TERZO SETTORE /
Il nuovo Terzo settore: non di ragioneria, ma di impatto
Il Direttore Generale di Human Foundation reagisce al contributo di Carola Carazzone: la cultura dell’impatto come antidoto ai paradossi del passato
26 marzo 2018

L’interessante contributo di Carola Carazzone, pubblicato su “Il Giornale delle Fondazioni” (che potete leggere qui) e rilanciato in questi giorni con forza sui social, apre uno spazio di discussione che ritengo vada alimentato, affinché la comunità dell’impatto sociale possa riflettere e confrontarsi sulle implicazioni dell’analisi proposta dalla segretaria di Assifero.

La Carazzone sparge impietosamente il sale sulla ferita: l’idea che le organizzazioni del Terzo Settore debbano vivere in una condizione di pauperismo permanente non fa altro che comprimere e limitare la capacità di generare impatto sociale. La logica dei progetti imprime traiettorie innaturali alla missione delle organizzazioni che, spinte dalla necessità di procacciarsi risorse economiche, possono smarrire il senso profondo di ciò che sono e dei bisogni ai quali rispondono.

Questa ricerca affannosa ha implicazioni rilevanti: l’organizzazione vive una pericolosa divaricazione tra strategia ed attività, iniziative disparate tendono ad affastellarsi confusamente pur di rispondere alle crescenti necessità finanziarie. Il risultato di questo processo è spesso uno squilibrio che fa oscillare le fondamenta dell’organizzazione, poiché la diversificazione delle attività, sebbene in un primo momento dia l’impressione della disponibilità di nuove risorse finanziarie, immediatamente dopo necessita di quelle stesse risorse per implementare le nuove iniziative. Questo sforzo, paragonabile alla fatica di Sisifo, può determinare una seconda implicazione, tutt’altro che trascurabile. Se il principale asset delle organizzazioni del Terzo settore è il rapporto di fiducia che si instaura con i propri stakeholder nel rispondere ai bisogni di cui sono portatori, il disallineamento tra missione ed attività rischia di erodere il capitale fiduciario, deprivando, così, l’organizzazione della sua quidittas.

Se l’intervento della Carazzone restituisce con grande efficacia il tema del grantmaking privato e degli approcci che andrebbero testati e scalati per modificare il flusso e la modalità dell’erogazione delle risorse, vorrei soffermarmi sul ruolo della Pubblica Amministrazione, che rappresenta l’altra faccia della medaglia. Negli ultimi anni, rispetto alle politiche di welfare, la PA si è avvitata su se stessa a causa di tre paradossi.

In primo luogo, è rimasta prigioniera nel paradosso dell’esegeta dei bisogni. In palese controtendenza rispetto a quanto auspicato con la legge 328 del 2000, che apriva la stagione di una nuova sussidiarietà, la PA si è progressivamente ritratta, ritenendosi l’unico soggetto “autorizzato” a leggere ed interpretare i bisogni sociali. Il paradosso dell’esegeta dei bisogni si lega a quello del copista: svuotando i meccanismi di engagment e dialogo con le organizzazioni della società civili ed i portatori di interesse, la Pubblica Amministrazione ha sostanzialmente proceduto nel replicare, quasi meccanicamente, la programmazione, senza interrogarsi sulla rilevanza dell’offerta dei servizi rispetto ai bisogni sociali. Il terzo paradosso è quello del ragioniere, ovvero un’impostazione centrata esclusivamente sulla ricerca dell’efficienza, senza interrogarsi sull’efficacia dei servizi o del loro impatto. Il cortocircuito tra i tre paradossi porta, inevitabilmente, all’indebolimento delle organizzazioni del Terzo Settore - l’isomorfismo di cui scriveva la Carazzone - che, smarrendo identità e missione, divengono dei meri fornitori di servizi.

A mio avviso, la sfida che ci pongono i tre paradossi deve essere affrontata restituendo centralità al tema della sussidiarietà, declinata però, come ci ricorda il Prof. Zamagni, in una dimensione circolare, che ri-socializza e ri-vitalizza il welfare, in una prospettiva collaborativa e generativa. In tal senso, l’obiettivo di Politica non è più quello di rispondere ad un bisogno per tramite di un fornitore del privato sociale, attraverso un rapporto che mette in relazione la numerosità delle prestazioni erogate rispetto al costo dei servizi, quanto piuttosto procedere nella ricerca della rilevanza, dell’efficacia e dell’impatto di un servizio sulla vita dei beneficiari. Diffondere oggi approcci di programmazione outcome-based, sia nel settore filantropico che in quello pubblico, rappresenta una via d’uscita dal welfare prestazionale che, in questi anni, ha reso le organizzazioni del Terzo Settore più fragili. La cultura dell’impatto sarà il grande antidoto ai paradossi del passato.

 


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