriali e ai differenti attori con cui si trova ad interagire. Solo in questo modo, le rappresentanze sindacali potranno a tutti gli effetti divenire soggetti promotori di “welfare associativo”, capaci cioè di fornire delle risposte ai vecchi e ai nuovi bisogni sociali attraverso la collaborazione con soggettività che per natura possono essere anche molto diversi.

 


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