TERZO SETTORE / Volontariato
Il volontariato è una risorsa per le persone con disabilità
La nostra intervista a Gianvito Pappalepore di CSVnet, l'Associazione dei Centri di Servizio per il Volontariato
27 luglio 2017

In questo articolo approfondiamo insieme a Gianvito Pappalepore, in rappresentanza di CSVnet, il ruolo svolto dalle organizzazioni di volontariato nei servizi per la disabilità. CSVnet è nato nel 1999 (formalmente costituito solo nel 2003) come strumento di collaborazione e coordinamento dei Centri di Servizio per il Volontariato, enti previsti dalla Legge 266/1991 e promossi dalle Regioni con il finanziamento delle Fondazioni di origine bancaria. Attualmente comprende la maggior parte dei CSV regionali e provinciali e a livello internazionale aderisce all’European Volunteer Centre. Pappalepore, proveniente dal CSV della Provincia dell’Aquila, è stato membro del Consiglio direttivo e del Consiglio dei garanti di CSVnet il coordinamento nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato.


Dottor Pappalepore, qual è il contributo del volontariato ai servizi per la disabilità?

Nel mondo della disabilità sono impegnate diverse organizzazioni di volontariato, con natura e modelli organizzativi molto diversificati. Molto diffuso è l’associazionismo familiare, infatti vivendo le famiglie, spesso da sole il grave carico assistenziale, si sono sviluppate pratiche di mutuo aiuto attraverso la costituzione di associazioni sia a livello locale che nazionale. Gli esempi maggiori di tali organizzazioni sono, l’ANFFAS e l’AIPD, le quali sono impegnate a dare risposte a un bisogni attraverso la gestione di centri diurni, i centri di ascolto e i centri ricreativi.

Una straordinaria ricchezza sono le tante organizzazioni di volontariato di natura laica o religiosa promosse da persone che vedono nella disabilità un luogo dove impegnare il proprio tempo. Sono organizzazioni nate per dare una risposta ai bisogni e alla tutela dei diritti ancora oggi troppo spesso negati. Infatti la nostra società non è sufficientemente adeguata alle necessità di tutti i cittadini, pertanto l’impegno del volontariato è sia nell’organizzazione di attività finalizzate a promuovere l’integrazione sociale e lavorativa dei disabili, sia in azioni di advocacy, per rivendicare diritti, come il lavoro, la casa, la vita indipendente, ecc.

Grazie al mondo del volontariato si sono sviluppate proficue forme di collaborazione con gli Enti Locali, sia in termini di programmazione che di gestione delle politiche locali sulla disabilità. Io svolgo d anni il ruolo di presidente di una piccola associazione di volontariato che si occupa di disabilità, ci chiamiamo “Abitare Insieme” in quanto costituita da famiglie di disabili e famiglie “normodotate” insieme condividiamo un progetto residenziale, di gestione di un centro diurno e di accoglienza. Con l’Associazione “Abitare Insieme” grazie a convezioni con il Comune dell’Aquila, la ASL e alla progettazione sociale, gestiamo una delle forme più innovative di integrazione sociale per disabili della nostra città.


Come si struttura a livello formale il rapporto tra gli enti pubblici e il volontariato?

Il principale strumento è la legge di riforma dei servizi sociali, la 328/2000 che attraverso l’istituzione dei Piani di Zona coinvolge tutti i soggetti che sul territorio si occupano di sociale e di assistenza Sociosanitaria.

In quelle Regioni e/o Comuni dove si è sperimentata tale capacità di dialogo con i soggetti sociali, si sono riscontrati eccellenti risultati di miglioramento e valorizzazione dei servizi. Infatti un lavoro di rete che tiene conto di tutte le risorse disponibili sul territorio, permette di razionalizzare e ottimizzare le risorse; una proficua collaborazione a tutto campo per una programmazione delle politiche sociali non verticistica ma condivisa. Sui tavoli della programmazione sociale non ci devono essere decisori ed esecutori, ma una collaborazione tra pari dove ognuno mette a disposizione le proprie risorse umane e economiche, di idee e di programmi.


Quali sono secondo lei le principali difficoltà incontrate dalle organizzazioni di volontariato che operano nel settore della disabilità?

Alcune associazioni di volontariato sono eccessivamente chiuse in sé stesse, si aprono poco al territorio, non fanno rete con gli altri soggetti sociali e il loro rapporto con la pubblica amministrazione spesso è soltanto una richiesta di contributi e supporti. Un altro rischio, viene da quegli Enti Locali che vedono nel volontariato un’occasione per risolvere i problemi assistenza sociale a basso costo, si delega a tali organismi attraverso contributi simbolici, senza alcuna progettualità e spesso con scarsa tutela dei lavoratori.

È necessario che il volontariato esca da questa forma di assistenzialismo, partecipi alle reti territoriali in costante dialogo/confronto con la pubblica amministrazione per condividere e collaborare con essa in merito alla programmazione e gestione delle politiche sociali.


Che ruolo svolgono invece i Centri di Servizio per il Volontariato?

I Centri di Servizio per il Volontariato non hanno un unico orientamento sulle politiche per la disabilità, svolgono un ruolo diversificato, in base alle caratteristiche del territorio di appartenenza.

