TERZO SETTORE / Volontariato
Associazionismo a Milano. Mappatura e analisi dei bisogni del volontariato
Caratteristiche e criticità delle associazioni cittadine al centro del nuovo volume di Sebastiano Citroni
06 luglio 2015

La ricerca


Il volontariato e l’associazionismo sono un’importante componente della società italiana, in particolar modo a livello locale, dove spesso collaborano con le varie amministrazioni in diversi settori delle politiche pubbliche. I dati ISTAT più recenti (2013) affermano che il 16,2% dei cittadini italiani maggiori di quattordici anni ha svolto attività gratuite in favore degli altri.

In Italia il terzo settore sta attraversando una complessa fase di trasformazioni che impattano direttamente la concreta vita delle associazioni, arrivando talvolta a limitarne l’operatività. Per tali ragioni, il Comune di Milano in partenariato con il CSV, ha promosso una ricerca, sviluppata sia con tecniche quantitative che qualitative, per rilevare le caratteristiche e le criticità dell’associazionismo cittadino, i cui risultati sono raccolti nel volume "Associazioni a Milano. Mappatura e analisi dei bisogni del volontariato" a cura di Sebastiano Citroni.

È importante ricordare come da anni non siano state effettuate ricerche in materia. Come ricordano gli autori della pubblicazione, gli ultimi lavori risalgono infatti al 1985, con “Volontariato, bisogni, servizi. Esperienze e modelli d’intervento delle associazioni di volontariato a Milano” una ricerca condotta da Ranci su mandato del Comune di Milano, e al 1999, con il volume “Non-profit a Milano. Fattori di nascita, consolidamento e successo” realizzato da Barbetta e Ranci su dati della Camera di Commercio. Pertanto l’amministrazione percepiva carenza di dati e informazioni.

L’obiettivo era duplice, da un lato comprendere la morfologia dell’associazionismo locale, dall’altro dare voce alle problematiche delle associazioni, in modo tale da implementare le politiche del Comune di Milano nei confronti dell’associazionismo. La prima parte della ricerca, realizzata con tecniche quantitative, indaga in profondità la vita dell’associazionismo milanese toccando svariati aspetti come lo status giuridico, l’ambito di attività, la presenza di volontari e di lavoratori dipendenti, il rapporto con il territorio e le fonti di finanziamento. La seconda parte, realizzata con la tecnica qualitativa del focus group, entra nel vivo delle problematiche dell’associazionismo, rilevando i settori e gli aspetti dove le criticità sono maggiori. Questa parte si è quindi strutturata come un canale di comunicazione tra il Comune e le associazioni.

L’esito della ricerca è interessante in quanto mostra dinamiche tipiche del terzo settore italiano, inserite in un preciso contesto locale. L’associazionismo milanese si sviluppa come una galassia di piccole associazioni, attive prevalentemente nel settore socioassistenziale, con una presenza sempre crescente di lavoratori dipendenti. Sinteticamente le associazioni si possono suddividere in due grandi categorie: numerose associazioni di piccole dimensioni con un basso tasso di professionalizzazione, poche associazioni strutturate con un alto tasso di professionalizzazione. Adottando la terminologia di Frisanco (2013), si può affermare che le forme associative prevalenti siano l’associazione tradizionale di welfare e l’organizzazione di tutela dei beni comuni, che possono coprire la prima categoria, e l’associazione semi-professionalizzata di gestione, che corrisponde alla seconda categoria. Gli aspetti maggiormente problematici ruotano intorno alla scarsità di democrazia interna, alle risorse umane, al finanziamento e ai rapporti con le istituzioni.


Dal problema al bisogno

La ricerca presentata nel volume è stata realizzata in un contesto molto specifico, il territorio del Comune di Milano, basterebbe quindi questo elemento per limitarne all’ambito locale l’importanza. Non è però così, infatti molte questioni trattate concernono il terzo settore, o più in generale le politiche sociali italiane.

La rilevazione dei bisogni è una tematica delicata in quanto non sempre le associazioni sono consapevoli dei propri bisogni, o meglio conoscono le problematiche vissute ma non le riconoscono come bisogni. Alcuni bisogni, come la carenza di fondi, spazi adeguati, le difficoltà nel reclutamento dei nuovi volontari e nella gestione interna, sono riconosciuti da tutte le associazioni. Altri bisogni sono percepiti come tali solo da alcune associazioni - tra questi si annoverano la comunicazione con gli enti pubblici, la necessità di uno “sportello unico” per gli adempimenti amministrativi, la costruzione di legami con altre organizzazioni e i rapporti con la società. In ultimo, vi sono quelle problematiche non percepite come bisogno da nessuna associazione, che attengono principalmente alla gestione del conflitto.

