TERZO SETTORE / Fondazioni
Le nuove sfide del welfare: il ruolo delle fondazioni di origine bancaria
14 maggio 2012

In occasione della 2ª edizione della Giornata Nazionale della Previdenza, svoltasi l’11 e 12 maggio presso il Palazzo della Borsa di Milano, si è tenuto l’incontro “Le nuove sfide del welfare: il ruolo delle fondazioni di origine bancaria”. All’evento, moderato dall’editorialista del Corriere della Sera Dario Di Vico, hanno partecipato Andrea Olivero, portavoce del Forum del Terzo Settore e presidente delle Acli, Giuseppe Guzzetti, Presidente di Fondazione Cariplo e dell’Acri, Marco Granelli, Assessore alla sicurezza e alla coesione sociale del Comune di Milano, e Maurizio Ferrera, docente di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Milano e promotore del progetto “Percorsi di secondo welfare”.

Il professor Ferrera ha fornito il quadro generale in cui si colloca il tema del dibattito, indicando in particolare le tre grandi sfide che il nostro welfare state si trova a dover affrontare: l’emergere di nuovi rischi e bisogni, l’esistenza di vincoli di bilancio e il perdurare della crisi economico-finanziaria. Ferrera ha sottolineato in particolare come occorra porre attenzione al fenomeno della povertà minorile, che nel nostro Paese risulta più alta della media europea. Il nostro welfare, infatti, non è in grado di rispondere correttamente ai bisogni della fascia più giovane della popolazione, determinando un fattore che indubbiamente genera molti problemi nel presente e che avrà conseguenze sempre più gravi in futuro. Altra problematica è quella della “gabbia” dei vincoli di bilancio: il rispetto dei vincoli europei, e l’attuale crisi economica, stanno infatti spingendo il settore pubblico a drastici ridimensionamenti delle proprie spese, soprattutto nel settore sociale, determinando un progressivo indebolimento del sistema di welfare. E’ in questo contesto che, lentamente, sta prendendo piede l’idea di un secondo welfare: un mix di interventi di protezione e di investimenti a carattere non pubblico forniti da una vasta gamma di attori economici e sociali, collegati in reti con un forte ancoraggio territoriale ma aperti al confronto e alle collaborazioni trans-locali. Diverse sono le componenti coinvolgibili per la realizzazione di questo progetto – dalle aziende ai sindacati, dalle organizzazioni del Terzo settore agli enti locali – e fra di esse possono essere annoverate anche le fondazione di origine bancaria. Questi enti, con un patrimonio complessivo di circa 50 miliardi di euro, svolgono un importante ruolo in termini economici – nel 2010 si registrano 1.400 milioni erogati attraverso oltre 30.000 interventi – ma notevole è anche il contributo fornito dal loro personale altamente specializzato, che opera favorendo l’infra-strutturazione e l’innovazione sociale sui diversi territori.
Tuttavia, ha tenuto a sottolineare Ferrera, bisogna essere consapevoli che tali fondazioni sono in grado di svolgere un ruolo integrativo ed innovativo rispetto al welfare tradizionale, ma non potranno mai sostituirne la funzione. Le fondazioni possono essere considerate un aiuto, ma non la soluzione alla crisi.

Andrea Olivero, prendendo spunto dalle parole di Ferreara, ha indicato come spesso il Terzo settore sia erroneamente identificato come difensore dell’attuale sistema di welfare mentre, invece, le organizzazioni che lo compongono sono state tra le prime ad essersi accorte di quanto sia necessario riformarlo “evitando tuttavia lo smantellamento di quello che possiamo considerare il cuore della nostra democrazia”. La domanda da porsi è: come contribuire al rilancio del sistema? Una delle chiavi è indubbiamente un maggiore coinvolgimento dei soggetti che si occupano di welfare e che risultano in grado di assumersi responsabilità pubbliche come, appunto, le fondazioni bancarie. Spesso questi enti sono considerati come erogatori di risorse aggiuntive a cui rivolgersi nel momento in cui il contributo del pubblico viene meno, ma il loro contributo può essere molto più incisivo: possono essere laboratori di collaborazione ed innovazione in cui ognuno ha la possibilità di portare le proprie conoscenze e capacità. Le esperienze di cooperazione tra Terzo settore e fondazioni dimostra come questa via sia percorribile e auspicabile. Serve tuttavia un ulteriore salto di qualità affinché si crei un modello di secondo welfare che riattivi quelle forze sociali che la storia del nostro Paese ci ha dimostrato esistere: servono modalità di compartecipazione che si declinino sempre più spesso in vere e proprie sfide imprenditoriali, e che possano rispondere a bisogni che non possono più essere assolti dal pubblico.