Il CSV dell’Aquila, di cui faccio parte, si è impegnato molto sul fronte della disabilità, infatti già da diversi anni ha promosso un coordinamento di tutte le realtà di volontariato che si occupano di disabilità della città dell’Aquila. Il coordinamento è nato per condividere degli obiettivi comuni, per avere maggiore forza nei tavoli della programmazione sociale e per organizzare e attività in comune. Grazie a tale coordinamento è nata una rete molto viva che in questi ultimi anni sta lavorando per la realizzazione di un “dopo di noi” in collaborazione con il Comune.


Uno degli aspetti più significativi dell’evoluzione delle politiche per la disabilità è il passaggio dal modello medico, che vedeva la disabilità come una patologia, quindi un problema dell’individuo, al modello sociale che vede la disabilità come una relazione tra una persona con certe caratteristiche e una società con una certa idea di normalità. Secondo lei quali sono i passaggi che hanno permesso questo passaggio nel nostro Paese?

Le basi normative del passaggio dal modello medico al modello sociale sono la Riforma Sanitaria del 1978 e la Riforma dell’Assistenza del 2000 che sono stati due provvedimenti rivoluzionari.

Credo che questo passaggio importante abbia avuto origine negli anni della Riforma Sanitaria; fino a vent’anni fa o di più l’unica risposta dello Stato alla disabilità era l’istituzionalizzazione. A partire dagli anni Ottanta la società italiana si è evoluta, sono nati servizi per la riabilitazione e la socializzazione, si è aperta per i disabili la possibilità di andare a scuola… Poi con la Legge 328/2000 abbiamo finalmente superato la legge Crispi del 1890 che rispondeva ai bisogni sociali attraverso i grandi istituti. Per questo la Legge 328/2000 è stata così importante.

 
Questo passaggio com’è stato vissuto dal volontariato?

Il volontariato ha sempre anticipato le riforme legislative, poiché il volontariato lavora sui bisogni della gente e con la gente condivide progetti innovativi ed efficaci. Il volontariato è stato certamente uno stimolo importante, ha dato risposte concrete e ha contribuito perché la legislazione potesse dare risposte più organiche, più universalistiche in tutta Italia e non solo nelle Regioni più evolute e più ricche.

Negli anni si è passati da un volontariato più assistenzialista, volto alla beneficenza, a un volontariato che ha voluto mettere al centro i diritti delle persone con disabilità. E’ stata fatta una battaglia per far capire che la disabilità non è una malattia. Il problema non è il disabile in quanto tale, bensì il rapporto con la società nella quale il disabile è inserito. Il volontariato più maturo più intelligente ha lavorato perché da una parte nascesse la legislazione sulla disabilità - tanto che in quegli anni (nel 1992, NdA) viene approvata la Legge 104, una legge importante che riguarda la disabilità, - ma nello stesso tempo ha realizzato una serie di risposte come le prime comunità di accoglienza, i primi centri diurni, luoghi di relazione, d’incontro, di “liberazione” per le persone con disabilità.
 

Che contributo possono dare le organizzazioni di volontariato al “durante e dopo di noi”?

Un contributo fondamentale. La Legge 112/2016 è orientata a sostenere iniziative locali a conduzione famigliare; una grande possibilità per le associazioni che intendono fornire risposte al problema del “dopo di noi”. Sono certo che il volontariato si muoverà molto su questo. È tuttavia necessario che il volontariato sappia attivare servizi di buona qualità, sapendo ben distinguere l’attività lavorativa dal volontariato, aprendo case famiglia con numeri d’accoglienza limitati orientate a farsi carico della persona con progetti individualizzati. È necessario dare risposte che comportino impegni economici limitati e rendano il “dopo di noi” sempre più diffuso sul territorio e integrato nei quartieri. Su questo la legge da ottime possibilità e credo che il volontariato possa essere un interlocutore attento e privilegiato.


Negli ultimi anni nel sistema di welfare italiano hanno acquisito rilevanza attori privati sia non profit, come il terzo settore e le Fondazioni di origine bancaria, sia for profit, come le imprese o le assicurazioni. Secondo lei quale può essere il contributo di questi soggetti nelle politiche per la disabilità?

Credo che ci siano le condizioni per sperimentare nuove politiche sociali. Penso che l’impegno delle imprese e delle assicurazioni sia un’opportunità importante, ma è necessario fare attenzione e capire come metterle in relazione con le realtà del no profit. Oggi chi vuole fare impresa responsabile, sa che si lavora bene dove la qualità della vita è migliore. Con le imprese socialmente responsabili si possono fare programmi d’investimento seri non con l’obiettivo del profitto, ma per migliorare la qualità della vita.

Se poi consideriamo anche le assicurazioni e il sistema bancario penso che, collaborando con le organizzazioni di volontariato, possano uscire fuori progetti validi, anche sulle politiche per la disabilità. Siamo solo all’inizio ma oggi ci sono le condizioni per proseguire in questa direzione a patto che ad interagire siano un’impresa intelligente e un volontariato attento in grado di riuscire a capire dove vuole andare.

 


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