TERZO SETTORE / Impresa sociale
Giotto non può essere solo un fiore all'occhiello. Ora servono politiche concrete e realizzabili
Alcune riflessioni sul convengo di Regina Coeli in cui è stata presentata l'esperienza della Cooperativa Giotto, che lavora nel carcere di Padova
23 maggio 2015

Non è facile tirare conclusioni a poche ore da un evento quale il convegno di Regina Coeli “Perdono e lavoro dietro le sbarre: la Cooperativa Giotto nel Carcere Due Palazzi di Padova”. In questo momento, come ho voluto dire al termine dell’incontro, predomina soprattutto la gratitudine, verso chi come il Fetzer Institute ha voluto promuovere una ricerca e chi, come Cesen, Università Cattolica del Sacro Cuore, Percorsi di Secondo Welfare e Centro Einaudi l’ha a vario titolo realizzata. La gratitudine va naturalmente al professor Andrea Perrone, agli autori della ricerca, ai relatori e a tanti amici che in vari paesi del mondo guardano con interesse alla nostra esperienza di lavoro in carcere.

Nella mente, prima ancora che riflessioni, rimangono immagini (bellissime quelle realizzate da Marina Lorusso), facce e alcune parole che - già intuiamo - segneranno il nostro cammino. Rimane lo stupore di aver sentito come la prima carica dello Stato ci descrive. E proprio da qui vorrei partire per condensare alcune impressioni. Nel suo messaggio, letto dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Santi Consolo, il presidente Mattarella parla anzitutto di «positivi risultati raggiunti sul fronte del reinserimento sociale e del contrasto alla reiterazione dei reati». I dati raccontati a Regina Coeli da Andrea Perrone lo mostrano chiaramente, in termini di semplificazione del lavoro dell’amministrazione penitenziaria, crollo del tasso di recidiva, recupero dei legami familiari e riduzione del costo della “vita dietro le sbarre”.

Sul lavoro in carcere l’inquilino del Quirinale ha le idee chiare: «Un maggiore sviluppo della formazione e del lavoro rappresenta il più valido strumento di emancipazione da situazioni di devianza e criminalità». Non è scontato! È un’affermazione molto impegnativa e per nulla ovvia né universalmente condivisa, ma confermata al cento per cento dalle interviste della ricerca. Il comportamento individuale e le abitudini sociali dei detenuti che lavorano cambiano radicalmente. Si guarda al futuro con maggior fiducia, l’autostima migliora, si rinsaldano i rapporti con le famiglie e il mondo esterno, si torna a fare progetti di vita, di lavoro (anche di matrimonio, penso alla storia bellissima di un nostro amico ergastolano).

Il presidente Mattarella poi va ancora più a fondo, ricordando che la formazione e il lavoro «contribuiscono a trasformare il momento della pena in un tempo utile per la riscoperta della dignità di persona». Prima di tutto c’è la persona. Ma anche qui, è tutt’altro che scontato. Non è un’enunciazione di principio, è un metodo. Perché tutto sommato parlare di metodo di recupero basato sul lavoro può essere parzialmente fuorviante. Il lavoro è un elemento necessario, ma senza un rapporto vero tra persone anche il lavoro è insufficiente. Ci aiuterà moltissimo in questo il Giubileo della Misericordia indetto da papa Francesco e la giornata all’interno del Giubileo dedicata al mondo del carcere di cui ha fatto cenno monsignor Rino Fisichella nel suo messaggio al convegno.

