WELFARE CONTRATTUALE /
I recenti sviluppi delle relazioni industriali in Italia
Quali sono le prospettive delle relazioni industriali in materia di secondo welfare? Ecco alcuni spunti dall'analisi curata da Banca d’Italia.
07 agosto 2018

Il tema delle relazioni industriali sembra avere un rilievo crescente anche in una prospettiva di secondo welfare. Il dialogo e il confronto tra le parti sociali - come evidenziato anche dal recente accordo tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil - può rappresentare infatti un motore di sviluppo per il welfare aziendale e contrattuale.

Ma quali sono gli sviluppi recenti in materia di relazioni industriali nel nostro Paese? Per rispondere a questa domanda vi proponiamo i risultati di un’attenta analisi - dal titolo “I recenti sviluppi delle relazioni industriali in Italia” - curata da Banca d’Italia.


La contrattazione di primo livello in Italia: il fenomeno del “dumping”

Nel nostro Paese, la contrattazione collettiva è uno strumento molto diffuso. Secondo i risultati della survey “Wage adjustment and employment in Europe”, svolta dalla BCE nel 2017, l’Italia è il Paese dell’area euro con la quota maggiore di rapporti di lavoro dipendente regolati dalla contrattazione collettiva: virtualmente, infatti, tutti gli occupati dipendenti regolari delle imprese con almeno dieci addetti sono coperti da un contratto collettivo.

Secondo l’analisi di Banca d’Italia, però, negli ultimi anni la diffusione della contrattazione collettiva di secondo livello è stata accompagnata dal fenomeno del “dumping contrattuale”, cioè la proliferazione di contratti firmati da organizzazioni prive di rappresentanza. Questi contratti “minori” hanno conosciuto un corposo aumento dal 2010 in poi, anche grazie al perdurare della crisi economico-finanziaria che ha investito il nostro Paese. Nel 2015 gli accordi collettivi stipulati da organizzazioni marginali interessavano circa il 9% delle unità lavorative annue (ULA) del settore del commercio, circa il 3% dei lavoratori del comparto dei servizi e circa l’1% di quelli dell’industria e della manifattura.

La frammentazione contrattuale va spesso a scapito dei lavoratori: la totalità di questi contratti “minori” garantiscono forme di tutela inferiori - in termini di trattamenti retributivi, aumenti salariali e flessibilità oraria - rispetto a quelle previste dai Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro (CCNL) firmati dalle organizzazioni di rappresentanza principali. Inoltre, il “dumping contrattuale” può generare ripercussioni all’interno di un intero settore produttivo: la sola esistenza di CCNL con costo del lavoro ridotto, infatti, esercita una pressione al ribasso sulle retribuzioni dell’intero comparto e riduce il potere contrattuale dei sindacati più rappresentativi.

Proprio per tali ragioni, il principale obiettivo del cosiddetto “Patto per la fabbrica” - stilato lo scorso 28 febbraio 2018 da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil - è stato quello di combattere il fenomeno qui descritto. L’accordo prevede che siano quantificati gli iscritti delle associazioni sindacali e datoriali che stipulano contratti collettivi, in modo tale da accertare l’effettiva rappresentatività di tali sigle.


Le tendenze della contrattazione di secondo livello

La contrattazione decentrata (aziendale e territoriale) ha avuto storicamente un ruolo limitato nelle relazioni industriali in Italia, soprattutto a causa della dimensione ridotta delle imprese che rende eccessivi i relativi costi di negoziazione.

In assenza di analisi sistematiche su base nazionale, è possibile comunque individuare alcune tendenze in merito a tale fenomeno. Secondo quanto emerge dall’indagine annuale realizzata da Banca d’Italia sulle imprese industriali e dei servizi, la quota di aziende che adottano la contrattazione aziendale di secondo livello si attesta intorno al 20%. Tra le imprese che adottano tale forma contrattuale ci sono prevalentemente le realtà esportatrici, di dimensioni maggiori e con sede nel Centro-Nord.

Se si considerano gli elementi oggetto della contrattazione aziendale, secondo quanto riportato dalla survey di Adapt “La contrattazione Collettiva in Italia, Anno 2016” - che ha interessato un campione di 1.565 contratti aziendali stipulati nel quadriennio 2012-2016 - la materia più negoziata è stata la retribuzione; seguono poi le relazioni industriali, l’organizzazione del lavoro e il welfare aziendale: quest’ultimo è cresciuto di 13 punti percentuali tra il 2012 e il 2016 (passando dal 17% al 30%), ma sembra essere presente soprattutto nelle imprese con oltre 50 addetti.

In tema welfare, i servizi e i benefit più presenti sono: permessi e congedi extra rispetto a quelli prevista dalla normativa vigente (17%); sanità integrativa (12%), previdenza complementare (10%), borse di studio per i figli dei dipendenti (5%) e il pagamento o il rimborso per le rette degli asili nido (4%).

Il documento sottolinea che la diffusione del welfare aziendale è dovuta principalmente agli sgravi fiscali introdotti dalle Leggi di Bilancio del 2016, 2017 e 2018 che, secondo quanto stimato dalla Ragioneria Generale dello Stato, avrebbero comunque un costo marginale per il bilancio pubblico (pari a 4.5 milioni di euro l’anno).


Principali evidenze

Tenendo conto di quanto evidenziato dal rapporto di Banca d’Italia “I recenti sviluppi delle relazioni industriali in Italia”, nel nostro Paese si è assistito ad una crescente frammentazione nel panorama della contrattazione nazionale, con la diffusione di accordi stipulati da sigle sindacali e datoriali minori e di recente formazione che comportano spesso una riduzione del costo della manodopera.

Allo stesso tempo, la contrattazione decentrata di secondo livello sembra essere rimasta in secondo piano e generalmente subordinata alle disposizioni definite a livello nazionale, nonostante diversi provvedimenti adottati nel corso degli anni abbiano cercato di favorirne la diffusione riducendo il cuneo fiscale sulle componenti retributive contrattate a livello locale. Secondo gli autori del rapporto, un maggior ruolo della contrattazione decentrata nella definizione dei salari e dell’organizzazione del lavoro favorirebbe un miglior allineamento tra la crescita dei salari e quella della produttività e, di conseguenza, permetterebbe di allentare alcune rigidità della contrattazione nazionale, soprattutto in termini di durata.


Riferimenti
Banca d’Italia (2017), I recenti sviluppi delle relazioni industriali in Italia

 


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