La gestione del conflitto è un tema importante in quanto causa serie difficoltà alle associazioni interessate, essendo l’origine di diversi altri problemi - conflitti non gestiti opportunamente portano a carenze di democrazia interna, uscita dei volontari, divisioni. La ricerca ha messo in luce come in molte associazioni la democrazia non sia presente e i presidenti abbiano un potere pressochè assoluto.

Tali differenti percezioni vengono spiegate con i “fattori di selettività dei bisogni”, ovvero la teoria amministrativa dei bisogni, la distanza dal nocciolo identitario dell’associazione e le culture associative. Le associazioni percepiscono come bisogni quei problemi ai quali è possibile dare una risposta (nel caso specifico a cui il Comune, promotore della ricerca, può dare una risposta) che non mettono in discussione i principi e il modo di agire dell’associazione, che sono comprensibili attraverso le lenti della cultura cui l’associazione fa riferimento.

Gli autori propongono tre diverse soluzioni: il passaggio dai bisogni alle capacità, la trasformazione dei bisogni in interessi e l’inquadramento nei bisogni nei “nervi scoperti” dell’organizzazione.

La risposta agli interrogativi sul riconoscimento dei bisogni è di vitale importanza perché le pubbliche amministrazioni possano rapportarsi efficacemente con l’associazionismo. Se da un lato vi è il rischio di non comprendere le proprie fragilità, dall’altro vi è il rischio che venga imposta la propria visione dei bisogni del terzo settore. Le proposte dei ricercatori possono essere un’utile e feconda soluzione.


Associarsi in una società in trasformazione

I bisogni espressi e inespressi delle associazioni sono strettamente connessi con le trasformazioni in corso nel mondo del volontariato. La ricerca ha messo in luce alcune difficoltà che toccano principalmente le associazioni storiche, come il reclutamento di nuovi volontari, la ricerca di finanziamenti e la gestione del conflitto. Le associazioni più recenti, sebbene abbiamo maggiori problemi organizzativi, trovano facilmente volontari e donazioni.

Tali problematiche si inseriscono nel processo di trasformazione del volontariato. I principali studi sull’argomento evidenziano infatti il passaggio da un impegno sociale connesso con le tradizioni culturali del ‘900 ad un impegno definito post-moderno, basato sui bisogni e le attitudini dell’individuo (Ambrosini 2005, Izquieta Etulain 2011). Questo comporta il cambiamento sia delle modalità di reclutamento che nell’espressione dell’impegno, in quanto non è più l’orientamento politico o religioso a indirizzare verso una certa associazione e a condizionare poi l’attività di volontariato ma il proprio interesse personale. Le associazioni devono quindi destinare maggiori risorse alla propria promozione e spesso si trovano a gestire volontari occasionali o discontinui.

Nelle trasformazioni del volontariato si inserisce anche il processo di professionalizzazione (Zurdo Alaguero 2004, Ambrosini 2005). L’associazionismo negli ultimi decenni ha sviluppato la propria presenza istituzionale nel campo dei servizi alla persona, stipulando convenzioni e accordi con le amministrazioni pubbliche, gestendo servizi territoriali, residenziali, in campo sociosanitario e socioassistenziale. Tali servizi richiedono competenze e continuità, quindi la presenza di operatori stipendiati.

Molte associazioni lamentano difficoltà a rapportarsi con il Comune, in particolare a comunicare con assessori o dirigenti amministrativi, ad adempiere alle formalità burocratiche e segnalano un calo dei finanziamenti disponibili per l’associazionismo. Il rapporto con il settore pubblico è complesso: da un lato vi sono associazioni che vi si relazionano per poter realizzare la propria mission, dall’altro vi sono associazioni che invece lo vedono come una fonte di benefit (finanziamenti, spazi, consulenze, ecc.). In questa specifica ricerca il rapporto con l’ente pubblico è un aspetto assai rilevante in quanto il committente è proprio il Comune di Milano, quindi le associazioni interpellate hanno trovato una via per comunicare il proprio punto di vista e le proprie problematiche.