La persona viene prima di tutto, anche delle riforme. Le riforme sono importantissime, ma per applicarle ci vogliono magistrati lungimiranti, operatori determinati, detenuti che accettano di mettersi in gioco, agenti che “vigilando redimono” (come da vecchio motto della Polizia penitenziaria), imprenditori che rischiano ma anche che esigono risultati, direttori di carcere che ci tengono davvero al recupero dei “loro” detenuti. Ci vuole umanità, passione, rispetto delle cose secondo la loro natura. Per cui il lavoro non può essere un lavoro qualsiasi, un lavoro tanto per fare – idea nefasta che oggi purtroppo ritorna a galla – ma un lavoro vero, e questo vale in carcere esattamente come fuori. E la dignità dell’uomo non è qualcosa sempre e solo “degli altri”, di chi lavora con noi, è uno sguardo che anche noi dobbiamo recuperare ogni giorno. Se il detenuto non vede che questa cosa è vera anzitutto per me che sono lì a lavorare accanto a lui, come fa a diventarlo per lui? Parlare di dignità sarebbe una sceneggiata pietosa, prima ancora che pietistica. Eppure quante cose ci insegnano anche su questo punto. Penso al nostro operaio del laboratorio di biciclette che mi diceva: «Per me il momento più bello della settimana è il lunedì mattina». No comment!

Ecco perché condivido le riflessioni che Percorsi di Secondo Welfare (il cui sito internet ha dato vari contributi utili in merito in questi giorni) ha voluto fare dopo il convegno del 20 maggio e che sintetizzo così: si parte sempre misurandosi con ciò che esiste. L’autore giustamente annota che considerazioni e progetti di riforma possono solo trarre vantaggio dal confrontarsi con le storie positive, con gli esempi di successo. E qui non parlo solo di Giotto – perché, sia chiaro, Giotto non ha inventato proprio nulla – ma del sistema della cooperazione sociale italiana, che opera in decine di istituti del nostro Paese. A Regina Coeli ad esempio abbiamo visto al lavoro la ristorazione di Men at Work del bravissimo Luciano Pantarotto.

E qui torna l’ultimo richiamo del presidente Mattarella, a cui siamo davvero sempre più grati, quando parla di «importante collaborazione tra impresa sociale e istituzione pubblica per favorire la ricostruzione dei rapporti familiari e la reintegrazione dei detenuti nel tessuto della comunità». Appunto: si costruisce sempre partendo da ciò che c’è. E l’amministrazione pubblica, quando è lungimirante e non vuole buttare i soldi dei contribuenti, valorizza quello che già funziona, ne agevola l’azione, ne studia le caratteristiche, ne diffonde il modello. Vi faceva cenno il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi con il suo messaggio, peraltro molto denso di contenuti: «Il terzo settore possa risultare fondamentale in una società in cui Stato e attori privati non sempre riescono a conciliare esigenze differenti».

Lo diceva anche lo sceriffo Dart nella sua relazione: gli USA di fronte al fallimentare esito del loro modello, con una crescita esponenziale dei detenuti, stanno facendo marcia indietro, così come le autorità brasiliane – abbiamo sentito la drammatica testimonianza di Luiz Carlos Rezende E Santos – propongono il modello delle Apac e delle cooperative sociali italiane come punto di ripartenza, verrebbe da dire di uscita dall’inferno. E anche Jürgen Hillmer ha dimostrato con abbondanza di elementi quanto interesse susciti la cooperazione sociale italiana in un modello pure piuttosto efficiente come quello tedesco. Per questo ha ragione Perrone, riprendendo il presidente Mattarella, nel chiedere «una scelta legislativa volta a favorire l’attività di imprese sociali come quella esaminata nella ricerca».

Il desiderio, come ho detto al convegno, è che non sia un’opportunità riservata a pochi. Non dà soddisfazione essere un esempio da citare come fiore all’occhiello, ma forse anche per coprire le vergogne di un sistema carcerario, frutto di decenni di abbandono da parte della politica, che non provvede al lavoro del 96% dei suoi detenuti, come invece imporrebbe la Costituzione. Ci hanno confortato in questo senso la presenza lungo tutto il convegno, le parole e l’attenzione del capo del DAP Santi Consolo.

Quindi per essere dignitosi cerchiamo di parlare di politiche sociali pubbliche realizzabili, non di eccellenze e di buoni esempi. Per questo mi ha fatto particolarmente piacere sentire una personalità autorevole come Paola Severino proporre che la prossima ricerca sul lavoro in carcere sia condotta insieme dalla Luiss – l’università “delle imprese” di cui l’ex-ministro della Giustizia è prorettore – e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Queste sono proposte serie da parte di persone serie.


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