TERZO SETTORE / Mutualismo
La mutua sanitaria delle cooperative emiliano-romagnole
Già nel 2011 il mondo cooperativo dell'Emilia Romagna poteva contare su di un sistema regionale di sanità integrativa
09 giugno 2017

La previdenza complementare e la sanità integrativa nel settore delle cooperative sono interventi previsti dal CCNL di riferimento. Oggi quindi tutti i soci e i lavoratori delle cooperative italiane possono godere di queste formule di protezione sociale. In precedenza però, quando questi strumenti non erano ancora disponibili per tutto il mondo cooperativo, vi sono state alcune realtà locali che si sono organizzate per garantire sistemi di welfare integrativo ai propri collaboratori.

Una di queste è stata la Cooperativa Vivere, cooperativa emiliano-romagnola gestita da Confcooperative Emilia-Romagna, la quale dal tra il 2011 e il 2014 ha dato vita ad uno dei primi sistemi mutualistici integrativi rivolti alle cooperative. In questo approfondimento vogliamo raccontarvi l’esperienza di questa cooperativa attraverso la testimonianza della Dott.ssa Elena Lusvardi, oggi responsabile dell’area promozione di Cooperazione Salute e precedentemente responsabile all’interno di Cooperativa Vivere.


Gentile Dott.ssa Lusvardi, cosa può dirci in merito alla fondazione della Cooperativa Vivere? Quali sono stati i principali obiettivi che questa si proponeva?

La Cooperativa Vivere è nata nel 2011 con lo scopo di sviluppare e coordinare la diffusione della mutualità nel sistema cooperativo di Confcooperativa Emilia Romagna. Vivere infatti è stata fondata dall’iniziativa della confederazione delle cooperative regionale, insieme all’intervento delle varie Confocooperative provinciali.

L’idea di fondo era quella di realizzare un’alternativa valida ai fondi nazionali di categoria. La soluzione delle cooperative emiliano-romagnole è stata quella di dar vita ad un sistema mutualistico interno. Le attività della Cooperativa Vivere sono terminate nel 2014, quando tutto il progetto è confluito nella mutua nazionale di Confcooperative.


Come mai avete cercato di creare un sistema di welfare integrativo interno invece di affidarvi ai fondi assicurativi o sanitari nazionali?

Scegliemmo questo sistema per non affidarci a soggetti assicurativi che privilegiano logiche di profitto rispetto al reale fabbisogno delle esigenze dei lavoratori. Inoltre, costruendo un sistema regionale cercammo di privilegiare gli interventi locali, e quindi in grado di rispondere alle esigenze reali dei diversi territori. In altre parole, volevamo garantire una gestione del fondo trasparente, flessibile e efficiente, senza correre il rischio di imbattersi in soggetti privati che pensano solo al guadagno.


Quali sono state le attività della Cooperativa Vivere?

Le aree di intervento della Cooperativa Vivere sono state quattro:

  • l’area mutualistica, la quale prevedeva l’individuazione di coperture sanitarie integrative studiate per soddisfare le richieste di tutte le categorie professionali. Gli interventi garantivano delle polizze per prestazioni socio-sanitarie, ricovero ospedaliero, visite specialistiche, programmi di prevenzione diagnostica, assistenza odontoiatrica, prestazioni di assistenza medica, trasporto sanitario, servizi di consulenza telefonica;
  • l’area assicurativa, che offriva delle formule assicurative in grado di garantire – a parità di tutele – significativi risparmi economici ottenuti avvalendosi del potere contrattuale di aggregazione del sistema cooperativo;
  • l’area finanziaria, che prevedeva il supporto ai lavoratori delle cooperative in caso di indebitamento multiplo a rischio di insolvenza. La Cooperativa Vivere grazie ad un accordo con le Banche di Credito Cooperativo aveva introdotto “Crediper”, un prodotto finanziario atto a consolidare le esposizioni debitorie dei lavoratori e delle loro famiglie;
  • l’area di sostegno al reddito, la quale proponeva sconti e acquisti a prezzi calmierati di beni e servizi di vario tipo per i soci e i dipendenti delle cooperative che ne facevano richiesta.


Come ci diceva, le attività della Cooperativa Vivere sono terminate nel 2014. Come mai la vostra esperienza si è conclusa così presto?

Il percorso della Cooperativa Vivere si è concluso nel momento in cui la sua attività principale – cioè quella di creazione e gestione di piani sanitari integrativi per i lavoratori delle cooperative – è confluita in un progetto mutualistico nazionale.

Oggi i soci-lavoratori delle cooperative della regione Emilia-Romagna possono ancora godere di una serie di coperture sanitarie collettive ed individuali. Queste opportunità sono date dal lavoro e dalla collaborazione di due società di mutuo soccorso: Cooperazione Salute e la Mutua Campa. Il loro progetto permette alle cooperative di ottemperare agli obblighi contrattuali riguardanti l’assistenza sanitaria integrativa e consente ai dipendenti di accedere ad una serie di prestazioni e di servizi in vari centri specialistici e di eccellenza, in una logica di welfare sussidiario e generativo in ambito socio-sanitario. In totale, i lavoratori e i soci delle cooperative regionali interessati dalla coperture sanitarie integrative sono circa 22 mila.

In tutto questo, è fondamentale il lavoro svolto da Confcooperative Emilia-Romagna, la quale – oltre a svolgere la funzione di rappresentanza ed assistere i propri associati dal punto di vista politico, economico, legislativo, sindacale ed organizzativo – si occupa della coordinazione degli interventi di welfare integrativo attraverso la federazione interna FederSanità.


Quali sono le maggiori criticità che avete riscontrato e che, di conseguenza, hanno portato alla conclusione del vostro percorso?

In realtà il nostro percorso non si è concluso affatto ma è evoluto confluendo un progetto più ampio ed ambizioso di respiro nazionale. Certamente la positiva esperienza registrata in Emilia-Romagna ha favorito la realizzazione di un sistema nazionale offrendo informazioni, modelli ed elementi concreti da poter replicare su più ampia scala.

Nel nostro cammino abbiamo certamente riscontrato difficoltà, fra queste il “limite culturale” dei soci lavoratori o dipendenti delle cooperative, i quali non sempre riescono a comprendere le potenzialità dell’impresa cooperativa come soggetto capace di creare un supporto anche non-monetario per i bisogni della sfera quotidiana.

 


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