Marco Granelli ha sottolineato come anche le migliori pratiche, in assenza di un progetto più ampio in grado di coinvolgere gli attori presenti sul territorio, rischino di restare un’eccezione. Il piano freddo attuato dal Comune di Milano nell’inverno appena trascorso, ha affermato Granelli, è stato concepito proprio su questi presupposti. La questione dei senza-tetto non andava affrontata come mero problema delle istituzioni, amministrazione comunale in primis, ma occorreva che diventasse una questione concernente tutta la città, e non fosse concepita come emergenza ma come tema di discussione da affrontare in modo continuativo. Secondo Granelli serviranno sempre di più luoghi in cui ci si possa confrontare per rispondere alle problematiche sociali, e le fondazioni, a condizione che queste sviluppino vere forme di compartecipazione tra gli attori interessati, potrebbe svolgere un ruolo importante in questa direzione. Granelli ha inoltre indicato il progetto Casa del Volontariato come esempio di proficua collaborazione tra pubblico e soggetti privati, fondazioni in testa.

Dopo aver commentato la “situazione kafkiana” in cui si trovano attualmente le fondazioni di origine bancaria, che operano per lo sviluppo della società ma ultimamente sono citate solo per questioni legate alla presunta esenzione IMU e tassazione agevolata, Giuseppe Guzzetti ha commentato l’idea di un secondo welfare proposta da Ferrera all’inizio dell’incontro. Le fondazioni hanno percepito per prime come la crisi del welfare fosse insostenibile e pertanto si sono mosse per capire quali vie seguire per affrontare questa situazione e il secondo welfare rappresenta indubbiamente un’idea interessante, anche se Guzzetti ha affermato che preferisce l’utilizzo di un sinonimo che ritiene più penetrante: welfare comunitario. Occorre infatti cercare di usare meglio le risorse pubbliche spese male, guardare di più al welfare aziendale, è soprattutto accrescere il coinvolgimento dei cittadini. Guzzetti ha citato come esempio di questo sforzo inclusivo l’esperienza delle Fondazioni di Comunità: il cittadino, messo di fronte a un'istituzione affidabile, attiva sul territorio e in grado di mostrare dove finiscano le risorse erogate, è incoraggiato all’investimento sociale. Guardando alla generosità degli italiani di fronte alle calamità e alle tragedie che avvengono a migliaia di chilometri dal nostro Paese, si può cominciare ad intuire cosa accadrebbe se le stesse possibilità di donare fossero incentrare anche sulle comunità di appartenenza. Guzzetti si è detto certo che i cittadini contribuirebbero a iniziative sociali volte al sostegno della propria comunità e del proprio territorio, giacché il “principio del dono, della carità, della solidarietà, comunque lo si voglia chiamare questo principio, è insito nel nostro dna”. Il presidente dell’Acri ha quindi concluso il proprio intervento ribadendo l’impegno delle fondazioni affermando: “Dal punto di vista dell’impegno concreto sul territorio vi stupiremo”.

 

Riferimenti

Sito della Giornata Nazionale della Previdenza

Sito dell'Acri

Il progetto Fondazioni di Comunità promosso dalla Fondazione Cariplo

Il progetto Casa del Volontariato del Comune di Milano

 

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