L’associazionismo milanese e il secondo welfare

Chi scrive ritiene importante tratteggiare gli elementi di secondo welfare che appaiono in tale contesto. A un primo sguardo, il Comune di Milano ha compreso come il terzo settore sia un mondo in evoluzione e sia quindi necessario implementare le politiche pubbliche attraverso dati aggiornati provenienti dalla ricerca scientifica, per relazionarvisi al meglio. Per ottenere questo risultato ha scelto di agire con metodi scientifici, promuovendo una ricerca sociologica sul campo. Si dovrà poi vedere se le politiche effettivamente realizzate sono coerenti con l’esito della ricerca.

Le associazioni, invece, sembrano piuttosto deboli, faticano a vivere in una società e in un welfare in continua trasformazione. I bisogni che riportano sono emblematici: necessitano di spazi e finanziamenti e il principale destinatario delle richieste è il settore pubblico, mentre il principale problema, non identificato come bisogno, è la gestione dei conflitti interni.

In un’ottica di secondo welfare l’associazionismo, come componente del terzo settore, dovrebbe avere una maggiore autonomia, collaborare con il pubblico senza sviluppare dipendenza, riuscire a raccogliere fondi anche da attori privati, costruire reti con altri soggetti, in particolare per la realizzazione di progetti. Alcune associazioni sembrano riuscirci, soprattutto quelle più professionalizzate, ma la maggior parte è in difficoltà.

La gestione dei conflitti interni non è un problema a sé stante, limitato alla sfera dell’etica, ma è una questione strettamente legata all’operatività e alla capacità d’innovazione. Le difficoltà di discussione ed elaborazione minano la possibilità di avere strategie operative condivise e di lungo periodo, di cambiare modalità disfunzionali; l’assenza di reali procedimenti democratici impedisce il necessario ricambio delle cariche associative e può minare la fiducia dei volontari verso l’associazione. Un eccesso di autoreferenzialità può poi rendere difficoltosi i rapporti con altre organizzazioni.


Come questo volume può essere utile all’associazionismo?

Sicuramente, come affermato in precedenza, questa ricerca è di utilità generale, non solo per l’associazionismo di Milano.

La lettura del quadro generale dell’associazionismo milanese, come tratteggiato in quest’opera con sguardo terzo, può favorire una maggiore comprensione del fenomeno associativo in Italia, soprattutto aiutare a mettere a fuoco le problematiche, in particolare quelle meno visibili per chi è coinvolto nel fenomeno stesso.

Dall’individuazione delle problematiche è possibile poi passare alle possibili soluzioni. Le associazioni, e i loro responsabili, devono comprendere che il settore pubblico non può più essere la principale fonte di finanziamenti per l’associazionismo (ovviamente si escludono convenzioni e accreditamenti per la gestione di servizi pubblici) ed è importante quindi dotarsi degli strumenti per la ricerca di finanziamenti privati (aziende, cittadini, fondazioni, ecc.). È poi fondamentale realizzare, sia a livello formale che sostanziale, la democrazia interna, questo per valorizzare tutte le risorse e le competenze presenti e per prevenire e risolvere i conflitti. Il ricambio degli organi dirigenti può inoltre essere la via per rinnovare l’associazione e garantirne l’esistenza in futuro.

 

Riferimenti

Citroni Sebastiano, Associazioni a Milano. Mappatura e analisi dei bisogni del volontariato, Franco Angeli, 2014, Milano

Frisanco Renato, Volontariato e nuovo welfare, Carocci Editore, 2013, Roma

Ambrosini Maurizio, Scelte solidali, Il Mulino, 2005, Bologna

Izquieta Etulain Josè Luis, Voluntariado y tercer sector, Editorial Tecnos, 2011, Madrid

Zurdo Alaguero Angel, El voluntariado como estrategia de inserción laboral en un marco de crisis del mercado de trabajo. Dinámicas de precarización en el tercer sector español, in “Cuadernos de Relaciones Laborales”, n. 2, 2004

 

Torna all'inizio
 

 
NON compilare questo campo
 

Carlo Geri | 04.08.2016
Ho letto oggi, 04/08/2016, l'articolo in questione che ho trovato decisamente interessante in quanto evidenzia molte delle criticità del Volontariato. A mio parere, un bisogno che il Volontariato non avverte al momento è l'adeguamento culturale/operativo necessario per affrontare e gestire la convergenza in atto tra Profit e Non Profit, come pure l'altro evento, sempre in fieri, ovvero la digitalizzazione. Con la susseguente tematica del "Cittadino al centro", Cittadino non più come mero fruitore di servizi, bensì anche come contributore allo sviluppo di nuovi servizi grazie al fatto che trattasi di un Cittadino che ha il digitale in tasca ! carlo.geri@alice.it
  968